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Lou Barlow – Emoh

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Di Lou Barlow avevo sentito parlare durante alcune conversazioni musicali tra Mau VanPelt e L’Uomo del Mare, i quali ne parlavano molto bene.

Autore: Lou Barlow
Album: EMOH
Anno: 2005
Genere: rock cantautorale
Etichetta: Merge Records

Di Lou Barlow avevo sentito parlare durante alcune conversazioni musicali tra Mau VanPelt e L’Uomo del Mare, i quali ne parlavano molto bene. Ma non avendo mai ascoltato nulla, non ero mai riuscito a farmi un’idea molto dettagliata, anche perché a quanto percepito il materiale composto da Barlow era ed è molto diverso dalla produzione dei Sebadoh.
Di questi ultimi ho Harmacy, a quanto pare il loro miglior album (secondo una recensione di Blow Up, se non vado errato). Personalmente lo ascoltato poche volte, e non riesco a ricordare se perché quello che avevo sentito non mi era piaciuto, oppure perché erano passati “semplicemente” inosservati.
Per tornare invece ad Emoh, compro qualche mese fa un numero di Blow Up, che lo recensisce e non ne parla male; il mio amico Cocco, in estate mi propone un ordine di acquisto e mi lascio tentare dalla novità… proviamo, alla peggio ho speso 10 dollari…e magari lo riciclo ancora!
…altroché riciclare… l’album mi piace, e mi riporta all’ascolto di roba che pensavo non avrei più ascoltato. Emoh è un’album infatti prodotto nel 2005, ma che profuma tanto, ma proprio tanto di quelle sonorità tanto care al me tardadolescente che ascoltava Soundgarden, Alice In Chains, Nirvana e Pearl Jam. E le sonorità sono quelle, in particolar modo, sia per il modo di catantare di Barlow, sia per la traccia Caterpillar Girl, ricordano Vedder e compagni.
Può apparire un po’ retrò e “artificiosa” come azione, ma a mio avviso è sicuramente ben riuscita. Soprattutto nelle prime tracce, che “spaccano” davvero, non tanto per l’intensità del suono, ma per la bellezza delle canzoni: Holding Back The Year, parte con un giro di chitarra molto folk, semplice e ripetitivo, ma molto efficace, anche perché il brano è costruito come una classica ballata con strofa ritornello strofa ritornello controritornello ritornello ecc… lunghe strade nelle sconfinate lande nordamericane. Home ha un giro di batteria campionata con una chitarra, nuovamente folk, sopra che mi piace molto, suoni uno sull’altro ma molto piacevoli, che si contrappongono alla voce pacata di Barlow; ma un brano che “va a gusti”, al Cocco, ad esempio, non piace per niente. Di Caterpillar Girl abbiamo già accennato, mentre Legendary è un pezzo cantautorale, chitarra e voce, con un paio di battute di mano e piede (ed un basso di sottofondo) per creare ritmo in parti della canzone in cui tutto si fonda sulla voce dell’interprete… quando parte “here it takes time…” è qualcosa, a mio avviso, molto coinvolgente. Royalty è un altro brano che pur suonato in maniera alquanto cantautorale mi fa pensare un casino a brani della Seattle anni 1990: e mi ci rituffo dentro, sentendo quella chitarra “strimpellata” che parte e tira su la voce.
Da Puzzle, classico brano cantautorale, parte una carrellata in cui si inseriscono anche in successione If I Could, Monkey Begun, Morning’s After Me e la undicesima Mary in cui si vede passare gran parte della musica cantautorale passata e attuale, dai Kings of Convenience a James Taylor, da Buckley (Jeff in particolare) a John Denver, Simon&Garfunkel: pezzi di chitarra, a volte suonata in levare (vedi If I Could) e voce, con un unico aspetto innovativo legato all’uso della batteria come nella già citata traccia numero 7 o in Morning’s After Me.
Ma Barlow resta un rocker, con la passione per la propria tradizione, e non se ne dimentica, e proprio poco prima della fine lascia con round – n – round (registrato in origine da RATT) e Confused ad arie che riportano alla mente Alice In Chains e a parte della produzione REM

Visti i miei ascolti più recenti (i Silver Mount Zion Orchestra, ad esempio), non pensavo che avrei ascoltato ancora un tipo di album così…ed invece mi ritrovo ad ascoltarlo molto. Pensandoci a mente fredda pensavo che un lavoro come questo lo avrei ascoltato un po’, almeno inizialmente, e poi avrei abbandonato. Invece è musica che si lascia ascoltare molto volentieri. Canzonette, forse, ma gran belle canzonette, che trasudano fondamentalmente di due tradizioni, una più radicata nel tessuto culturale americano di lunga data, quella che vede Dylan e Neil Young, da una parte, John Denver e Simon&Garfunkel dall’altra, come massimi esponenti (e le finali Imagined Life e The Ballad of Daykitty si pongono proprio su questa linea di demarcazione); l’altra in quella storia più recente che ci portiamo dietro, in particolare quella generazione nata tra la fine degli anni 60 e il decennio successivo. Peccato non avere trovato (e magari aver messo voglia per cercarli su internet) i testi per cercare di capire qualcosa in più anche sui messaggi.

Voto: forse un 7, visto il genere assolutamente poco innovativo è esagerato, ma l’album è veramente fatto e suonato bene.

Tracklist
1. Holding back the year
2. Home
3. Caterpillar girl
4. Legendary
5. Royalty
6. Puzzle
7. If i could
8. Monkey begun
9. Morning’s after me
10. Round – n – round
11. Mary
12. Confused
13. Imagined life
14. The ballad of daykitty.

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