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BECK – Caivano Rock Fest, 20/06/05

Per la prima volta al sud, per il CAIVANO ROCK FEST, Beck, che presenta il nuovo “Guero” ma non solo. Tante sorprese e tanto divertimento. Apertura affidata alla band danese dei The Raveonettes.

di Piero Merola
Le foto della serata by Symmetry

Da Los Angeles a Caivano. Un inedito viaggio per il principe della generazione X. E pensare che il 20 giugno doveva suonare a Zurigo. Mistero. Chissà cos’avranno pensato gli svizzeri (soliti napoletani!). Il mistero si infittisce nel vedere come a poco più di un’ora dall’inizio dello show nella roccaforte dell’ alternative dell’interland napoletano (grazie alla coraggiosa e ambiziosa scommessa del Caivano Rock Fest, ormai alla nona edizione) ci sia pochissima gente incolonnata all’entrata di una location quanto meno anomala. Un centro sportivo con tanto di campetti, giostrine e spogliatoi.
In un clima di surreale tranquillità ed in perfetto orario salgono sul palco i RAVEONETTES. E’ una delle rare volte in cui il gruppo spalla ha la fortuna di “lavorare” senza grandi pressioni. La loro offerta è un cocktail di garage e dream-pop con My Bloody Valentine come punto di partenza, suggestioni noise riconducibili ai Jesus & Mary Chain ed evanescenze vicine ai Low. La presenza scenica della frontman Sharin Foo e la sua acconciatura fosforescente fa avvicinare al palco un po’ di gente interessata più che altro agli stand dei paninari. Il suo partner, Sune Wagner, nel look e nelle movenze sembra la risposta danese a Cristiano dei Marlene Kuntz, ma con atteggiamenti molto più Brian Molko. L’altro chitarrista probabilmente ascolta qualcos’altro nella spia, perché si dimena sempre e comunque, anche nei rallentamenti e a canzone finita.
Una performance molto positiva e accolta con imprevisto entusiasmo. Da segnalare la marcia (nel senso di marciume) “That great love song”, la gelida malinconia scandinava di “Sleepwalking” e la ballabilissima filastrocca sincopata di “Love in a trashcan”. Momento clou la perversa atmosfera rumorosa di “Attack of the ghost”.
Il centro inizia a popolarsi. Check veloce dei tecnici nonostante l’infinità di strumenti e diavolerie da controllare. Sale per primo il gigantesco batterista che ci regala un virtuoso solo introduttivo. Salgono anche gli altri componenti del gruppo e poi lui. Eccolo. Finalmente. Cappello avana da giovane Dylan. Maglia a righe. Giacca bianca. Jeans. Rayban che già anticipano quale sarà il clima della serata. E’ lui, non è un pacco napoletano. E solo lui e pochi altri possono permettersi di aprire un live con una b-side dell’album da presentare. E’ “Clap hands”. Andatura flamenco supersonica, rappa con il timbro di chi, come lui, è un cantante vero, non un rapper. Inizio tutto targato GUERO, con l’incessante bass n’drums di “Black tambourine”, un tappeto in cui anche la voce si trasforma in percussione in linea col tamburello, squarciato dalla lama affilata della chitarra. Sicuramente uno dei pezzi forti della nuova opera di Hansen.
E intanto l’incredibile ballerino, sbalordendoci con i suoi numeri, quasi gli ruba la scena. Lui riprende subito in mano la situazione fingendo di litigare con il tecnico per il microfono che non si sgancia dall’asta e chiedendo poi il duetto nel coretto conclusivo che aprirà la strada al nuovo singolo.“Girl”, reinterpretata in chiave soul, dopo l’inevitabile giochetto con la campionatura di gameboy, con una nota di pianoforte ripetuta e accelerata che guida la voce. Il ballerino ora suona un bidone di latta. “Hell yes” è puro divertissement. Scratcha con la sua mini-piastra. Sculetta. Se la tira. Musicalmente forse il momento più basso. Lui lo prevede. Infatti dopo va ripescare la splendida “New pollution” dal capolavoro ODELAY. Interpretata senza l’ombra di una sbavatura e con un organo da brivido. Riuscire a restare fermi è un’impresa. Ma da simpatico e dylaniano provocatore quale Hansen è, spegne subito il delirio del pubblico con la bossa anestetizzante di “Missing” con le percussioni caraibiche che la fanno associare a “Tropicalia”. Prestazione vocale da lode. C’è sempre qualcosa che mancam canta. E dopo una “Rental car” che dal vivo è una scheggia impazzita, dalla deflagrazione iniziale innescata dall’inedito crescendo introduttivo di basso e batteria, fino all’intermezzo con coretto vintage e la coda rumorosa, arriva un trittico che lascia senza fiato. Tutto da Odelay. “Devil’s haircut”, l’ipnotico inno all’acconciatura da diavolo nella mente, la spassosa “Hotwax” in una versione trattenuta ed elegante, poi la furia Pearl Jam di “Minus” con arrangiamenti sempre e solamente Beck. Incontenibile. Eclettico. Geniale. Come quando, alla delusione di una “Loser” col riff campionato senza slide guitar, accoglie il solito esilarante ballerino che finge di ascoltare la celebre melodia che l’ha lanciato negli Usa e nel mondo, da una radio gigante.
E poi l’altro brano piaciuto a Mtv, “Sexx Laws”. Senza fiati, ma con un accompagnamento assurdo. Il computerino dalla voce robotica che qualcuno di noi aveva da bambino per imparare a leggere e scrivere. E poi autoironia, tanta autoironia con il finto assolo di banjo. Altro che star system. Do ya wanna dance?. E si balla nel medley Knock out/We dance alone con Beck batterista. Poi la malinconia estiva di ”Earthquake weather”, per la prima volta dal vivo in questo tour. Molto carico e allegro questo Beck della prima volta nel suditalia. Sente il pubblico, seppur non numerosissimo, molto vicino e ci gioca. Meglio che a Roma con i Duran Duran, gli passerà certamente questo pensiero per la testa.
Sosta. Almeno per gli instancabili compagni. Sul palco viene trascinato un tavolo con frutta, posate e bevande. Loro si siedono mentre il capo imbraccia la chitarra acustica. Il ballerino si trasforma in cameriere e mentre loro si deliziano il palato, noi siamo deliziati dall’unplugged di Mr.Hansen. A sorpresa ci regala ”Everybody’s gotta learn sometime” la cover dei Korgis realizzata per il film con Jim Carrey e Kate Winslet, “Se mi lasci ti cancello”. Toccante. (Con tanto di dedica a sua moglie che accudiva nel backstage il figlio Cosimo Henry, di 11 mesi). Una voce che sa scavare in profondità. Da brivido. Poi finalmente ritorna a fare il menestrello folk nel blues dell’unico brano ripescato da MUTATIONS, ”Cancelled check”. Rigenerati dalla cenetta, i compagni iniziano ad accompagnarlo con bicchieri, coltelli, forchette, frutta e cucchiai. Ancora più emozionante l’unico estratto (peccato sia l’unico) di SEA CHANGE, ”The golden age”. L’accompagnamento si fa sempre più convinto e sfocia in una reprise di “Clap hands” acustica ma non meno agitata e movimentata.

Smontato il tavolo, si riprende. E si ritorna a ballare con la stralunata ”Where it’s at” e una versione davvero devastante dell’apripista di GUERO, ”E-pro”. Saltiamo tutti.
Encore. In pronuncia napoletana è uguale ad “ancor’”. E ritornano sul palco con dei caschi di plastica e tute bianche abbaglianti. E’ il finale più dance da potersi aspettare. Una dopo l’altra ”Nicotine&Gravy e, direttamente da MELLOW GOLD, l’esuberante ”Beercan”. Poi invita qualcuno a ballare sul palco. Una dozzina di fortunati partecipano alla festa finale, tra cui il cantante e il batterista dei Raveonettes che sembravano così seriosi qualche bottiglia di Jack Daniel’s prima. ”Mixed Bizness”. Sempre Wagner dei Raveonettes rischia di essere malmenato dal turnista quando prende possesso del cappello di Mr.Hansen. Beck, intanto, improvvisatosi pi-erre, si diverte a sfottere un discotecaro e i suoi pantaloni bianchi. Poi si finge stupito quando gli viene piazzato un cellulare sotto il naso per scattare una foto. Abbracci, baci, inchini.
Fine della festa.

Piero Merola

:::setlist:::
1. intro
2. clap hands
3. black tambourine
4. girl
5. hell yes
6. new pollution
7. rental car
8. missing
9. devil’s haircut
10. hotwax
11. minus
12. loser
13. sexx laws
14. we dance alone
15. knock out
16. earthquake weather
———————————————-
17. everybody’s gotta learn sometime
18. cancelled check
19. the golden age
20. clap hands
———————————————
21. where it’s at
22. e-pro
———————————————
24. nicotine & gravy
25. beercan
26. mixed bizness

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