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THE CURE – Taormina (ME), 20/08/05

Unica tappa in Italia del tour estivo dei Cure nello splendido scenario del Teatro Greco di Taormina. Potevamo mancare? Ovviamente no.

reportage di Rosario Russo

“e vidi cose che ridire né sa né può chi di là su discende”

Spero di non fare torto a Dante prendendo in prestito i suoi versi per esprimere la mia incapacità di parlare del concerto a Taormina dei Cure. Concerto ma anche, e soprattutto, evento. Sia nelle previsioni che poi nella realtà dei fatti. Parlare a posteriori delle previsioni è un po’ anacronistico ed onestamente fa anche un po’ ridere pensare a tutte le ipotesi di setlist o a tutti gli ospiti a sorpresa che nell’immaginario dei fans si sono affiancati accanto Robert Smith (Brian Molko era il più gettonato). Inutile spendervi altre parole, meglio passare alla realtà dei fatti, al concerto vero e proprio. Lo si può rendere prima di tutto in numeri: tre ore di musica per un totale di trentacinque canzoni. Facile, e troppo riduttivo, parlarne così perché in quelle tre ore molti elementi hanno avuto il carattere dell’ineffabile partendo, se me lo consentite, dalla location. Il Teatro Greco di Taormina è semplicemente stupendo ed ha un’acustica ottima. Indubbiamente è stato un elemento importante nel complesso della serata.
Alle nove e mezza in punto la band si presenta sul palco. Data la recente, e poco chiara, epurazione la formazione è composta dai soli Robert Smith, Simon Gallup, Jason Cooper e dal rientrante Porl Thompson. Quattro elementi e nessun tastierista. E’ abbastanza ovvio il risultato sul suono della band. Un suono a volte distorto, teso, meno elaborato con qualche raro tratto di già-sentito ma ben lontano dall’essere scarno. Un suono che poggia saldamente sulle chitarre di Smith e, soprattutto, di un Thompson sopra le righe. Anche perché Simon Gallup è più coreografico che efficace (da applausi però durante “A forest”) e Jason Cooper è poco sopra il compitino. Delle tastiere, in definitiva, non si sente per nulla la mancanza se non minimamente. Ma è per nostalgia soprattutto perchè è inevitabile pensare alla vecchia “Lullaby” mentre la si ascolta adesso. Per il resto di nostalgia invece non ce n’è stata, nemmeno la temuta nostalgia di una grande band a cui qualche recente prova in studio potrebbe fare pensare. Anzi per una band che suona ad alti livelli per tre ore, con solo un paio di passaggi a vuoto, l’appellativo da usare è proprio solo quello di grande. Idem per Robert Smith.

Il concerto vero e proprio inizia con un’onirica “Open” per concludersi, dopo circa un’ora e quaranta, con una superba “End”. Concentrate nella parte iniziale le uniche tre canzoni tratte dall’ultimo album ”The Cure”: un’ottima “Alt.end”, “The End of the World” che per il successo che riscuote (non per qualità) può essere affiancata ai classici ed infine “Us or Them” apprezzabile ma con un’interpretazione vocale poco rabbiosa. Ma è il passato ad emergere inevitabilmente e ad offuscare in parte quello che è invece il recente passato, o presente se preferite, in un continuum di suggestioni, brividi e testi urlati. Impossibile non apprezzare anche per chi, come me, non è mai stato fanatico della band. Se è proprio necessario menzionare le migliori è naturale pensare a “Just Like Heaven”, “A Letter to Elise”, “The Figurehead” insieme a “Lullaby” di cui si è già detto. L’unico momento in cui viene meno un po’ di tensione emotiva è forse rappresentato da “From the Edge of the Deep Green Sea”.
“End”, come detto, pone fine ad un’ora e quaranta tirata senza pause. La band esce per ripresentarsi sul palco dopo pochissimi minuti. Sarà il primo di ben quattro encore, una sorta di concerto nel concerto per un totale di altre quattordici canzoni e con molti dei momenti migliori della serata.
“Play For Today” ed “A Forest” cantate da tutto il pubblico e con un Gallup che finalmente dà più che un senso alla sua presenza sul palco. Il secondo encore rappresenta una fase intermedia con una “If Only Tonight We Could Sleep” un pò stentata ma il terzo è stato praticamente perfetto, personalmente il momento migliore del concerto intero: “Inbetween Days”, “Friday I’m In Love” e l’immancabile “Boys Don’t Cry”. Quest’ultima segna molto spesso la chiusura dei live ma, in quest’occasione, c’è invece spazio per un quarto encore di altre cinque canzoni e con una conclusiva “Killing an arab” che i bene informati assicurano che non veniva suonata da cinque anni. Compiacciamoci pensando che sia stato il ringraziamento finale della band per un pubblico che li ha osannati costantemente. Il resto appartiene alla categoria dell’ineffabile, privilegio ben custodito dei 4.500 presenti.

Rosario Russo

Setlist
Open, Fascination Street, A Strange Day, alt.end, The Blood, The End of the World, Shake Dog Shake, Us or Them, A Night Like This, Push, Just Like Heaven, A Letter to Elise, Lullaby, Never Enough, The Figurehead, From the Edge of the Deep Green Sea, Signal To Noise, The Baby Screams, One Hundred Years, Shiver and Shake, End

1st encore: At Night, M, Play For Today, A Forest
2nd encore: If Only Tonight We Could Sleep, The Kiss
3rd encore: Inbetween Days, Friday I’m In Love, Boys Don’t Cry
4th encore: Faith, Three Imaginary Boys, Grinding Halt, 10:15 Saturday Night, Killing An Arab

www.thecure.com

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