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Marlene Kuntz – Barletta (BA), 02/07/05

Prima data al sud dei nuovi Marlene Kuntz, con Gianni Maroccolo al basso e Rob Ellis, il produttore polistrumentista che ha portato alla ribalta PJ Harvey.

di Piero Merola

su SONICA.135.IT le foto della serata (special thanks to Mara)

Molta è la curiosità nel vedere cosa combineranno i Marlene con questa nuova formazione all’aperto e, soprattutto, come suona il nuovo BIANCO SPORCO outdoor, perchè nel consueto giro di concerti al chiuso nei club, con esibizioni in chiave più intima pare abbia riscosso quasi ovunque pareri positivi.
La cornice è molto suggestiva. Nel fossato del castello svevo di Barletta. Il mare da una parte, le mura e l’imponente costruzione alle spalle del palco. Dopo tre gruppi spalla locali che, come da previsioni, si rivelano inutili e inconcludenti, poco prima delle undici, con un ritardo di quasi mezzora riconducibile ai ritardi dei camerieri in trattoria o, probabilmente, ai bis culinari di “qualcuno” (immaginerete chi), i cinque entrano in scena.
Abbinamenti di colori scuri guastata dai pantaloni chiari di Riccardo e dalla camicia a righe biancosporche di Cristiano.
Tutti ci aspettiamo “Canzone di domani” anche perchè Cristiano, che ricorda nome, cognome, vita, morte e miracoli di personaggi incontrati nel 1992 ma non le scalette del giorno precedente, durante il soundcheck s’era fatto sfuggire che la scaletta sarebbe stata identica a quella del giorno prima a Roma. Inusuale introduzione di piano. Ma dagli accordi che vanno plasmandosi tra l’arpeggio delle due chitarre si intuisce di avere a che fare con “Bellezza”. Il primo singolo di questo sesto disco in studio. Inizialmente troppi bassi la offuscano, e offuscano il piano ma poi alla lunga riesce ad assestarsi. La voce di Cristiano sembra avere il volume giusto. Spesso ci si lamentava molto a riguardo. Ora al mixer hanno infatti un nuovo tecnico. Lui comunque cicca il testo nella seconda strofa. Ma, a dirla tutta, non se ne accorgono in molti. A questo punto ci si aspetta qualche stravolgimento di scaletta. Inizia l’insopportabile jukebox/supplizio delle canzoni a richiesta. Lieve! Trasudamerica! Nuotando nell’aria! L’agguato! E siamo solo alla prima canzone.
Nessuno stravolgimento invece. Ripescata con piacere da CATARTICA una “Canzone di domani” però più cadenzata e rallentata che inaugura la rielaborazione sincopata di molti brani (il basso di Marok è quasi reggae nei brani più tirati). Anche la voce è palesemente teatrale e narrativa più che scazzata ed irriverente.
Segue la sorprendente “Primo maggio” con un arrangiamento coi fiocchi. Un ritmo serrato new wave molto saltellante ripreso e allungato in un finale che si lega a perfezione con la lunga, opprimente, martellante introduzione di “1°2°3°”. Rielaborazioni a parte,(azzeccatissimi gli anomali inserti di pianoforte) il noise non si rinnega. Cristiano e la sua fida bacchetta, infilata tra le corde, danno il meglio di sé nel rendere l’atmosfera malata. Rispondendo rabbiosamente a chi scimmiottava, tra i più irriducibili del pubblico, il brano d’apertura. Un manipolo di fastidiosi individui che alternava il coro “Cristiano, stai zitto” a “Vogliamo Male di miele” praticamente ogni tre brani. Su “Festa mesta” tutti felici e contenti. Seguendo il labiale del volenteroso Rob che non accenna mezza parola in italiano ma cerca di cantare, “Festa musta”. Molti sperano finisca il più presto possibile perchè le transenne traballano pericolosamente. Altri perchè questa riduzione di bmp, che continuo a definire, per comodità, reggae, è sì molto raffinata tecnicamente, ma lascia effettivamente un pò straniti. Spesso accade che il pubblico sia quasi una strofa avanti rispetto al cantato di Cristiano. E’ l’effetto è disturbante.
Molto apprezzato l’ospite di lusso al basso come sottolineano diversi coro da stadio “Gianni!Gianni!”.
Prima sosta strategica. Dopo il furore, l’etereo organo di Ellis è la nebbia che sopraggiunge a tempesta placata. “Grazie”. Il brano più strano di CHE COSA VEDI . Davvero una freccia al cuore. Peccato che duri troppo poco senza la coda strumentale. Chi si aspettava una svolta introversa e rilassata è costretto a rivedere le sue previsioni. L’organo sfocia nell’incessante drum’n’bass di “Nel peggio”, il brano più violento (e fuori luogo) di Bianco Sporco, l’unico che dal vivo non guadagna nulla, anzi perde qualcosa. Si alza il vento conferendo alla situazione un aspetto da video degli U2.
Seconda tregua. Definitiva. “Amen” è di tutt’altra pasta. Un’altalena emotiva tra orgoglio, disperazione, rassegnazione. Cinematografica più che in disco e una prestazione vocale molto espressiva e coinvolgente. L’atmosfera è rovinata in parte dai soliti chiacchieroni che poi per fortuna si calmano. “Il solitario” è di un magnetismo imprevedibile. Ellis, non solo alle maracas, ma sbalorditivo nel controcoro in falsetto femminile.
Ancora novità. “Poeti” parte col piede sbagliato. Gianni, sempre nel suo mondo con la sua espressione trasognata e incantata, sgarra per due volte l’attacco, ma con un giro di basso che solo lui, si riaggancia bene. Energica, con il volume del synth dentro la soglia limite. Cristiano cerca di fare i salti mortali in uno dei brani in cui, più degli altri, bisogna saper tirare il fiato per arrivare alla fine delle strofe. E alla fine decide di mozzarne una spostando sapientemente gli accenti.
Prima del previsto arriva il momento accendini. Accendini ormai sostituiti dalle luci dei cellulari e accompagnati, come consuetudine, da urla e gemiti animaleschi.
“Nuotando nell’aria” pulita, precisa e senza sbavature, oltre che rallentata. Ed è proprio questo il problema. Catartica non è Bianco Sporco e, per fortuna, un errore nell’assolo la rende più umana. Poi Cristiano, in forma davvero smagliante (si discute sulla sua voce perchè Riccardo e Bergia solitamente non hanno quasi mai fallito un colpo) si contorce, gesticola, si dispera come se la cantasse per la prima volta. Ma è da discutere il fatto che si debba rinunciare ad “Ape regina” per ascoltarla. “Ineluttabile”, invece, è come sempre uno dei momenti più emozionanti. L’intuizione pianistica di Ellis, nel finale che si dissolve è un colpo da maestro. E pensare che è più famoso con la sua PJ Harvey per essere un batterista più che un arrangiatore .
“E poi il buio” che dal vivo si aspettava da tempo. Anche qui è Cristiano a recitare il ruolo di protagonista. Ottimo il finale da sincope con l’urlo che si strozza di soppiatto soffocando le sassate dell’ormai affiatato duo ritmico Bergia/Marok. La coppia simpatia si prende una pausa durante la rielaborata “Schiele, lei, me”. Senza percussioni. Voce, piano, chitarra. Atmosfera da sogno. Godano, liberato del peso della chitarra, prova ad entrare nei panni della via italiana a Nick Cave. A modo suo. Davvero preso quando descrive con la sua gestualità le scene descritte dal testo. Con gli ultimi due brani di nuovo si ritorna a Bianco Sporco con “A chi succhia” e “Mondo cattivo”. La prima un pò a sorpresa, merito come sempre delle sottigliezze di Ellis, l’altra invece si conferma uno dei punti forti del nuovo. Coda prolungata in un’ipnosi quasi dance. Se ci fosse spazio si potebbe ballare.
Nei bis arriva “A fior di pelle” che dal vivo si conferma, come tutti gli estratti di SENZA PESO, molto superiore alle versiona originale. Ma il momento clou è “Cenere”. L’unico regalo da IL VILE. Tetra. Torva. Macabra. Spietata. Un fiume in piena. Poi le gomitate sulla tastiera di Rob Ellis per un piano spettrale, che sembra uscito fuori da “From her to eternity” di maestro Cave. Lo stesso Ellis ci confesserà che è uno dei suoi brani preferiti e che ha premuto molto per inserirvi qualcosa di suo. Sentisse gli altri da quell’album…
Per “Sonica” non ci sarebbe molto da discutere. Soliti lampi. Soliti tuoni. Solite saette. Ma vale il discorso fatto per gli altri brani tirati. Secca. Precisa, ma senza quel lo-fi, si direbbe oggi, che fa’ la differenza. “L’inganno” per una conclusione intima ma angosciante. Piove. Esecuzione post-rock che sembra non finire più. Gianni sembra volersi sedere un’altra volta. Ellis se la ride. Una pioggia molto da atmosfera, ma quando l’intensità sembra aumentare loro intuiscono i rischi nonostante il pubblico implori con urlacci da bar di andare avanti.
Cristiano, sul palco come sempre poco loquace, spende le uniche parole della serata – al di là delle presentazioni soliti “grazie” e “molte grazie” dispensati tra una canzone e l’altra – per scusarsi di dover interrompere il concerto motivando la decisione con rischi legati all’attrezzatura elettrica.
Ma quello probabilmente era davvero l’ultimo brano.
Noi speravamo ancora in “Ape regina”…

Piero Merola

su SONICA.135.IT le foto della serata (special thanks to Mara)

www.marlenekuntz.com

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