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INDEPENDENT DAY FESTIVAL 2005 – Bologna, 04/09/05

Lo leggete il nome più grosso qui a fianco nella locandina? Ecco, questo è l’Independent Day 2005. Buon anno.

reportage di Zappo

Che l’Independent Day Festival sia uno degli appuntamenti fissi della piccola estate concertistica italiana è indubbio. Che quest’anno il cast sia notevolmente al di sotto degli anni passati è indubbio pure questo.
Basta notare l’headliner. I Subsonica. Con tutto il rispetto per la band torinese, non mi sembrava poi il caso di lasciare a loro il compito di chiudere un festival internazionale, con artisti internazionali, tutti con un’unica data in Italia, qui, e soprattutto dopo i Queens Of The Stone Age, e relegando i Bad Religion, nel palco secondario, all’interno della tenda Estragon, letteralmente sul punto di scoppiare durante l’esibizione della storica punk-rock band statunitense.
In fondo i Subsonica sono costantemente in tour in Italia, e volendo o non volendo, li vedi ovunque. é una triste verità, ma l’Italia è bella per questo. Che non c’entra poi troppo, o forse un po’ si.
E non vorrei neanche mettermi qui a polemizzare sul prezzo del biglietto, che aumenta di anno in anno, come i gelati. 27 euro + diritti di prevendita. In parole povere. 31 euro. Mica cazzi.

“Da sottolineare che il prezzo del biglietto sarà economico: 27 euro (+ diritti di prevendita)” (da www.indipendente.com)

Ok. Ci crediamo. Avrei voluto vedere la faccia di quello che l’ha scritta sta cosa. Ma tralasciamo, perchè in fondo siamo qui a parlare di musica. Anzi, no. Perchè come ogni Independent Day che si rispetti arrivano le defezioni dell’ultima ora. Cioè, del giorno prima. Ossia Bloc Party, per problemi alle corde vocali del cantante, e Ordinary Boys, per problemi di portafogli. La band lo stesso giorno si esibirà a Top Of The Pops. No comment.
Peccato per i Bloc Party.

E finalmente si può andare avanti.
O almeno ci proviamo, perchè all’ingresso c’è la solita farsa dei tappi di plastica. Che son pericolosi, mannaggia al clero. Devo pure fare la faccia dispiaciuta quando il simpatico omino della polizia mi butta i tappi delle bottiglie con crudele noncuranza sul calpestato suolo dell’arena parco nord, dimostrando tra l’altro poca sensibilità alle problematiche ambientali. Giusto il tempo di tirare fuori i tappi di riserva dalle tasche/mutande e si può cominciare. Adesso, quando i Forty Winks, stanno finendo la loro microscopica esibizione. in quanto a tempo.
Vengono da Bologna, suonano più all’estero che in Italia. Dovrebbe far riflettere. Il loro è un mix tra punk-rock, emo, e indie. Insomma, in parole povere funziona, peccato faccia un caldo atroce e sotto il palco ci sia poca gente. E io ho visto solo una canzone, dal vivo. Ma il disco, “Forty Winks”, ci sta tutto. E spero di rivederli dal vivo. Al massimo vado in Russia, perchè se ne vanno a suonare pure là. Complimenti, che bravi che siamo qui in Italia.
Prima di loro toccava ai Sikitikis. Non ho la minima idea di chi siano. Non posso essere contemporaneamente in autostrada e all’arena parco nord di Bologna, anche se sarebbe molto simpatica come cosa. Chiedo umilmente perdono.
L’Independent Day 2005 si ricorderà anche per l’incredibile sfilza di gruppi appartenenti all’inflazionata scena indie-new wave-ecc-ecc. Insomma, quella che a partire dai Franz Ferdinand, ha sfornato uno dopo l’altra band fotocopia, tutte piacevoli, a dirla tutta.
Ecco quindi gli Editors. In principio avrebbero dovuto esibirsi nel palco Estragon, ma la per loro fortunata defezione dei Bloc Party gli ha permesso una felice comparsata sul palco centrale.
E sono infatti la prima bella sorpresa del giorno. Si, con i Franz Ferdinand c’entrano, ma c’entrano di più con gli Interpol. Perchè qui, non puoi fare a meno di usare i riferimenti. Ecco, però almeno un po’ si differenziano.
Presentano a una folla non molto folla, ma festante si, il loro primo album, praticamente per intero, “Back To The Room”, con incredibili picchi di audience nei brani più trascinanti, vedi “Munich” e “Blood”. é la voce che fa e farà la fortuna della band. Intensa e soprattutto scura. Promossi a pieni voti.
C’è molto, troppo, tempo tra un’esibizione e l’altra. E c’è il tempo per fare una considerazione. Una buona parte del pubblico è qui per vedere Social Distorsion e Bad Religion, incontrastati leader della scena punk-hardcore statunitense. E la considerazione è che sul palco adesso ci sono i Meganoidi. Ma, fortunatamente non sono più gli stessi Meganoidi. Che bella considerazione.
Ne è prova una “M.R.S.”, che apre il concerto, con cinque minuti di arpeggi quasi post-rock. é del tutto priva di quella rabbiosa scarica hardcore-crossover che caratterizzava la versione del fortunato “Outside The Loop, Stupendo Sensation”. Forse era meglio l’originale, così su due piedi. Ma non c’è da fare troppo affidamento su questa esibizione. I Meganoidi sono totalmente cambiati. Per grazia divina, di “Supereroi” e “King Of Ska” se ne sono dimenticati. Sono una band diversa, in bilico tra emo, hardcore, e post-indie-qualcosaavostrascelta.
Ne è prova tangibile, l’ep “And Then We Met Impero”, qui presentato per intero, spezzettato con una “Inside The Loop” esattamente identica all’originale, e un “Another Day”, esattamente stravolta. Si nota che la band non è ancora ben rodata per i nuovi pezzi, a tratti sembra ci sia qualche incertezza. Ma, c’è comunque da ben sperare per il futuro. La dilaniante tromba di “Impero” e la sfuriata emo-hardcore di “We”, sono quasi da brividi. E fa sorridere, pensare che siano i Meganoidi.
Alla fine arriva, immancabile, “Zeta Reticoli”, accolta a piene mani, da una folla che finalmente ha il pieno diritto di essere chiamata così. “Zeta Reticoli” è in fondo una gran bella cosa. Peccato ci sia qualcuno che intoni cori in onore di “Supereroi”. Avranno da abituarsi, fortunatamente. Il sonoro non c’è più.
Bene, tocca ai Maximo Park, di cui la stampa inglese tesse le lodi senza risparmiarsi. Ok. Sembrano cinque sfigati, a prima vista. A una seconda anche. Il batterista in realtà è Ricky Cunningham vestito da alga marina, al basso c’è un Apu evidentemente sovrappeso, alla tastiera c’è uno psicopatico intento a dilettare il pubblico con gustosi balli del mattone, alla voce un lord inglese in scarpe da ginnastica, e con evidenti difficoltà a muovere il busto. Ho dimenticato la chitarra, ma la risparmio. Si andrebbe giù troppo pesante.
Resta il fatto che della presenza estetica dei Maximo Park, fondamentalmente ce ne fottiamo. Loro si che seguono la patinata scia dei Franz Ferdinand. Non si risparmiano niente. Proprio niente. I pezzi sono piacevoli, “Apply Some Pressure” su tutti, la band ci sa fare, il cantante, forte della sua pettinatura con tanto di ricciolino snob, delizia il pubblico con salti, e gioiosi dialoghi in italiano. Ma forse non basta. L’esibizione, iniziata nel migliore dei modi, con il passare del tempo risulta essere alquanto soporifera, per la scarsa varietà di sound, troppo ancorata a un brit un attimino inflazionato. Solo un po’, eh. Si arriva al punto che ci si aspetta solo che finisca. Non è cattiveria, è la verità. Dura e cruda. E se ne vanno pure i Maximo Park, con appunto un “Apply Some Pressure” che lascia tutti col sorriso sulle labbra, e con il culo danzante. Anche questa è verità.
Per la gioia dei giovani punkers, compare dietro il palco un enorme scheletro luminoso. é il turno dei Social Distortion, forti di una carriera ventennale all’insegna del punk-rock. Forse me la son persa, ma l’esibizione lascia intendere tutt’altro. La band di Los Angeles, strappa qualche applauso soltanto ai “veri” fans, e il pubblico bolognese rimane freddo freddo freddo, concedendosi qua e là, solo qualche forzato battito di mani. Come per fingere di apprezzare. Che 31 euro sono tanti.
E poi se pensi che c’è Skin, c’è solo una cosa da fare. Anzi due. La prima è andarsi a distendere sulla collina cercando di non farti influenzare da quello che esce dalle casse. Ma è difficile. Skin presenta il nuovo album. E il nuovo album è una troiata pazzesca, a quanto sembra. Non so quello vecchio, ma questo si. Pare Avril Lavigne in calore. Si tira un po’ su con “Secretly”, si quella degli Skunk Anansie. Ma poi riprende a urlare istericamente saltando su e giù per il palco, e per fortuna che da lassù non vedi bene. Allora ti rimane solo la seconda possibilità. Catapultarti con velocità nel palco Estragon, dove sta per finire l’esibizione dei Blood Brothers, forse una delle migliori della giornata. Elettro-Hardcore, cioè chitarre e batteria pesanti, con tanta elettronica, e voci urlate. Peccato abbia visto solo due canzoni. Che poi tocca ai Futureheads, anche loro, nella sfilza di gruppi indie-new wave-rock-ecc. Forse loro hanno qualcosa in più, che si chiama follia. Vanno avanti veloce, non superano i due minuti i loro pezzi e sono immersi in un nervosismo irresistibile. é per questo che mi piacciono. Ma dall’altra parte, nel palco centrale, stanno per cominciare i Queens Of The Stone Age. E se non si è qua per loro, non so per chi altro si possa essere.
Percui, eccoci qua, cioè là. Insomma. Josh Homme e soci sono già sul palco. Il sonoro è pessimo. Il volume è basso. Bene, i Queens Of The Stone Age da camera, sembra di sentire. Ma vabbè, ci si accontenta. Perchè se partono pezzi come “Avon”, “Mexicola” e “Feel Good Hit Of Summer” c’è da riternersi soddisfatti. Anche perchè i Queens Of The Stone Age sembrano spaventosamente perfetti, e non si risparmiano pezzi del fortunatissimo capolavoro “Songs For The Deaf”, ne dell’ultimo “Lullabies To Paralyse”. Addirittura la band ci stupisce con una delle desert session di Homme, prolungata fino all’inverosimile. Il boato, prevedibile, arriva con “No One Knows”, spezzettata, con Josh Homme a scherzare col pubblico, ma che poi certo non si risparmia. Purtroppo è l’ultima. Nemmeno un’ora di concerto. é giusto così. Perchè dopo ci sono i Subsonica.
E questa è ironia, sia chiaro.
Tant’è che una valanga di gente esce non troppo agilmente dall’Arena per dirigersi alla tenda Estragon dove i Bravery stanno terminando la loro esibizione. Ma non si è certo qui per l’ennesimo indie-newwave-rock-ecc. da copertina. é sempre la solita storia, solo con un po’ di cassa in quattro quarti in più. Ok. Carini, si dai, ma è tardi.
Toccherebbe ai Bad Religion, tristemente relegati all’Estragon, che se ha retto, è solo un miracolo. Tralasciamo la mezz’ora di ritardo, dovuta a problemi tecnici di non so quale portata, tanto poi Greg Graffin e soci sul palco ci salgono sul serio. E tutto cambia miracolosamente. Anche lo sconforto per avere i Subsonica di là, all’aperto, come headliners, e i Bad Religion di qua, al chiuso, con 50 gradi, come “ripiego”. C’è chi li chiama vecchietti. Sono semplicemente la miglior punk-rock band esistente. E tra le migliori mai esistita. Tutto l’Estragon è incandescente sotto i colpi di brani come “Modern Man”, “Generator”, “Come Join Us”. Per un’ora e mezza di punk rock, conclusasi degnamente e ovviamente con “Punk Rock Song”, e “American Jesus”, mentre una croce sotto divieto campeggiava enormemente sul soffito tenda dell’Estragon. E questo ce lo ricorderemo. Come il fatto che avrebbero certamente meritato il palco centrale.Come il fatto che l’esibizione dei Queens Of The Stone Age è stata perfettamente meravigliosa. Come il fatto che è durata meno di un’ora, giusto per lasciare spazio ai Subsonica. Avrei voluto vedere la loro faccia. Uhm. Sarà stata probabilmente sempre la stessa. Perchè di giuovani in adorazione della pelata di Samuel e della tastiera molleggiosa di Boosta ce n’erano parecchi in ogni angolo. E questo non è bello. E non è che io ce l’abbia con loro, sia chiaro, anche se sembra. é tutto un insieme di cose che me li porta ad odiare. Eh. Credeteci o meno. Tanto non cambio idea. Qui non ci dovevano stare. Cattiveria, ma ci sta tutta.
No, aspè, così non va bene. Non si può chiudere così. Bisogna chiudere ricordandonsi qualcosa di bello. E allora dimentichiamoci i Subsonica e Skin, e chiudiamo ricordandoci dell’immensa esibizione dei Queens Of The Stone Age. E anche dei Bad Religion, immensi. E siamo tutti più contenti.

Zappo

Bad Religion
Queens Of The Stone Age
The Bravery
The Blood Brothers
The Futureheads
Skin
Social Distortion
Maximo Park
Meganoidi
The Editors
Forty Winks
Sikitikis

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