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NEAPOLIS FESTIVAL 2005 – Napoli, 7-8 luglio 2005

Il Neapolis Festival 2005 si preannuncia davvero interessante. Ben tre palchi ed una sezione riservata ai gruppi emergenti. Anche un po’ di imprevisti…
Nella buona e nella cattiva sorte, noi ci siamo..
Per riprendersi ci vorrà del tempo…

reportage a 4 mani di Antonio e Piero Merola

tutte le foto del NEAPOLIS FESTIVAL 2005

A TOYS ORCHESTRA
BATTLES
NOMEANSNO
PIANO MAGIC
RESINA
LCD SOUNDSYSTEM
AFTERHOURS
KRAFTWERK
KASABIAN
HOOD
TOM McRAE
MARLENE KUNTZ
TORI AMOS
NICK CAVE

Gli A TOYS ORCHESTRA giocano in casa, o quasi. Vengono da Salerno e, con il loro secondo lavoro “Cuckoo boohoo”, si sono ormai affermati come uno dei nomi più seguiti del panorama indie italiano. Con il loro approccio lo-fi tra Calexico e Grandaddy, intuizioni sperimentali alla Blonde Redhead ed ottime aperture melodiche che ricordano gli Sparklehorse, riescono a coinvolgere subito i pur pochi presenti con la schizofrenia di ”Panic attack #1, la voce fiabesca e ammaliante di Ilaria nella sognante ”Locomotive”. L’altra voce, Enzo, dal timbro più beatlesiano e melodioso, guida la malinconia suburbana di ”Peter Pan sindrome”, arrangiata con un’apprezzabile originalità, tra tastiere e effetti futuristici. Di ben altro tenore la saltellante ironia post-grunge di ”Modern lucky man”. Saranno famosi.

E’ quindi il turno dei BATTLES, quartetto fondato da John Stanier, glorioso batterista di Helmet e Tomahawk, in grado di realizzare tre EP e un LP in meno di dodici mesi. Per un post-rock la cui sperimentazione è portata all’estremo della destrutturazione della forma canzone con suite strumentali guidate dalla batteria incontenibile del leader John (non a caso la batteria, con un piatto che cattura l’attenzione di tutti, perché montato ad un’altezza improponibile), in un tappeto groove di funky-dub e una particolarissima tastiera acida quanto un Hammond. Da segnalare la malata ”Dance” e la frankzappiana ”B + T”. Il problema è la monotonia che viene fuori per via dell’inevitabile limitatezza della tastiera-voce. Con un buon cantante sarebbero un gruppo da seguire con molta attenzione.

Sulla copertina della recente raccolta dei canadesi NOMEANSNO si legge How fucken old are NoMeansNo? Give it up grandads! (Quanto cazzo sono vecchi i NMN? Dateci un taglio, nonni!), all’insegna dell’autoironia. Ed è davvero impossibile non sorridere nel guardare questo trio di ultracinquantenni un pò attempati, più che brizzolati, dimenarsi come dei ventenni nel loro post-punk con suggestioni hardcore, funk e garage. Grande energia unita ad una grande tecnica.

I PIANO MAGIC, da dieci anni, producono lavori di ottimo livello restando immeritatamente nella dimensione dell’underground. Il recente “Disaffected” è uno dei lavori in assoluto più validi di questi primi sei mesi di 2005. La voce di Glen Johnson ha un timbro molto magnetico ed espressivo che non può non richiamare alla mente quella di Gore. Ma il rischio di sembrare un’altra delle band figlie illegittime dei Depeche Mode è eluso con intuizioni melodiche tra shoegaze e Bark Psychosis. Atmosfere molto evocative e notturne, dalla crepuscolare (quanto mai adatta all’orario) ”You can hear the music” nelle sue improvvise esplosioni finali da brivido che svaniscono evanescenti nella notte. ”Night of the hunter”. Di una bellezza opprimente. ”Love & music” è invece un dream pop meno tetro che seduce subito, anche chi non ha mai sentito parlar di loro. Concludono in tradizione post-rock con feedback e interminabili dilatazioni. Davvero coinvolgenti.

Ci sarebbe da fermarsi per godersi la botta, ma non c’è tregua. Bisogna subito spostarsi nell’arena dove l’esibizione dei RESINA, noti soprattutto per la mente elettronica dei 99 Posse Marco Messina e le sue manipolazioni tra trip e psichedelia, sta per volgere al termine.

Gli LCD SOUNDSYSTEM presentano il punk-funk dell’ album omonimo pubblicato lo scorso Gennaio. Il gruppo di James Murphy apre con i tocchi di hip-hop di Beat Connection ed il funk centrifugato di Give it up e si ha l’ impressione di ascoltare la fusione di Brian Eno, dei Kraftwerk, dei Can e dei Fall. Tribulations è un perfetto elettro-pop e Movement sembra avere l’ effetto di un rock potente. Anche se vola in un lampo il set è davvero potente e coinvolgente. La band chiude il concerto con la techno-trance Losing my edge e con le due versioni davvero belle di Yeah.

Gli AFTERHOURS purtroppo non suonano più. Difficile riuscire a spiegarlo alla maggior parte dei presenti che è venuta a Napoli per loro, ma ci sono stati dei problemi con l’ organizzazione locale. Si possono considerare tutti i punti di vista della questione, ma una cosa è certa: Mr. Agnelli si batte per la scena italiana e perché i gruppi italiani vengano considerati alla stregua di quelli stranieri. E lo fa da tempo. Ma questa è un’ altra storia.

Perché dopo tocca a loro. I KRAFTWERK. I veri eroi della serata. Ralf Hütter, Florian Schneider (i fedelissimi) Henning Schmitz e Fritz Hilpert. Il quartetto di Dusseldorf che ha sconvolto la scena musicale degli anni 70 reinventando il pop con la rigidità, il minimalismo, la precisione e la ripetitività del linguaggio elettronico. Il riflesso di una società in cui già da allora l’uomo iniziava inconsapevolmente a perdere la propria individualità in un’esperienza umana ridotta alla stregua dell’esperienza di una macchina. E quale inizio migliore se non ”The Man Machine”? Introdotta dall’inquietante voce robotica che li ha resi unici ed inimitabili mentre una dopo l’altra appaiono sul sipario le ombre dei quattro androidi. Si apre il sipario. L’arena è ormai stracolma. Ed è delirio. Abito nero e cravatta. Postazioni abbinate all’abbigliamento che lasciano intravedere solo i monitor dei loro computer. Il resto della strumentazione resta un mistero. Dietro di loro un megaschermo con dei giochetti visivi che scompongono, incastrano e incrociano il titolo della canzone. E’ solo l’inizio della lunga ipnosi audio-visiva. Si segue la scaletta del live “Minimum Maximum” uscito poco tempo fa che cerca di raccogliere le fasi salienti della loro lunga carriera. Le suggestioni più dance, melodiche e patinate, dalla cybernetica ”Planet of visions” passando per le tre reprise di ”Tour de france” alla vintage e decadentista “The Model” con una cura delle immagini che scorrono nello schermo sempre essenziale e di grande impatto emotivo. Come nella pulsante elettronica di ”Vitamin” dove il testo si alterna ad una riproduzione ossessiva di pillole e pasticche quanto in ”Numbers” dove sono però le cifre e i numeri a rappresentare l’unità da scomporre e decomporre. Immancabile l’attesissima cavalcata autostradale di ”Autobahn”. Wir fahren, fahren, fahren auf der Autobahn che molti stravolgono cantando FunFunFun. Ma va bene comunque perché c’è sì chi reagisce anestetizzato allo spettacolo, ma c’è anche chi balla e si dimena che neanche nella peggiore discoteca.
Il tema dei viaggi è ricorrente, nel futurismo della suggestiva traversata della locomotiva del ”Trans Europe Express” dagli Champs Elysee di Parigi ai bar notturni di Vienna, fino alla natìa Dusseldorf tra improbabili incontri con Iggy Pop e David Bowie. ”Radioactivity” è il momento più angosciante con la voce robotica rievocativa quanto inquisitoria.
Il suono, neanche a dirlo, privo della benché minima sbavatura, si mantiene sempre su eccellenti standard di pulizia e intensità. Alla riapertura del sipario in ”The robots” entrano in scena gli scheletrici manichini mentre la lunga coda finale è tutta da ballare sull’emblematica ”Music non stop”. L’ossimoro della freddezza dell’elettronica resa calda e viva dalla genialità di questo pezzo di storia della musica. Leggendari.

Ma non è finita qui. Ultima band a salire sul Metropolitan Stage, i KASABIAN. Dopo l’interminabile soundcheck guidato dal backliner più tartassato della serata, per via dell’età più che della flemma inglese (Tornatene ai NoMeansNo! Nonno! Va’ in pensione!). Per qualche problema tecnico saranno costretti ad eliminare quattro brani dalla scaletta. Riescono comunque a chiudere bene la lunghissima maratona di questa prima giornata. Lo show è aperto dall’interludio ”Pinch roller” che introduce la torbida ”I.D.” dove a mantenere la scena è il poderoso basso di Chris Edwards, sicuramente il meno appariscente tra i bellocci della compagnia. Sempre sospesi tra Primal Scream, brit e personali intuizioni elettroniche si alternano alla voce il timbro più pop e adolescenziale di Tom Meighan e quello più rabbioso e deciso del chitarrista e compositore Sergio Pizzorno (origini chiaramente italiane e autore di tutti i brani). Il sapore di già sentito è palese nell’involontaria cover di “Just” dei Radiohead che è ”Cutt off” o nell’intermezzo molto “Three Imaginary Boys” nella ritmica avvolgente di ”Processed beats”. Il tormentone televisivo L.S.F. cattura l’attenzione anche dei più distratti e scettici. Ma sarebbe comunque ingiusto farli passare per una band tutta Mtv, plagi e pubblicità. E’ fuori discussione che per essere degli esordienti abbiano scritto canzoni con melodie molto efficaci ma originali. Si pensi alle travolgenti ”Reason is treason” e la conclusiva incontenibile ”Club foot”.
Da aggiungere, poi, che almeno loro, inglesi di Leicester, si siano ricordati di ricordare. Il bellissimo beat post-moderno di ”Test transmission” è dedicato a Londra e alle vittime degli attentati. Ma lo spettacolo deve continuare.

Gli HOOD sono un altro gruppo che si presenta al Neapolis con all’attivo dieci anni di carriera, quasi da perfetti sconosciuti, e, soprattutto, un gran bel disco di recente produzione, “Outside closer”. Atmosfere dilatate, spaziali, eteree. Ricordano da vicino i Radiohead più sperimentali e gli Air. Nonostante diversi inconvenienti tecnici e un orario non adatto a vibrazioni di questo genere fanno la loro figura. La modestia dei rossi fratelli Chris e Richard Adams poi lascia il segno e non può che essere ripagata con applausi di incoraggiamento e approvazione. Ottima vena melodica, ripescano vecchi brani presentandone di nuovi, tra cui spicca su tutti l’irresistibile ”The lost you”.

TOM McRAE ha il difficile compito di aprire il concerto di Tori Amos e presenta il suo ultimo recentissimo lavoro intitolato “All maps welcome”. Il disco comprende un insieme di ballate un po’ malinconiche, molto ben orchestrate e senza elettronica. Molto apprezzate le sueFor the restless e The boy with the bubblegum.

Per i MARLENE KUNTZ la situazione non è delle più privilegiate. Suonare metà concerto in contemporanea con Tom McRae e l’altra metà in contemporanea con Tori Amos. E come se non bastasse c’è già chi inizia a prendere i posti migliori all’interno dell’arena per il gran finale. Ma a loro importa poco. Puntuali, senza giochetti e ritardi strategici, salgono sul palco. Un’altra dimostrazione di umiltà per chi ancora avesse qualche dubbio sugli atteggiamenti di Cristiano e compagni. La nuova formazione con Gianni Maroccolo al basso e Rob Ellis alle tastiere è ormai affiatata, e, dopo l’usuale introduzione di ”Bellezza” si inizia a spingere sull’acceleratore con l’incontenibile ”Canzone di domani”, accolta da un’ovazione quanto gli altri due brani della prima parte del concerto ripescati da “Catartica”, la violenta ”1°2°3°” e l’immancabile ”Festa mesta”, ormai rallentata in una ritmica quasi new-wave che tuttavia non frena il consueto pogo scatenato del pubblico. Cristiano e Riccardo torturano le chitarre come ai tempi in cui era risaputo facessero solo noise. Un po’di nostalgia c’è. Menzione particolare anche per ”Primo maggio” e ”A fior di pelle” che, se in album faranno pure storcere il naso a qualcuno, dal vivo fanno scintille. Le nuove suggestive ”Amen” e ”Il solitario” aprono la seconda parte, più trattenuta. L’innesto di Rob Ellis si rivela sempre più decisivo negli arrangiamenti, la voce è al top, la sezione ritmica non fallisce un colpo. I classici ”Nuotando nell’aria” e ”Ineluttabile” di un’intensità e una carica emotiva ritrovata. Ma il momento migliore deve ancora arrivare. ”E poi il buio” (Questo è un brano particolarmente adatto a questo momento della giornata) e ”Schiele, lei, me” (senza basso e batteria). I dieci minuti più emozionanti dell’esibizione. Cristiano, teatrale da lasciare senza fiato, urla, gesticola, si dispera. Magari Nick Cave ha mantenuto la promessa di andarli a vedere dopo il suo soundcheck nascosto chissà dove, e lui ce la mette tutta per dare una prestazione coi fiocchi agli occhi del suo dichiarato modello.
Ma il pubblico vuole tornare a saltare. E arrivano travolgenti più che mai ”Cenere” prima, ”Sonica” poi, proprio a ribadire questa ambivalenza dei Marlene. Chiude la notturna ”L’inganno”. Per motivi di tempo salta il bis. Ci si aspettava un’apparizione speciale di Warren Ellis (il violinista di Cave che ha collaborato in “Senza Peso”) ma il grande stato di forma di un Cristiano ispiratissimo cancella presto la delusione.

TORI AMOS entra correndo. Si siede sullo sgabello tra due strumenti: un piano a coda per le melodie ed un hammond utile a sostenerle. Inizia il suo set con Original Sinsuality, brano cardine del suo ultimo lavoro intitolato “The Beekeeper”. Riesce fin dall’ inizio a stabilire un’ atmosfera magica all’ interno dell’ Arena e, dimenandosi sul suo gabellino, viene illuminata dalla luce rossa di una scenografia davvero molto bella. Prosegue con Crucify, una delle sue canzoni più conosciute e risalente a quella parte della sua carriera in cui duettava con Robert Plant e Maynard Keenan. Dopo Sweet the sting ed Amber waves la serata viene impreziosita da una versione molto intimistica di Purple rain di Prince. La cantautrice continua a fissare il suo pubblico, sembra farlo diritto negli occhi. Vuole concludere la serata così, interagendo con i presenti e regalando tre splendidi pezzi di fila: Cars and guitars, Spring haze e chiudendo con Barons of Suburbia. Tori esce correndo, proprio come era entrata. Lascia dietro di sé un alone di magia.

L’arena è in fibrillazione già all’ingresso in scena dei tre semi cattivi che accompagnano NICK CAVE nelle solo-performance. Warren Ellis (leader dei Dirty Three) al violino, Jim Sclavunos (ex-Sonic Youth e Cramps) alla batteria e Martyn P. Casey al basso. Quando Re Inchiostro fa capolino nel furore introduttivo della ballata ”West country girl” riletta in chiave diabolica, la fibrillazione diventa un esagitato entusiasmo misto a soggezione. Perché essere a pochi metri da un altro personaggio fondamentale della musica dell’ultimo ventennio, nonostante un certo distacco sia accentuato dall’eccessiva distanza tra cavea inferiore e palco, è un’esperienza quasi mistica.
”Abattoir blues” placa l’agitazione, ma si prevede una continua altalena di atmosfere. Lui sfodera alla grande le sue qualità di bluesman. E il suo peculiare timbro quasi baritonale come nella spettrale ”Red right hand” dove improvvisi sussulti noise guidati da secchi colpi sulla tastiera del suo pianoforte sono dei flash allucinanti. Sussulti che si riassestano riportando la ritmica nel torpore notturno. Sempre seduto e, apparentemente, tranquillo offre una disperata ”Wonderful life” che esplode nel finale tra i fendenti dell’imprendibile violino. Ci si aspetta la tempesta, ma arriva uno dei momenti più romantici e rilassati. ”Babe, you turn me on” dedicata a sua moglie Susie. Perché è d’obbligo ricordare che la vita di eccessi e sregolatezza tra Londra e Berlino è ormai solo un vecchio ammonitorio ricordo. Cave è ormai un marito fedele, con moglie e figli, con un personale percorso mistico tutt’altro che strumentale e artificioso. La svolta introspettiva iniziava con “The Good Son” da cui ripesca la lirica ”The ship song”e ”The weeping song” dove si sopperisce all’assenza nel controcoro di Blixa Bargeld con il violino narrante di Ellis, sempre ricurvo, con le spalle al pubblico, preso da quello strumento che sembra proprio parte di lui. Nick sente la lontananza del pubblico. Tra i due capolavori, per interpretazione e atmosfera della prima parte dell’ultimo album, ”Messiah ward” e ”Cannybal’s hymn” inserisce la sommessa ”Rock of Gibraltar” e cerca di avvicinarsi alla folla. Qualcuno riesce a scavalcare lanciandosi verso il palco. La sicurezza dapprima non interviene poi si fionda sul palco per allontanare un ostinato invasore. Lui risponde con un sarcastico Take it easy, brothers. Ciò fa perdere un po’ di atmosfera, recuperata subito con un’altra rielaborazione, questa volta della leggiadra ”Henry Lee”. Trasformata in un canto spietato e macabro. Accolta da un boato la funerea ”The mercy seat”, introdotta da ”Mercy”. Disperata. Toccante. Angosciante. Manca il fiato. Sembra esplodere da un momento all’altro, ma svanisce legandosi ad una composizioni recenti più acide e graffianti. ”Hiding all away” dove il blues incontra il noise più torbido e perverso.
In ”God is in the house”, uno dei brani più rappresentativi della svolta mistica, chiede il silenzio. La voce sembra singhiozzare nel finale sussurrato. Hallelujah. Eclettico più che mai nella sua varietà di timbri, si conferma davvero come uno dei migliori cantanti viventi. La tregua non può durare a lungo. Il ritmo tribale degli assatanati Jim e Martyn introduce il caos apolittico di ”Tupelo”. Lui smilzo e agile, come se non fossero passati vent’anni si dimena e salta da una parte all’altra del palco. Un furore collettivo che annebbia la mente.
Il bis è aperto da ”The lyre of Orpheus” dove chiede l’aiuto del pubblico nel controcoro Oh mama. Poi una ”Stagger Lee” molto rallentata che lascia l’amore in bocca fino alla consolazione dello straziante assolo conclusivo dove Warren non finisce di stupire suonando il violino come se fosse una chitarra. I colpi secchi e coordinati di basso, piano e batteria sono un brivido lungo la schiena. E’ la cattivissima ipnosi di ”Jack the ripper”. L’accompagnamento avvolgente dei tre semi cattivi plasma con la voce un fuoco impazzito in un’atmosfera da incubo. E’ l’ultima tempesta prima della quiete finale. Si è tutti sotto l’effetto di un’anestesia. Un virus che blocca i muscoli e i sensi. Per riprendersi ci vorrà del tempo…

Antonio e Piero Merola

tutte le foto del NEAPOLIS FESTIVAL 2005

www.neapolis.com

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