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MUSICA D’ALTA QUOTA FESTIVAL – Capo D’Orlando (ME), 26/27 agosto

Prima edizione del Musica D’Alta Quota Festival con, fra gli altri Asian Dub Foundation, Settlefish, A Toys Orchestra, Amon Tobin, Zion Train, Hugo Race

reportage di Rosario Russo

Le foto del festival (special thanx to Valentina Caristi)


Nella ricchissima stagione concertistica siciliana ecco la prima edizione del “Musica d’alta quota festival” a Capo d’Orlando in provincia di Messina. “Musica d’alta quota” ma in spiaggia. Si svolge lì infatti il festival, nella spiaggia di Capo d’Orlando appositamente attrezzata per l’evento con un palco principale e due secondari per una due giorni che unisce concerti e dj set, artisti italiani e stranieri.
Ad aprire il festival sono i Camera 237, interessante gruppo calabrese che ha esordito sulla lunga distanza con “Vectorial Maze”. Compito ingrato per eccellenza quello di aprire un festival ma reso ancora più ingrato, per l’occasione, dal caldo (non erano nemmeno le sette) e dal fatto che il palco si trovava a non più di cinquanta metri dal mare. Il risultato è che, mentre la maggior parte dei presenti era a fare il bagno, ad assistere al concerto c’erano un paio di decine di persone che poi sono andate aumentando grazie ad una convincente mezz’ora di post-rock che, nell’ambito del festival, avrebbe meritato una più degna collocazione.
Dopo la prima delle tante lunghe pause fra un’esibizione e l’altra, salgono sul palco i L’agonie du quatriéme, duo composto da Antonio Alemanno (basso/contrabbasso e voce) e Claudio Nasti (chitarra e voce). In due si riesce a fare molto spesso buona musica, lo dimostrano tutta una serie di gruppi osannati negli ultimi anni e di cui è superfluo fare nomi. Purtroppo non è il caso del gruppo in questione che, durante tutta l’esibizione, risulta solamente noioso e privo di idee. Due musicisti che suonano non si sa bene cosa non riuscendo mai a creare una base sonora ma semplicemente giustapponendo il suono dei propri strumenti e corredandolo con la voce. Non c’è nemmeno l’attenuante di problemi tecnici perché sono stati una costante di quasi tutta la prima giornata.
Settlefish. In due parole: hanno spaccato. In quattro parole: hanno spaccato alla grande. I migliori di questa due giorni senza dubbio e nonostante qualche problema tecnico (nelle prime canzoni la voce di Jonathan Clancy si distingueva a stento). Mezz’ora circa tutta all’insegna del recente, e convincente, “The plural of the choir” dall’iniziale “It was bliss” alla conclusiva “We Please The Night, Drama” che strizza l’occhio ai Mogwai, passando per “The Barnacle Beach” e “Two Cities, Two Growths”. Aggressivi, tecnici, intrecciano bene le chitarre ed hanno un Jonathan Clancy che tiene bene il palco e ricorda molto nelle movenze Cedric Brixler, capigliatura compresa anche se un po’ meno lunga rispetto a quella dell’illustre collega.
Qualche problema tecnico ritarda l’esibizione degli …A toys orchestra. “Cuckoo boohoo” sta per compiere un anno ed oggi appare quanto mai disco maturo, libero da qualsiasi pesante paragone iniziale (si, avete indovinato: i Blonde Redhead). Ne traggono diversi pezzi (“Locomotive”, “Panic Attack #1”,”Hengie: Queen Of The Border Line”, “Elephant man”,“Peter Pan Sindrome”) mischiandoli a quelli del debutto “Job” e dando vita ad un’esibizione molto buona. Il muro sonoro che creano è solido grazie ad una formazione da qualche tempo ormai stabilmente a cinque con l’ingresso di Fausto Ferrara che fa alle tastiere fa un lavoro tanto oscuro quanto efficace. Unico neo, se così lo possiamo chiamare, la voce di Enzo che in qualche canzone sembra mostrare qualche limite.
Hugo Race porta sul palco il suo progetto “Merola Matrix”, “rilettura post-moderna della cultura popolare dell’Italia del Sud”, che sul palco si tramuta in esperimenti rumoristici, suoni digitali, inserti dello stesso Race alla chitarra e di Marta Collica a tastiera e voce mentre sui maxischermi scorrono le immagini dei film di Merola. Un’esibizione suggestiva, onirica che ha anche il merito di non essere stata prolungata a lungo rischiando di annoiare. Non mettendo per nulla in dubbio l’originalità e la bontà del progetto viene da chiedersi se un festival sia il luogo migliore in cui presentarlo. Personalmente credo di no e penso che anche i fatti lo abbiano dimostrato perché molti sono stati a spostarsi verso il palco vicino in cui c’era il dj set della “Warp” (che spesso fastidiosamente sovrastava col volume Race & co.).
La mia prima giornata si conclude qui.

La seconda giornata, a posteriori, mi lascia un’impressione di vuoto. Impressione del tutto personale ovviamente dato che ho assistito solo a due concerti (“Populous” e “Asian dub foundation”) ed un dj set (“Dj lord”) dovendo rinunciare al resto che si è protratto invece per la notte intera con, fra gli altri, Zion Train ed Amon Tobin. Pare che Mu-ziq invece abbia dato forfait.
Perdo purtroppo una parte del concerto di Populous. Quando arrivo lo vedo rannicchiato sul suo pc, accanto a lui Matilde degli “Studio Davoli”, voce e chitarra in alcuni brani. Se il giorno precedente gli Agonie du quatriéme avevano dimostrato come in due soli elementi si possa non fare musica di qualità, Populous fa il contrario. Un set in cui l’elettronica mostra tutti i suoi volti migliori ed in cui spiccano alcune canzoni di “Queue for love”: “Pawn Shop Close” e “Clap like breeze”. Stesso discorso fatto per i Camera 237 per quanto riguarda la collocazione nel festival.
Il dj set di Dj Lord segna il primo bagno di folla se così si possono definire mille persone scarse. Un dj set tanto inutile quanto osannato a lungo, prima dell’inizio, come grande evento. Un inizio fatto di formalismi totalmente gratuiti e fini a se stessi, poi una seria di canzoni degne delle peggiori playlist estive che fanno partire qualche fischio e sembrano presagire ad una sommossa. Pericolo scampato grazie al provvidenziale attacco di “How I could just kill a man” dei Cypress Hill. Il resto si mantiene tutto su quel genere riuscendo a risultare, nei momenti migliori, ascoltabile e nulla più.
Il tempo di sistemare strumenti ed attrezzatura e gli Asian dub foundation si presentano sul palco con una formazione di sette elementi e non dodici come era stato annunciato. Inutile negare che era molta l’attesa e loro, da buoni headliner, hanno avuto prima il merito di radunare sotto lo stesso palco tutto il pubblico e poi di farlo muovere per quasi tutto il concerto. Non importa che la loro discografia sembri in netto declino perchè quella fusione di drum & bass, dub, rock e rap dal vivo, qualità o meno, riesce sempre per caratteristiche proprie a coinvolgere. E comunque loro ci sanno fare piuttosto bene grazie soprattutto ad ottime percussioni e voci che sanno amalgamarsi senza mai sovrapporsi. Inizio fulmineo all’insegna di “Enemy Of The Enemy” con una convincente versione di “Blowback” e poi un crescendo all’insegna del recente “Tank” (sette canzoni) che culmina, poco dopo metà concerto, nell’ottima sequenza “Enemy of the enemy” / “Flyover”/ “Hope”. Finale affidato alla pomposa “Fortress Europe” ma c’è spazio anche per un bis di una canzone sola (“Rebel warriors”) che per la verità invocano più loro che il pubblico e che, da un punto di vista musicale, nulla aggiunge a quando fatto prima. Li avremmo apprezzati anche senza i soliti proclami che da un lato sembrano ridicoli se accompagnati ad atteggiamenti da star sul palco, e non, e dall’altro sono ormai un clichè, trito e ritrito, superabusato di cui non se ne può più.
Nella speranza di una seconda edizione seconda giornata, e festival intero, si chiudono qui.

Rosario Russo

Setlist Asian Dub Foundation:
Blowback, Tank, Rise to the challenge, Taa deem, Take back the power, Round up, Powerlines
Enemy of the enemy, Flyover, Hope, Oil, Naxalite, Fortress Europe.
Encore: Rebel warriors

www.mdaq.org

Le foto del festival (special thanx to Valentina Caristi)

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