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SPECIALE GOA BOA FESTIVAL : 8/9 LUGLIO 2005


Il Goa Boa Festival 2005 giunge al termine e noi iniziamo a tirare le conclusioni delle serate principali a cui abbiamo avuto il piacere di partecipare, precisamente 8 e 9 Luglio. Ed ecco cosa esce fuori dalle personali interpretazioni dei 2 nostri redattori allo sbaraglio.
di Whisper ed Elisa Tiezzi

Tutte le foto del 9 Luglio

# Venerdì, 8 Luglio

Trafelatissimo per l’atmosfera post-maturità, organizzo il numero massimo di interviste possibili nel giro di poche ore, improvvisandomi corrispondente genovese in occasione del Goa Boa con minimo preavviso. L’emozione è incontestabile: 4 anni di assenza dal festival cittadino, ogni volta per motivi più o meno pretestuosi, venivano finalmente cancellati dalla prima estate da diplomato e dalle sue interminabili giornate. Fogli alla mano, registratore digitale in tasca, romanzo di Pynchon nello zaino in caso di rottura di cazzo, alla fine della mia preparazione emozionale e giornalistica mi accorgo che il festival è già cominciato da un quarto d’ora. Ed io sono in mutande davanti al pc con la Fender sulle ginocchia, le paranoie della fidanzata dall’altro capo del telefono e Spongebob in televisione. La preparazione avviene in un attimo: maglietta da concerto delle buone occasioni, quella dei Massive Attack raccattata a Verona, jeans scuri, stivali neri portafortuna e camicia in tessuto verde per apparire professionale, tipo:
SPETTATRICE #1: “Ecco, lo vedi, quello sotto al palco? Dev’essere un giornalista, guarda con quale passo sicuro e con quale luce negli occhi si avvicina al backstage”
SPETTATRICE #2: “L’ho visto prima io. E’ mio. MIO”.
Ah, no, quello è Enrico Silvestrin.

Esco di casa nel giro di 5 minuti, scaravento il gatto nell’altra stanza con noncuranza, chiudo il portone in maniera a dir poco medievale e affido tutta la responsabilità del mio arrivo ad un taxi. Al terzo minuto trascorso in coda a circa 200 metri da casa mia, attacco a bestemmiare tutti i Santi pubblicizzati dalla Lavazza. Il taxista, preoccupato, intuisce che il mio sconcerto è dovuto al probabile ritardo alla manifestazione canora del Belpaese conosciuta come Festival del GoaBoa.
TAXISTA: “Devi andare a suonare?”
ANDREA: “Sì. Vedi, ho con me il mio contrabbasso invisibile, il mio organo a canne tascabile e il mio scacciapensieri anale. Ora vorresti accelerare, mongoplettico a quattroruote?”.
Tutti avremmo voluto rispondere così.
Mi limito a replicargli di essere della stampa e di avere i minuti abbastanza contati. Al che, cominciamo a parlare della scena progressive mainstream dei tempi gloriosi e delle loro incursioni a Genova. La chiacchierata va genuinamente avanti fino all’arrivo e l’autostrada in effetti sembra scorrere come un tapis-roulant. Scendo dalla vettura ed il mio compagno di viaggio si offre generosamente di scontarmi la bellezza di 2 euro.
Bravo ragazzo.
Mi avvicino alla cabina degli accrediti con lo sguardo di chi sembra dire: “sì, io non pago; tu invece sei sfigato e paghi, salutami la cassiera”.
Ritiro il mio biglietto dorato come uno dei piccoli protagonisti di “Willy Wonka” e mi introduco alla Piazza del Mare intravedendo da lontano gli Yuppie Flu che si avvicinano al palco. Ingranando la quinta, scendo le scale di metallo e prima ancora che il signor Agostinelli si strozzi con il microfono, aggancio la prima birra allo stand. Ne approfitto per chiedere cortesemente alla tizia dietro al banco, vistosamente sottopagata, se è possibile trattenere nella sua postazione il mio zaino, che ha pure cominciato a farsi pesante ed ingombrante. Mai cerbiatto più intimorito, mai coniglietto più batuffoloso aveva rivolto uno sguardo così impaurito ed imbarazzato, visibilmente interrogativo e dubbioso agli occhi di qualcuno, in questo caso diretto al viso di quell’austero e tracotante corrispondente della stampa: pentendomi di una richiesta così inopportuna ed interpretando il suo turbamento, mi sporgo e le sussurro:
“Senti, che cosa cazzo ti costa tenermi quest’affare per qualche ora? Devi andare a farti sbattere da qualche metallaro nei cessi portatili fra una pausa e l’altra? Ora, per cortesia, tieni quest’affare e mettimelo al sicuro, prima che mi incazzi, che oggi già non è giornata”.
Tutti avremmo voluto rispondere così. Io però lo feci davvero.

Palesemente compiaciuto ed innegabilmente bastardo, mi avvicino al palco con la mia imbevibile Heineken: per fortuna è costata appena 2 euro e 50…e la perdita d’orgoglio di una cassiera. Appena a un palmo dalle transenne, mi accorgo di un fatto quantomeno imbarazzante: c’è praticamente più gente a suonare sul palco che ad assistere in tutto il posto. Ovvio: quel figo di Manuel (in sottofondo: urla varie di ragazzine in prima età mestruale) suona il giorno dopo e la mitica Meg (in sottofondo: Allstars che sguisciano e cannoni pagati con i soldi di papà) tarderà a presentarsi. Nonostante l’affluenza minima gli Yuppie Flu offrono una buona prestazione, abbondando con la presentazione del nuovo album e rivolgendosi al pubblico solo sporadicamente (ci fossi stato io, al posto suo, durante gli applausi fra un pezzo e l’altro avrei detto: “grazie, grazie mille…a tutti e due”).

“Glueing All the Fragments” è il momento più gradito, uno dei pochi in cui effettivamente qualche muscolo umano sembra muoversi volontariamente. Nel corso di “Stray on Fire” vedo i primi fuggitivi defilarsi verso le bancarelle con in mano le buste più svariate. In effetti quest’anno i banconi rasentano l’imbarazzante: in alto a sinistra, il GoaBoa Seaside, sorta di dantesco rendezvous in cui gli artisti più disponibili si immolano di fronte a fan più o meno rompicoglioni e a ninfette di primo pelo alla ricerca dei primi palpiti stile “groupie, però solo di bocca”; manifattura squallida tipo Bottega Solidale dei miei coglioni che, ovviamente, viene a costare il 30% in più perchè “va ad aiutare i bambini in Africa” (e chi se ne frega: anche se mi aiutasse a scrollarmelo dopo che ho pisciato, 18 euro per una maglietta non te li sborso, stronzo) ; pessima letteratura distribuita da una sedicente etichetta “Bukowski”, sfruttando il fatto che, fra i rampolli della Genova bene, quel nome circolasse come massimo esempio di trasgressione (cazzo, dov’è “Lucignolo”?) ; uno stand di dolciumi siciliani in basso a destra, come il somaro della scuola nell’epoca gentiliana, confinato nell’angolino tanto per non nuocere a nessuno.
Il concerto si conclude con “Drained by Diamonds”, trascinata per la bellezza di 10 minuti con una cura che avrebbe meritato maggior fortuna e miglior pubblico.

Dopo una pausa di appena 10 minuti, ecco salire i francesi The Film: il disco mi aveva dato ben poco in cui sperare, un accettabile ma sterile glam revival con piacevoli incursioni nel beat classico, tutto abbastanza asetticamente.
Dal vivo, invece, i ragazzi riescono a rendere quell’energia che nel disco non veniva nemmeno lasciata intuire: vivacizzata da un panzuto sassofonista sosia di Frank Black, la formazione affida la sua carica ad una sezione ritmica non eclettica ma puntuale e ad un vocalist davanti a cui quel preservativo usato e riusato di Brian Molko dovrebbe soltanto che chiedere scusa di avere preferito la musica alla pulizia dei cessi. Poi scatta l'”Operazione Acchiappastronzi”, ovvero “Come Richiamare l’Attenzione della Massa Pur Non Essendo Cagati da Nessuno in Questo Paese”: parte “Can You Touch Me?”, conosciuta anche come “Oh, tipo, non è quel pezzo là della pubblicità della macchina? O dello yogurt, più?”. Ed infatti il tasso di pogatori improvvisati aumenta del 50%, col risultato di far rovinare i tacchetti alle sociopatiche alla moda arrivate apposta per Meg. L’intervista agli Yuppie Flu(a breve online) avviene nell’intervallo fra la fine dell’esibizione e l’inizio del concerto degli Offlaga Disco Pax: mentre intervisto Matteo (Yuppie Flu) parte la fantomatica “Kappler” e non riesco a trattenere una bestemmia di cordoglio pronunciata durante una sua risposta, col risultato di rischiare di sputtanarmi l’intervista. Dopo 20 minuti esco dal backstage, sia perchè m’ero rotto i coglioni di un Agostinelli che sembrava più scazzato che altro, sia perchè non potevo permettermi di perdere altro di quello che si stava scatenando on stage, fuggendo clamorosamente dallo spazio messo a disposizione dagli organizzatori a rotta di collo e facendo sorgere più di un interrogativo allo sbigottito frontman degli Yuppie Flu.

Gli Offlaga Disco Pax effettivamente offrono una prestazione maiuscola ed ipnotica, con Mastro Collini a declamare calligraficamente i suoi versi (su questo poi dovrei dire una cosa…ma questa è un’altra storia…) ed i due musicisti a destreggiarsi come dervisci tourners fra vecchi moog, chitarre elettriche e basso. Il pubblico, pur diminuito, si mostra insolitamente preparato e bendisposto nei confronti dei ragazzacci di Reggio Emilia: una impeccabile esecuzione di “Enver” culmina persino nella danza tribale e nell’urlo libero della parola chiave: PIANEROTTOLI. “Tono Metallico Standard” è una pausa di riflessione a cui tutti, giovani e meno giovani, dedicano i loro sguardi assenti, con Max e la sua intonazione effeminata a sfidare l’atmosfera poco consona del festival. Durante ogni pausa, Max si allontana di 10 passi dal microfono, prende solennemente la sua bottiglietta d’acqua e, nel bere, scruta clinicamente il suo pubblico, poi si riavvicina all’asta con l’andatura e lo sguardo di chi pensa: “allora, brutti figli di troia, adesso ricomincio: o vi va bene, oppure ve lo faccio andare bene io a furia di ginocchiate sulle gengive”. “Robespierre” è un altro momento magico, con i pochi quarantenni in platea a veder corrispondere i ricordi del Collini con la memoria di un passato nazionalpopolare…ovviamente non capendoci un cazzo, come noi giovani, del resto. “Tatranky” è un momento quasi da happening, introdotta come “la nostra rapsodia boema” (grazie, Max, per queste perle) e portata avanti nella sua lunghezza integrale senza paura di stancare: in effetti gli Offlaga Disco Pax sono gli unici a rientare nella categoria “post-rock avvincente che non scassa i coglioni dopo 90 secondi”. Alla fine dell’esecuzione, viene scagliata una dozzina di confezione di wafer…TATRANKY…su un pubblico vorace e feticista, che afferra al volo i trofei del testamento socialista in formato dolciume. Ringraziamenti con drum machine a ruota libera poco prima dello sgombero palco per una delle vette assolute del festival.

Nel frattempo, con la seconda birra entrata in circolo e la terza giunta a metà, cerco di obnubilarmi i neuroni in vista del temutissimo appuntamento di prima serata: la sfollata Meg si prepara, chanteuse dei nostri coglioni, a fare la sua entrata sul palco, avvolta in un costume-caramella gigante, capigliatura improbabile stile Charlotte Rampling in gioventù, insomma un pappagallo ospedaliero col piercing. Da quel momento in poi, infatti, l’affluenza aumenta vertiginosamente: alternativi di quart’ordine (col lavoro già assicurato dal babbo e minimo 150 euro in tasca, non dubitiamo) affollano la cima della piazza, con l’annunciatore a gridare orgogliosamente e spavaldamente la vicina entrata di Meg come neanche se avesse voluto dichiarare di aver fatto fist-fucking con Asia Argento. Mi allontano dal palco e cerco rifugio in una scipita insalata di riso che sembrava essere stata direttamente sudata dalla cameriera: le nenie bbbbjorkiane di Meg penetrano comunque il vetro ed inducono allo sbadiglio qualunque essere vivente provvisto di un numero di neuroni superiore a 2. “Senza Paura” vorrebbe essere un esotico momento scacciapensieri, ma offre soltanto l’occasione per rendere ancora più ridicola e macchiettistica l’esecuzione di Meg: il pubblico accorre comunque numerosissimo. L’impersonificazione della Gonorrea in persona (sempre Meg) riesce persino a deturpare frammenti della passata carriera con i 99 Posse con pessimi, avventati e fuori luogo arrangiamenti trip-hop ed electro, tanto per mettere in mostra un’estensione vocale che in fin dei conti non ha. L’annullamento del concerto di Whitey, in favore dell’allungamento dell’esibizione di Meg, accorcia ulteriormente la durata della manifestazione: il cagasotto, alla luce dei fatti di Londra del giorno prima, non si è presentato per paura che il suo aereo venisse dirottato da terroristi di non so quale Stato. Bastardo, spero che possa passare Al Zarqawi in persona a piazzarti un barile di tritolo sotto il sellino del triciclo.

I Rinocerose si esibiscono a partire dalle undici, ma sinceramente non mi ricordo un cazzo di loro, un po’ perchè ero già alla fine della quarta birra, un po’ perchè ho dovuto far mille giri per recuperare il manifesto del concerto di Beck, un po’ perchè sinceramente non mi piacciono i complessi che, col pretesto di far musicare, sfruttano dei poveri animali innocenti per costruirsi una carriera.
Gli LCD Soundsystem riescono invece a risollevare la situazione con un’esibizione tanto semplice quanto tonitruante, un catalogo della migliore tradizione electroclash suonata con lo spirito di una rock band: bravi, bravissimi davvero.
Peccato solo che non c’ero.

WHISPER


# Sabato, 9 Luglio

Sabato 9 luglio si sono conclusi alla Piazza del Mare presso la Fiera di Genova i concerti dell’edizione 2005 del Goa Boa Festival, la più importante manifestazione musicale della Liguria.
Sono stati tre giorni intensi di musica straordinaria, con artisti locali, nazionali ed internazionali di notevole pregio come Roy Paci & Aretuska, Offlaga Disco Pax, Max Gazzè, Meg, Yuppie Flu, Lcd Soundsystem e molti altri.
Anche la serata conclusiva si è svolta all’insegna di molta tra la migliore musica attualmente sulla piazza. Introduce la serata il cantautore genovese Denize, solo sul palco con la chitarra a proporre brani in stile lo-fi, come lui stesso ama definire il suo genere; si prosegue con i mantovani Super Elastic Bubble Plastic e il loro tiratissimo rock misto a punk e indie, il poliedrico Pier Faccini, musicista, attore e pittore, per presentare il suo disco d’esordio e gli applauditissimi Perturbazione con il loro ultimo album “Canzoni allo specchio”.
La francese Laetitia Sheriff conquista tutti con la sua straordinaria voce e il suo rock in stile Pj Harvey.
Dopo due anni di attesa, alle 22 salgono sul palco di Genova i Marlene Kuntz. Si inizia lenti con Bellezza, primo singolo estratto dall’ultimo lavoro “Bianco Sporco” e si prosegue con Primo Maggio, ma la prima scarica di energia arriva poco dopo con pezzi storici della band come 1° 2° 3°, Festa Mesta e Canzone di domani.
Godano sul palco è pazzo, si scatena con la chitarra tanto da far rimanere a bocca aperta chi ancora non lo conosceva. Non si fermano un attimo i Marlene, solo qualche pausa per ringraziare il pubblico davvero elettrizzato.
Si mischiano pezzi nuovi come Il solitario, Amen, con quelli vecchi come Cenere, Ineluttabile e a grande richiesta una meravigliosa Nuotando nell’aria, cantata in coro da tutto il pubblico. Un giovane sul finale del pezzo urla incessantemente “Cristiano ti amo!”, fa ridere un po’ tutti, anche Godano. Il concerto si conclude con l’immancabile Sonica, un concerto splendido, di quelli che non vorresti mai veder finire.

Dopo i Marlene si esibiscono gli Antony and the Johnsons, una vera sorpresa. Sul palco Antony al piano ci regala una performance carica di tensione e di emotività insieme al suo gruppo, un ensemble composto da archi, basso, piano, batteria e fisarmonica.
Ci propongono prevalentemente brani dall’ultimo lavoro “I’m a bird now”. Si comincia con la bellissima My lady story, il pubblico rimane incantato dall’atmosfera che Antony crea con il suo blues al piano e la sua straordinaria vocalità gospel.
Si continua con For today I’m a boy facendo poi un salto indietro ai precedenti album e il concerto si conclude con la splendida Hope there’s someone, uno dei momenti più toccanti della serata. Da brividi.

In una cornice definita dallo stesso Manuel Agnelli durante la conferenza stampa “suggestiva ed emozionante proprio perché in riva al mare”, a mezzanotte salgono poi sul palco gli Afterhours. Manuel entra in silenzio, si siede al piano e fulmina il pubblico con L’estate, unico brano della scaletta tratto da “Non è per sempre”, si prosegue con Ballata per la mia piccola iena e il terzo è tutto per noi, con una dedica speciale da parte di Manuel: “Purtroppo non veniamo spesso a suonare in questa splendida città, ma la prossima canzone è per voi genovesi e ve la dedico con tutto il cuore, si intitola: Sui giovani d’oggi ci scatarro su”, risata generale e si balla ancora di più.
I momenti più emozionanti sono quelli riservati a Rapace, Dea e Quello che non c’è, su quest’ultimo pezzo si avverte una forte emozione fra il pubblico, tanto che una ragazza al mio fianco scoppia letteralmente in lacrime.
Ancora pezzi dell’ultimo lavoro come La sottile linea bianca, certamente tra i più riusciti, seguono Carne Fresca, Il sangue di Giuda e di nuovo indietro con Bye Bye Bombay e Sulle labbra; sul finale di Plastilina c’è chi grida “Manuel Presidente dell’Italia!”, Agnelli se la ride e pare borbotti qualcosa sul premio Nobel, in risposta alla proposta lanciata dal fan.
Sono in forma gli After e si sente, fantastico come sempre al violino Dario Ciffo, uno dei punti cardine del gruppo. Escono dal palco, ma solo un istante, non è finita qui. Rientra Manuel da solo con chitarra per proporre un’inedita versione lenta di Non sono immaginario, poi tornano tutti sul per il finale. Dal pubblico piovono richieste di ogni tipo, Manuel si dichiara dispiaciuto di dover terminare, dice “Non ce la faccio a farle tutte, vi suoniamo questa” e attacca con Strategie, totalmente inaspettata e per questo ancor più gradita. Il concerto si chiude così, in un clima di grande sintonia fra il pubblico e i musicisti che reciprocamente si ringraziano.
Il Goa Boa Festival si chiude con i genovesi Port Royal e il loro sound al confine fra l’ambient e l’elettronica. Una degna conclusione per una serata di rara intensità.

Elisa Tiezzi

Tutte le foto del 9 Luglio
N.B. : le altre foto sono tratte dal sito www.goaboa.net

A breve on-line tutte le interviste a Perturbazione, Super Elastic Bubble Plastic e Yuppie Flu del sempre ottimo Whisper.

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