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Interviste

Intervista ai MAMBASSA

Tocca ai Stefano, voce dei Mambassa, sottoporsi agli scomodi e scassati microfoni inesistenti di ImpattoSonoro. Ci parla tra le altre cose dell’ultima fatica della band piemontese, l’album intitolato semplicemente “Mambassa”.

intervista di Vales e Ari

Nel nuovo album usi la voce in maniera diversa dai precedenti; é una evoluzione casuale oppure é cercata?
Non lo so. Anni fa, quando iniziai, cantavo con un altro cantante per cui la mia voce era in parte coperta e avevo un altro modo di cantare. Da ” Mi manca chiunque ” ( il primo disco in cui ho cantato da solo ) in poi, ho cominciato a ragionare di più come un cantante e ad occuparmi del mio strumento che doveva essere in grado di esprimere al meglio i vari pezzi per creare in ognuno la giusta atmosfera.
O sei un cantante con il dono del cantare e hai una struttura fisica che ti predispone oppure dopo aver messo su una band con i tuoi amici ed esserne diventato il cantante perché ne scrivevi i testi, arriva il momento che ti accorgi che il modo in cui canti determina il risultato della canzone, quindi comunci a recuperare quello che non hai fatto prima. I musicisti, quasi tutti, hanno studiato; i cantanti spesso sono autodidatti o ” auto-non-didatti “, nel senso che non imparano mai.
Ho avuto voglia di giocare un po’ di più, di uscire dallo spettro limitato delle mie azioni usuali per fare qualcosa di diverso.
Questo disco é inoltre particolarmente sentimentale per cui richiedeva che la voce rappresentasse al meglio ogni emozione, che la incarnasse in tutto e per tutto ( come il falsetto di ” Una storia chiusa ” ).
Durante la stesura del disco abbiamo cercato di far uscire le sensazioni il più possibile anche registrando anche a tarda notte o da ubriachi… quando pensavamo fosse giusto farlo, seguendo l’ispirazione.
Ad esempio, per ” Senza respiro ” ci eravamo ubriacati con metodo perchè questo pezzo ci faceva venire in mente qualcosa di un po’ scuro, notturno, da gatti randagi.
Per altri pezzi ci é voluto più tempo: “Ogni volta che mi illudi ” é stata rifatta più volte; é stato difficile trovare un’intonazione che fosse sofferta ma non artificiosa. Ci ha fatto pensare ad un impegno simile a quello che serve per trovare la giusta interpretazione di un pezzo teatrale: prove su prove finchè non viene fuori esattamente ciò che devi trasmettere. Un po’ il metodo Stanislavskij.
Ognuno di noi insomma per quest’album si é levato di dosso le proprie abitudini e certezze ( che sono poi anche una rete di sicurezza ) per tentare qualcosa di diverso.

” Mambassa ” , il vostro ultimo cd, parte da una storia finita per arrivare ad una storia che é un’incognita, indefinibile. In che momento é nato il filo che lega le canzoni ?
Il tema é nato dai testi. Ovviamente i testi assecondano certi umori della musica o li ribaltano, ma sempre con un’intenzione precisa: abbiamo scritto 20 pezzi ma solo 10 sono entrati nell’album e questi hanno tra loro molti tratti in comune.
La musica mi portava ad essere sentimentale nei testi e i testi ad esserlo nella musica. Tutti i pezzi nella mia idea erano un tentativo di restare in questa chiave.
Devo dire che sono contento che il cd risulti omogeneo, che sia un percorso che inizia e finisce, in evoluzione.

In base a cosa scegliete i pezzi da inserire negli album?
E’ la musica a determinare il pezzo; possono esserci alcuni argomenti di cui vorrei scrivere ma li conservo finchè non trovo la musica adatta. Personalmente non riesco molto a concepire l’adattamento di una poesia in musica: penso che la musica detti molto le atmosfere e il senso di un testo. Inoltre la metrica é fondamentale: bisogna incastrare bene le parole dentro la griglia della musica e, se riesce, avverti che le potenzialità di entrambe ne escono incrementate.

Scrivi prima i testi o la musica?
Prima la musica e, su ciò che essa mi suggerisce, stendo il testo.

Quale é la canzone che preferisci del tuo nuovo album e perchè?
Sono tutte un po’ come dei figli…comunque tengo molto a ” L’antidoto “, prima di tutto perchè é una canzone col pianoforte ( non ne avevo mai fatte ), poi perchè é semplice: é una canzone che é venuta fuori molto intensa, ma con poche cose. Si può dire che é quasi nata così come la potete ascoltare; il suono é stato migliorato ma il testo é nato durante la prima prova.
Dopo una settimana l’abbiamo riascoltata e da allora, nelle tre registrazioni che ne abbiamo fatte, é sempre stata efficace.
Una canzone che continua a piacerti ogni volta che la incidi é una specie di miracolo perchè é un qualcosa di molto noioso che ti fa, inoltre, sempre temere di perdere quel quid della canzone da una registrazione all’altra.
Con questa canzone, invece, c’é stata di volta in volta una scrematura che ha lasciato solo il necessario, mantenendo inalterato il suo effetto.
Mi piace per questo: é l’esempio di come siamo riusciti a diventare essenziali.

Canzoni come ” Stop ” oppure la traccia fantasma di 2M trattano cose che non avete direttamente vissuto. In questi casi, vi affidate solo all’immaginazione o anche a fatti di cronaca?
Beh, “Alice non si sveglia ” parla di un omicidio, se é per questo!
Non serve vivere tutto per scrivere una storia; l’importante é sentirla mentre la scrivi, sentirti per un momento in quei panni lì. Se sei onesto in questo tentativo, poi si vede; se invece sei artificioso e l’urgenza di dire qualcosa ti fa perdere la misura del tono, questo sforzo verrà percepito.
” Stop “, ad esempio, é una canzone musicalmente dolce. Ho voluto bilanciare questa dolcezza con una storia che avesse un retrogusto un po’ amarognolo, legato al sociale.
Su quel pezzo ho visualizzato quella storia; sono scelte di gusto, non di cervello.
La track list, invece, é stato un tentativo ma, secondo me, non riuscito tanto bene.
Sembra un pezzo un po’ cantautorale, da compito in classe. Non l’ho neanche cantata io: la canta Davide perchè io non la sentivo adatta a me.

Puoi darci qualche anticipazione sul video di ” Stop “?
La canzone parla di un operaio che racconta alla moglie che da un mese, ogni mattina, finge di andare a lavorare e in realtà va al mare perchè lo hanno licenziato. Volevamo che il video seguisse un po’ la scia di film che hanno quasi creato un genere sul tema del mondo operaio, come ” Un lunedì al sole ” e ” Full monty “.
Abbiamo fatto questa operazione con rigore, pur sapendo che stavamo mandando alle reti commerciali ( il regno dell’effimero e dell’immagine fine a sè stessa ) una storia che voleva essere realistica; che voleva restituire la verità delle facce delle storie e del contesto di chi la vita dell’operaio la fa adesso e ha la nostra età.
Abbiamo contattato la Cgil e loro hanno contattato la Fiom Umbria che ci ha messo a disposizione lo stabilimento di Terni.
Il direttore, Gianluca Fattori, é stato molto disponibile.
Il mio amico regista, Giuseppe Gagliardi, con il quale volevo lavorare da molto tempo, si é appassionato molto al progetto e lo ha reso possibile grazie al suo entusiasmo e al suo staff: persone che lavorano anche al di là della prospettiva del guadagno, per autentica passione.
Giuseppe ha visitato i luoghi e ha fatto un casting tra gli operai.
Siamo riusciti a convincere la Mescal a finanziarci, ma fondi sono arrivati anche da altre fonti. Abbiamo smosso l’entusiasmo di molti durante la realizzazione.
Tutti quanti, a partire da Gianni, il protagonista, sono stati bravissimi e si sono anche divertiti.
Il video, tra le scene che rappresentano la storia e quelle in cui appariamo noi Mambassa, sembra quello della colonna sonora di un film!
Le riprese sono durate tre giorni durante i quali abbiamo conosciuto meglio gli operai-attori; uno di loro ci ha anche ospitato in casa. Sono ragazzi come noi, con gli stessi pensieri, gli stessi dischi…eppure nell’immaginario comune gli operai sembrano un retaggio del passato.

Hai da raccontarci qualche aneddoto sulle riprese?
Quando ho pensato alla sceneggiatura del video, volevo che la finzione fosse il più plausibile possibile. Per questo volevo che si vedessero uscire gli operai all’alba per andare in fabbrica; quindi, per tre giorni di fila, l’intera troupe ( a parte i Mambassa che stavano in hotel ) si é dovuta svegliare all’alba dopo aver dormito 2-3 ore!
Eppure nessuno lo ha fatto minimamente pesare: si era creato un bel clima di entusiasmo e divertimento.
Molti di loro sono poi venuti a Roma per vederci suonare e si sono commossi vedendo il video. E’ stata una bella esperienza anche a livello umano.

Durante la presentazione del vostro album alla Feltrinelli di Roma avete proiettato un filmato, ” Spalle in gamba “; che tipo di progetto é ?
E’ un progetto cazzaro ( ride ): quando ci venne proposto di fare la spalla ai Subsonica, io e un mio amico ( sceneggiatore come me ), abbiamo pensato che sarebbe stato bello documentarlo. Doveva venire fuori una specie di documentario sociologico sulla vita dei musicisti in un contesto molto rock ‘n’roll; non dal punto di vista delle star ma da un punto di vista inusuale: quello del gruppo spalla che fa si parte dello spettacolo, però in una condizione un po’ subalterna, quasi da imbucati ad una festa.
Già i Subsonica non si aspettavano tutto quel pubblico, figuratevi noi! E’ stata comunque un’esperienza molto divertente.

Uscirà?
Per ora no; un giorno mi piacerebbe inserirlo in un dvd assieme a tutti i video e altre cose dei Mambassa.

Come é nata la collaborazione con il produttore Davey Ray Moor per il vostro ultimo album?
L’abbiamo conosciuto ad un concerto di Cristina Donà e si è rivelato una bellissima persona sia a livello umano che professionale.
Noi cercavamo un produttore inglese con una buona cultura rock che potesse darci un suono senza preconcetti,senza sapere chi eravamo e cosa avevamo fatto prima.
Gli abbiamo lasciato del materiale e lui,dopo una settimana,ci ha risposto con un’e-mail di una pagina e mezzo di consigli e commenti molto circostanziati ed intelligenti.
Da lì è nato poi il disco.

Com’è il vostro rapporto con Bra,la cittadina da cui venite?
Una volta il rapporto era più stretto:ci identificavamo molto nel luogo e,nel contempo,cercavamo di renderlo migliore.
Poi la cosa si è allentata:Fabrizio è andato a vivere a Torino,io a Roma…
In ogni caso,crescere in un posto di trentamila abitanti abbastanza tranquillo,se da una parte ti rincoglionisce perchè non ti espone mai a cose crude o dolorose,dall’altra ti rende più aperto:in città hai la possibilità di cercarti dei gruppi di gente simile a te,che vesta come te ed abbia i tuoi gusti.Al bar di un piccolo paese invece sei costretto a rapportarti con gente anche molto differente da te;ti porta ad avere anche nella tua cerchia di amicizie intime gente che non ti somiglia,così diventi più tollerante.
Bra è stato per me un modo per avere amici diversi da quelli che forse mi sarei scelto vivendo in città.
Si può dire che mi ha reso più umano e meno fighetto,anche se essere fighetti paga:si vede che noi siamo di provincia,ma mi va bene.

Cosa pensi del panorama musicale italiano odierno?
C’è una sacco di roba buona ma un’industria discografica pessima;c’è troppa differenza tra le potenzialità degli artisti e l’attenzione e le capacità del mercato.
Fatalmente,questo secondo fattore va ad incidere sul primo,per cui molti artisti di talento smettono ancor prima che gli sia stata data la possibilità di esprimersi al meglio.
Certi progetti e certi artisti hanno bisogno di maturare ma in Italia non sono messi in grado di farlo.E’ tutto casuale,è un sorteggio assurdo che non tiene conto della bravura.
Quindi è deprimente.
Poi capita di guardare le classifiche e vedere nelle zone alte gente come i Subsonica,gli Afterhours o i Negramaro a allora pensi che forse c’è una speranza.
Si richiede molta professionalità ai musicisti ma servirebbe più talento anche nella parte esecutiva della musica,invece c’è molta approssimazione.
Io potrei benissimo fare il discografico,se avessi i fondi,perchè so riconoscere il talento altrui e mi sembra assurdo che le persone che sono pagate per questo non lo sappiano fare!
Purtroppo è un problema della cultura italiana:si preferisce non rischiare e si punta subito e solo al guadagno.Poi se il lavoro è buono o meno non conta.
In Italia non ha successo ciò che piace ma piace ciò che ha successo:un singolo diventa bello perchè è passato centomila volte alla radio e in televisione;la prima volta ti aveva fatto schifo.
E’ tutto affidato al giudizio,sindacabilissimo,di pochissimi operatori del settore che determinano poi a catena l’intera promozione e produzione discografica dell’anno.

www.mambassa.com

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