Interviste

Intervista agli YUPPIE FLU

Lo sapevate che sono la band italiana che ha stregato Thom Yorke dei Radiohead? Sapevate il perchè del titolo del nuovo “Toast Masters”?

Questo e altro nella nostra intervista agli Yuppie Flu.

Intervista di Piero Merola

Due e mezzo di notte. Sanarica, paesino nell’entroterra salentino che per una sera diventa rifugio e oasi per i rockettari del luogo esasperati dallo strapotere del reggae e della pizzica.
Gli Yuppie Flu hanno aspettato la fine dell’esibizione dei Tre Allegri Ragazzi Morti per smontare l’attrezzatura. Approfitto di una pausa di Francesco, il bassista per ricordargli dell’intervista già concordata.

Sono una decina di domande, magari ne faccio un paio a te e poi le lasci agli altri…
Me le prendo anche tutte. Non ti temo. Almeno è una scusa per non aiutare gli altri a smontare.

Prima ancora di iniziare, il colloquio è già interrotto dal furioso Luca dei Tre Allegri contrariato per la presenza di finanzieri all’entrata dello stadio. Siamo in guerra, cazzo, siamo in guerra. Sono solo idrocarburi. Andrà a finire che uno verrà fermato dai cani antidroga perché trasporta olii vegetali . Mettilo come titolo incalza Francesco. E così sia…

OLII VEGETALI
Perché un titolo del genere per il vostro nuovo lavoro TOAST MASTERS?
Il titolo, che in inglese significa appunto Maestri del brindisi si riferisce ad una professione molto popolare in Inghilterra di chi è incaricato per celebrare eventi, feste, inaugurazioni con un discorso speciale. Il tutto proponendo un brindisi. E’ gente molto simpatica, un po’ sbronza con divisa, camicia e cappellino rosso. Abbiamo scelto quindi questo titolo per dare subito l’idea di un disco solare, frizzante.
Se si brinda c’è sempre un buon motivo.
Era un nostro proposito un disco di questo tipo.
Hai già risposto a due domande che vengono dopo.
L’importante è non dare domande e risposte come Berlusconi. Scrivi e sottolinea che riguardo a tutto ciò che dice Berlusconi noi siamo sempre contro (risate).
Se la prossima volta vi chiedessi di approvare un’intervista con risposte già scritte, saresti ancora contrariato?
In questo caso sarei d’accordo, è una buona idea(risate).
Disco molto diverso dal precedente, malinconico e più elettronico DAYS BEFORE THE DAY, deriva da qualcosa di particolare questa scelta di cambiare?
No, volevamo solo fare un disco più solare, frizzante, con più chitarre. Un disco che dal vivo avesse un certo mordente, un’energia più rock e diretta.
Dopo un primo ascolto mi son passati nella mente nomi quali Grandaddy, Weezer, addirittura gli Strokes. Le tastiere poi danno un tocco di originalità in più.
Che dire di più? Ti ringrazio.
Come sta reagendo il pubblico? Avete notato un brano particolarmente richiesto e apprezzato?
Sta reagendo abbastanza bene. Sicuramente il brano nuovo più apprezzato e richiesto è il nostro singolo “Our Nature”.
Del quale inizia ad andare in rotazione il video…
Molto spassoso. Il bello è che è così come lo vedi. Una festa improvvisata a Milano con degli amici dove noi facciamo la nostra parte, suonando. Tutto senza un particolare copione o altro. Tutto in maniera molto spontanea.
Molto diverso dall’incredibile video di “Food for the ants”.
Beh, lì volevamo dare un altro tipo di messaggio. Credo…
Domanda poco adatta all’orario.
Proverò a concentrarmi.
In un’intervista Manuel Agnelli ha definito provincialismo la scelta fatta da molti gruppi rock italiani di cantare in inglese perché ciò relega l’Italia allo status di provincia. Come vi spiegate allora il fatto che voi, che comunque venite da una realtà già di provincia come Ancona, stiate già riuscendo a imporvi all’estero mentre band quali appunto Afterhours o Marlene Kuntz abbiano faticato e fatichino ancora nell’impresa?
Questo è difficile da spiegare. Rientra un po’ in una questione di gusti. Riguardo il resto, inizio col dire che noi, oltre alla stima sul piano musicale, siamo molto amici di Manuel e degli Afterhours quindi sappiamo benissimo che non puntasse a stuzzicare noi o qualcuno in particolare. Poi posso esprimere il mio punto di vista che è quello di chi crede che ognuno faccia e debba fare ciò per cui si sente meglio portato. Siamo tutti nelle condizioni di fare il cazzo che ci pare. E per quel cazzo che ci pare siamo destinati ad andare su e giù. Credo sia doveroso evitare di commentare la scelta individuale di un gruppo per una lingua o l’altra.
Le vostre influenze sono cambiate?
Secondo le definizioni correnti, abbiamo iniziato con l’ascoltare molto new-garage rock che poi, totalmente esasperati, abbiamo mandato a farsi fottere. Quindi siamo passati a qualcosa di meno recente, più genuino. Il vecchio garage rock. Non perché ci piacciano i gruppi che fanno garage-rock ma perché apprezziamo quell’impostazione. Poi ci abbiamo dato dentro con molto indie-rock, cose sempre tirate, vivaci, semplici. In parte, più che vicine al nostro album d’esordio AUTOMATIC BUT STATIC.
E ora un breve resoconto sull’esperienza del tour all’estero che ha toccato Germania e Inghilterra.
Un’esperienza molto positiva. Molto divertente, sul serio. Abbiamo ricevuto una risposta curiosa. Suonare in un locale con 40 persone di cui almeno 39 si divertono a ballare come dei matti. Anche se è un’esibizione particolarmente di merda. Se apprezzano restare a far casino, sempre sbronzi e in delirio, se non apprezzano vanno via senza dar fastidio.
In Italia invece si fischia subito…
Guarda, per fortuna a noi non è mai capitato.
Vabè, dicevo in generale, voi siete bravi…
Troppo gentile. (risate)
Non c’è di che. Germania o Inghilterra quindi? Dove tornereste con piacere?
Personalmente in Germania, in quei localini è davvero uno spasso.
Spesso siete presentati come la band italiana che ha stregato Thom Yorke dei Radiohead. Com’è andata veramente? Siete rimasti in contatto?
Spesso questa storia è riportata con qualche imprecisione. Una volta per tutte, è andata così…
Qualche giorno dopo la nostra esibizione alla BBC, i Radiohead si trovavano negli studi per una session mentre i tecnici montavano il filmato della nostra esibizione. E niente, sono rimasti molto colpiti dalla nostra performance tanto da contattare i responsabili della trasmissione per chiedere notizie su di noi. Da loro ci è stato quindi riferito subito questo apprezzamento. Molto ma molto lusinghiero.
I contatti però son praticamente finiti lì. Nel senso che io mi sarei aspettato che ci mandassero un assegno di 10mila euro (risate) e invece ci hanno solo mandato un’email per manifestare tale apprezzamento.
Un’email che vale più di un assegno…
Guarda, diciamo che, con la crisi economica di adesso, vale come un assegno. (altre risate)
I Radiohead. Mica il primo che passa…
Beh, dai si sa che i Radiohead sono una delle band più importanti di sempre. Non può che essere un’enorme soddisfazione.
Una di quelle soddisfazioni che ti fanno dire ”Dopo di ciò potrei anche smettere di suonare, felice e contento”.
No, quello mai. Noi vogliamo continuare, raggiungere e superare i Radiohead (risate).
Ora torniamo sul leggero. Consigliaci qualche nome nuovo della scena italiana.
Senz’altro Midwest e A Toys Orchestra.
Questi ultimi, la prima volta che li ho ascoltati, li ho un po’ associati a voi come ispirazione.
Ci fa piacere. Noi forse non ce ne accorgiamo. Ma ci fa molto piacere se si tratta di una band che apprezziamo. E loro, specialmente dal vivo, spaccano.
Altri nomi?
Ci aggiungo i nomi della scena indie-rock, vecchi e nuovi, dai Pecksniff ai Giardini Di Mirò passando per la recente svolta pre-rock dei Julie’s Haircut. Poi siamo molto orgogliosi delle band della Homesleep, la nostra etichetta. Ti consiglio un nome che uscirà nel prossimo autunno-inverno. I Micecars, prodotti da Matteo, il nostro cantante/chitarrista. Poi c’è un altro gruppo che lodiamo spesso, ma in questo momento, e a quest’ora, non mi viene il nome. Ma sono tranquillo, perché loro sanno che parliamo di loro. La scena italiana è in movimento, sono convinto che nascerà qualcosa di molto buono, che si affermerà stabilmente almeno a livello europeo. Ne sono veramente convinto.
Facendo qualche nome non italiano, invece?
Su tutti i Polyphonic Spree, una band sperimentale con 35 elementi. Diciamo che sono i Flaming Lips con un coro polifonico. Poi certamente gli Unicorns senza dimenticarsi di rendere omaggio al gran ritorno dei Dinosaur Jr.
Nell’intro di “Stray on free” invece del sample giusto è partita “Michael” dei Franz Ferdinand.
Eh ma noi siamo così. Ci si diverte…
E una cover in scaletta, “Plain song” da Disintegration dei Cure. Irriconoscibile.
Effettivamente è un po’ stravolta, ma ci serviamo di un suono di campanellini per introdurla affinché si riconosca subito. Solitamente la eseguiamo prima del nostro “classico” “Order the player off the field”.
Ultima domanda. Che futuro per gli Yuppie Flu?
Sappiamo che cambieremo ancora. Non in maniera radicale, ma nella maniera in cui abbiamo sempre cercato di reinventarci. L’importante è cercare di non ripetersi andando comunque verso una determinata direzione. Abbiamo in mente qualcosa di veramente nuovo. Vi stupiremo…
Piero Merola

www.yuppieflu.net

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