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Silver Mt. Zion Memorial Orchestra & Tra-La-La Band [with Choir] – Horses In The Sky

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L’album 2005 della band canadese nata come costola dei Godspeed You! Black Emperor

Autore: SILVER MT. ZION MEMORIAL ORCHESTRA & TRA-LA-LA BAND [with Choir]
Titolo: Horses In The Sky
Anno: 2005
Genere: post-rock
Etichetta: Constellation

È stata un’assoluta scoperta quando li ho conosciuti lo scorso inverno: un concerto davvero bellissimo, il migliore di tutto il 2004. Due mesi dopo mi è stato regalato per il compleanno This Is Our Punk Rock e già mi sembrava l’estasi: riscoprivo molto di quanto sentito al Temple Bar Music Centre di Dublino, e mi sembrava che tutto potesse nascere e morire lì…ma questo Horses in The Sky, più lo ascolto e più mi travolge…e mi prende più di quello precedente… è un album completo, che sposta ulteriormente il limite oltre il quale i Silver Mount hanno deciso di spingersi e che hanno deciso possibilmente di valicare.
Stato abrasivo, assoluto. Non tanto per il rumore che il gruppo provoca, ma per l’intensità che il suono, nella sua interezza, sprigiona. Chitarre elettriche, acustiche, viole e violini, violoncelli, contrabbassi e batteria. I brani solitamente iniziano lenti, o ossessivamente ripetitivi e con il passare dei minuti, rilasciano il proprio impatto: non è sicuramente un album di facile ascolto!

God Bless Our Dead Marines, inizia con una marcetta vocale che si incrocia con violoncelli pizzicati a scandire il ritmo e violini che si intrecciano, prima lentamente, poi con lo scandire della batteria in modo più veloce e in modo sempre più coinvolgente. Una cantilena ripetitiva, che si accavalla, che crea confusione e musicalità al tempo stesso…che si infrangono in una chitarra elettrica capace di chiudere il suono. Un canto, che non è solo canto, è teatro, è un pianto, è puro abbandono all’umanità dell’animo. Le parti in cui vengono divise le canzoni si rincorrono l’una con l’altra a scandire un ritmo magari non facilissimo da ascoltare, ma di fortissimo coinvolgimento. Altro aspetto che rende difficile scindere un brano dall’intero dell’opera è legato anche dalla struttura di ogni traccia; delle vere e proprie jam session, visto che i brani hanno una durata media di 8-10 minuti. E quando non è il suono ad essere ripetitivo lo diventa il testo, la voce che – come già in Sow Some Lonesome Corner So Many Flowers Bloom di This Is Our Punk Rock – si trasforma in un canto corale a cappella, su più voci che si sovrastano l’una con l’altra, non giocano a creare una melodia, ma, anche in questo caso, un autentico muro sonoro di fronte al quale l’ascoltatatore sbatte il muro.
Mountains Made Of Steam traccia una linea di prosecuzione all’insegna della liricità più “lamentosa” (non è da intendersi con un’accezione negativa, ma come “generatrice di lamento”) dell’album. La voce si apre tra gli strumenti (chitarra e un violoncello, mi sembrano) ed i cori di sottofondo. I volumi crescono, si affievoliscono, e tutto sembra una sorta di quiete innaturale, quasi di costrizione, prima che si scateni la tempesta. Una chitarra che ti entra dentro come una spada, dietro, sulla schiena tra capo e collo…e ti perfora…e ti arriva allo stomaco e il sangue si sporca e senti in circolo, nelle vene, l’acciaio. Un senso di assoluta abrasione, ma sono sensazioni che non scalfiscono…che fanno male, ma lasciano un retrogusto, che portano quiete anche se è un canto lamentoso e spesso tutt’altro che gradevole, dolce. Non si esce mai dal senso di inappartenenza nei confronti della vita.
Horses in the Sky, non so perchè, mi ricorda i primi voli pindarici di un duo che ha fatto storia come Waters e Gilmour, sarà forse per la maniera di cantare di Efrim, almeno nella prima parte del brano. Un pezzo voce e chitarra, come da tanto non se ne facevano più; senza però dimenticare il punto di partenza.
Teddy Roosevelt's Guns è una preghiera, preghiera per una battaglia che sta per arrivare… momento di attesa prima di un’autentica carneficina. E tutti sanno come andranno a finire le cose, e la voce ci prepara al peggio. Quasi a scandire quelli che saranno in una rapida successione i momenti salienti dello scontro. Una lunga ed estenuante preparazione; non si può abbassare la guardia, bisogna fare attenzione, rimanere con gli occhi piazzati verso il tuo nemico, se tieni alla tua pelle. Come in una commedia dell’assurdo però, come in un Deserto dei Tartari, la battaglia tarda ad arrivare, rimane un miraggio, per molto tempo…forse troppo… e quando si scatena, però non c’è niente da fare. Moriranno tutti. È una carneficina a cui tutti si devono preparare. E quando sono tutti morti rimane solo una voce a scandire l’arma del delitto, la mano che ha compiuto questo massacro.
Su Hang On Each Other, copio quasi pedestremente quanto letto su Ondarock.it che a mio avviso rende perfettamente, al meglio, le caratteristiche del brano: “elegiaca e solenne”, dalla “struttura minima, nella quale l'elemento portante sono le voci, mentre il contributo strumentale è ridotto a un'unica nota armonica in dissolvenza e a qualche flebile crepitio ambientale”, con il solito canto e controcanto che riempiono in modo ripetitivo e costante il suono finale.
A chiudere l’opera i Silver Mt. Zion Orchestra, ci lasciano una Ring Them Bells (Freedom Has Come And Gone) che ci spiega in solenne stile GY!BE che il rock non è morto e tanto meno il post rock. Bella, decisa, mi ricorda, non per sonorità o ritmi, ma per aria pesante che si respira il Nick Cave più fortunato. Con un tono in questo caso più pesante e pressante, un brano che ti chiede di essere assaporato fino in fondo, ascoltato con il volume a stecca per sentire violini, chitarre e batterie fondersi in un unico impasto sonoro devastante, un brano che viene e che va… c’è uno stacco suonato con il contrabbasso che mi ricorda vagamente l’introduzione di un pezzo di Bowie (del suo periodo Berlinese, anche se non ricordo su due piedi, ora, il titolo della traccia…Warsawa, forse?!). Un giro di contrabbasso che tiene testa alla voce e alle chitarre ed ai violini in sottofondo, che tiene alta l’attenzione… in attesa che scoppi nuovamente la tempesta.

A chi mi chiede una recensione su questo album risponderei che è impossibile poter commentare pezzo dopo pezzo ogni traccia di quest’album (anche se io ho appena finito di farlo). Con la scaletta infatti, si distrugge il filo, il senso di continuum dell’album, che a mio avviso richiede più ascolti ripetuti, dall’inizio alla fine senza interruzione. Per apprezzare questo lavoro bisogna ritagliarsi un’ora di tempo, chiudersi in camera e rimanere, soli, con il proprio stereo.
Già in occasione di This Is Our Punk-Rock, in cui il gruppo canadese presentava solo 4 tracce, avevo provato a farmi un’idea dell’album, cercando di scindere ogni traccia l’una dall’altra, ma con parecchie difficoltà. Horses In The Sky da questo punto di vista ha presentato ancora di più un problema…
Perchè? vi chiederete voi?! semplice, perchè non ci riesco perchè i loro album ed in particolare quest'ultimo sono assolutamente qualcosa di granitico: un monoblocco, molto difficile da spezzettare, da sezionare, da analizzare una traccia per volta. Non perchè non ci sia nessun tipo di differenza tra un pezzo ed un altro, ma semplicemente perchè ritengo più interessante provare a trovare diversi punti di vista sull’opera intera. Non mi stupirebbe se in futuro questo gruppo presentasse un album di lunghezza “normale” (i pattuiti, 60/70 minuti di musica), costituito però da una, al massimo due tracce in tutto: starebbe nelle loro corde.
La caratteristica principale di questo gruppo nato come “costola” dei GODSPEED YOU! BLACK EMPEROR è che porta il punk rock alla sua massima ed ultima frontiera: un rock, veramente vissuto, e soprattutto suonato, fino in fondo, con qualsiasi cosa; dalla voce, dagli strumenti scelti, alla teatralità della presenza scenica, dal suono alla sperimentazione ad ampio raggio su tutto ciò che la band tocca, o fa. Horses in the sky è un album che si pone su un livello superiore rispetto a This is Our Punk Rock; a mio avviso più sperimentale, pur mantenendo connotazioni molto più “classicamente” PostRock rispetto all’opera del 2003. Tutto nei Silver Mount Zion Memorial Orchestra & Tra La La Band with Choir (ecco l’intero nome del gruppo, almeno la dicitura presente in questo ultimo lavoro), ed in particolar modo in Horses in the sky è PunkRock.

Tracklist
1 God Bless Our Dead Marines
2 Mountains Made Of Steam
3 Horses In The Sky
4 Teddy Roosevelt's Guns
5 Hang On Each Other
6 Ring Them Bells (Freedom Has Come And Gone)

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