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Sigur Rós – Takk…

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“TAKK…” arriva tre anni dopo “( )”. Vuol dire “grazie” e, a detta del cantante e chitarrista, Jonsi Birgisson, è un disco felice e ottimista. Ma con un’eredità scomoda. Quella di fronteggiare i paragoni con l'eccellente predecessore. Quasi la stessa eredita dello stesso “( )” che era riuscito però a ripetere senza problemi il successo dello sconvolgente “Ágætis Byrjun”.
Non più indipendenti, passati a una major, non cambiano però mentalità e propositi.
Al contrario, sembrerebbe un paradosso, nel nuovo lavoro manca una potenziale canzone da mainstreaming al livello di “Svefn-g-englar” (alta rotazione su Mtv) o “Njosnavélin” (colonna sonora di “Vanilla Sky”). Il suono Sigur Rós è ormai plasmato e inconfondibile. Un po’ come in “( )”, troviamo dei brani con melodie tutt’altro che immediate, arrangiamenti compositi e avvolgenti, irrinunciabili vampate post-rock e shoegazer. Emerge però una minore propensione a dilatazioni che lasciano il posto ad aperture sinfoniche più frequenti e curatissimi inserti di archi e tastiere, sempre adeguati e mai eccessivi.
Altra novità significativa è rappresentata dal momentaneo abbandono dell’hopelandic, la lingua inventata da Jonsi che avevo reso inimitabile l’indecifrabile “( )” con le sue otto tracce senza titolo. Per il sollievo di qualcuno, questa volta, contro la loro indole, (“Trovare dei titoli per i nostri brani è una fatica alla quale rinunceremmo volentieri”) hanno assegnato un titolo alle undici tracce che scorrono nei sessantacinque lunghi minuti di “TAKK…”.
L’omonima apertura, un tripudio di campanellini, è il prologo ideale per iniziare a immergersi nelle atmosfere oniriche e rarefatte di un disco aperto dalla vellutata “Glósóli”. Il singolo, che si manifesta in un chiarore intorbidito da un anomalo scratch di sottofondo e dal caratteristico stridore delle corde della chitarra pizzicate dall’archetto di violino. La tensione cresce fino ad esplodere ricordando da vicino i Mogwai. La voce si perde, disorientata tra i tuoni della devastante batteria di Orri e le distorsioni di una chitarra crudele e annebbiante.
La celesta, elemento caratterizzante dell’album, chiude la scena e apre alla romantica “Hoppipolla”, il brano più veloce e movimentato nell’incalzante ritmo scandito da piano e batteria. Tra fiati, violini e il falsetto ipnotico di Jonsi che sembra più che mai la risposta maschile a Björk.
Nella sincopata ”Með blóðnasir” i controtempi esaltano la linea melodica delle tastiere confermando la loro mai nascosta vocazione post-rock.
Con ”Sé lest” si ritorna a respirare aria di Islanda. Una lunga suite dove celesta, xilofono e voce sembrano raccontare una di quelle fiabe nordiche, eccentriche e angoscianti, tra gelidi controcori ed emozionanti sviolinate da lasciare senza fiato. Il tappeto di tastiere di Kjartan disegna paesaggi freddi e desolati. Suggestioni rievocative emergono in improvvisi pathos che si affievoliscono intimoriti fino alla liberatoria e festosa sinfonia finale tra walzer e Beatles di Sgt. Pepper.
Sicuramente uno dei momenti migliori dell’album insieme a ”Sæglopur” e ”Gong”.
La prima nasce da un piano caldo e new-wave che ricorda non troppo da lontano “Because the night” di Patti Smith, in cui si inseriscono i gorgheggi di Jonsi tra rumorini ambient e sognanti campanellini. Ammaliante. L’incantesimo è rotto dal brutale cambio di tempo innescato dal secco basso di Georg e dai timpani, spietati, che dilatano il brano in un fuoco confuso. Ma i violini spengono subito il fuoco nella nostalgica chiusura orchestrale.
La seconda è un distillato di malinconia. Gli archi delle Amina (fedeli collaboratrici) aprono ad un arpeggio dream-pop. Rassegnato, poi disperato nei vocalizzi, il canto di Birgisson si inserisce in un’ossatura dark e claustrofobica. La base ritmica, dopo un breve solo che sembra uscito fuori da Kid A dei Radiohead, si spegne improvvisamente in un piano spettrale. Tutto si riaccende in un turbine da disastro naturale. Le dissolvenze di piano e archi fanno riemergere l'arpeggio che si lega con eleganza al brano successivo, ”Andvari”. Qui le reminiscenze Radiohead sono ancora più eloquenti, sia nell'accompagnamento che nel cantato, dove la malinconia si manifesta in un ipnotico e delicato lamento.
Completano l’album ”Mílanó, dalla città in cui fu provata per la prima volta, toccante post-rock sinfonico che alterna soffusi sussurri a crescendo solenni, ”Svo hljótt”, apertura alla Pink Floyd e vertiginose accelerazioni che ne turbano la tranquillità e ”Heysátan” (a dispetto del titolo, si traduce “balla di fieno”), minimalista tra tastiere sofferte e linea vocale pop per un inaspettato finale ambient. Sembra avere tutti i caratteri del brano lungo, lento e dilatato, invece sfuma dopo soli quattro minuti.
“TAKK…” conferma la grande abilità dei Sigur Rós di reinventarsi senza perdere la propria identità né ripetere copioni già scritti.
Dagli anni novanta in poi l’impresa di realizzare tre capolavori tra i primi quattro dischi prodotti è riuscita solo a loro e a pochi altri artisti.

Tracklist
1 Takk…
2 Glósóli
3 Hoppípolla
4 Með Blóðnasir
5 Sé Lest
6 Sæglópur
7 Mílanó
8 Gong
9 Andvari
10 Svo Hljótt
11 Heysátan

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