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Interviste

Intervista a UMBERTO PALAZZO (Santo Niente)

In occasione dell’uscita del nuovo album “Il fiore dell’agave” dei Santo Niente, la nostra chiacchierata tra passato, presente e futuro del rock italiano con Umberto Palazzo, storica chitarra (e voce) dei Massimo Volume.

di Piero Merola
(con la preziosissima collaborazione di Massimo)

Partiamo dal titolo del vostro ultimo album. Perchè “Il fiore dell’agave”?
Questa è una domanda che spero non mi facciano mai (ride)!
…e che ti fanno sempre?
No, non me la stanno facendo molto, perchè in realtà è una domanda alla quale non rispondo! Nel senso che, come tante altre cose che scrivo, mi piacerebbe che ognuno desse una sua interpretazione… Posso dire che cos’è l’agave! Un cactus molto bello, e anche un simbolo dell’ambiente dal quale proveniamo, del sud, del meridione, di tutte le successioni desertiche che ci sono nel disco e simbolo del caldo in generale.
In che occasione ti ha colpito?
Mi ha colpito proprio a giugno dell’anno scorso, a Torino di Sangro, Fosso del Diavolo: località Fosso del Diavolo (ribadisce, ndr)! C’era questo bellissimo fiore d’agave: è stata proprio un’epifania!
Dagli esordi fino ad oggi: è cambiato il tuo modo di comporre?
Il modo di comporre cambia sempre. Il metodo è un insieme di trucchi che si imparano con l’esperienza, se il trucco è valido sopravvive, se fa schifo scompare subito… e poi si impara sempre qualcosa di nuovo. Ma poi non si può mai dire. Si tratta di momenti, d’ispirazione, di quello che passa per la testa. Come il fiore d’agave: lo vedi, ti colpisce e poi diventa il titolo dell’album. In quel momento non sai cosa diventerà, però ti rimane dentro e anche quella è composizione. Forse il metodo compositivo è tenere occhi e orecchie aperte e cervello elastico.
Da musicista hai vissuto gli ’80, i ’90 e ora i 2000: qual è, o qual era, il periodo migliore per fare il musicista?
I ’90! Decisamente! Sono un fan degli anni ’90 che sono stati il periodo dell’esplosione del rock italiano. Negli anni ’70 non esisteva praticamente una scena indipendente. E negli anni ’80 era tutto molto raffazzonato, c’era tanta buona volontà, ma pochissimi mezzi per realizzare le idee e soprattutto poca tecnica, pochi strumenti: era proprio difficile trovare una band che avesse una strumentazione decente. Dal ’94 in poi sono venuti fuori tutti i gruppi dell’epoca: noi, i Marlene, i Massimo Volume, tutta la realtà Mescal con gli Afterhours, anche tutta la scena post-reggae, che è stata importantissima e spesso si dimentica quanto fossero vicine all’inizio tutta la scena dei centri sociali dell’hip-pop e quella indie-rock. Questa è una cosa che è andata completamente persa ed è stata completamente rimossa. Forse, la scena degli anni ’90 era così forte anche perché era abbastanza unita, ma alla fine si è frammentato tutto, è diventato tutto più piccolo. Sono emersi gruppi che hanno cercato di costruirsi delle nicchie sempre più piccole e non di allargare ciò che noi avevamo conquistato: nella prima ondata degli anni ’90 abbiamo aperto uno spazio che prima non c’era! Prima c’era soltanto l’industria e, come contrapposizione, una realtà “alternativa” microscopica. Poi il Consorzio, la Mescal e altre etichette hanno fatto uscire il rock italiano dalle nebbie totali nelle quali stavamo. E quelli che sono venuti dopo, piuttosto che imparare da noi, cercando di aprire altri spazi, hanno cercato di accaparrarsi quelli che avevamo già aperto. Quindi c’è stato un tornare indietro e un’involuzione totale, per arrivare al 2005 che credo sia uno degli anni peggiori, come uscite italiane e internazionali, degli ultimi anni. Molti dei gruppi che vanno di moda hanno una proposta passabile per il mercato internazionale, ma ininfluente sulla scena italiana. Pagare il master e il tour in America di tasca propria e vendere 300 copie non è un grande cambiamento. Inoltre se ti proponi come cantante in America, non è che ti devi confrontare con me o con Cristiano (Godano, ndr), ma magari con Josh Homme o… Billy Corgan ( per dirne due completamente a caso). No, per me gli anni 2000 sono stati, sotto molti punti di vista, una perdita di tempo per il rock italiano, un costruire miti che si stanno già esaurendo. Se poi qualcuno vuole incaponirsi a portare avanti questo discorso, avrà la sua convenienza… ma credo che sia un disastro. (per la cronaca nel 2004 mi erano piaciuti Canali&Rossofuoco, Paolo Benvegnù, Studiodavoli, Joe Leaman, Altro, Marta Sui Tubi)

Col passar degli anni, noti un cambiamento di pubblico?
Mah! Alla maggior parte del pubblico, dei gruppi che cantano in inglese, diciamo la verità, non gliene frega un bel niente! E non ci viene più ai concerti. Negli anni ’90 i concerti rock di gruppi che cantano in italiano erano pieni di gente! E lo sono tutt’ora: i Verdena, gli Afterhours, i Marlene richiamano un sacco di gente! Io sono stato a vedere tanti concerti delle band fine ’90-anni 2000, ma siamo sempre lì, su quelle 100-150 persone. Ma non succede niente. E’ sempre una cosa io, mammeta e tu!
Qualche nome?
No, i nomi non li faccio! (risate)
Ai concerti il pezzo più richiesto è sempre Aria. Credi ci possa essere una nuova Aria?
Solo se facciamo Jack Frusciante parte II: la vendetta di Aidi (si ride)!!! Mah, io non credo che Aria sia la migliore canzone del Santo Niente: l’ho scritta in mezzora! Funziona… ci divertiamo a suonarla, ma come tutte le altre: per me non è un pezzo più o meno bello degli altri, c’è sicuramente roba dell’album nuovo che mi piace molto, molto di più di Aria. Anzi, forse diciamo che come mio gradimento è a metà classifica.
I pezzi nuovi dal vivo rendono benissimo (Spirituale, Facce di Nylon, Le superscimmie e gli altri…)…
Grazie! Sono pezzi più difficili comunque da suonare, Aria è (ride) veramente grezzo come pezzo! Forse per quello piace, perché è la brutalità minimale.
Visto che hai nominato il film (Jack Frusciante è uscito dal gruppo), com’è stato realizzarne la colonna sonora?
E’ stato bello! In realtà non è che abbia scritto tanta musica per quel film, non ce n’era neanche il tempo. Mi sono occupato di scegliere e montare la musica, anche fisicamente, manualmente. Ho montato la musica sulle scene alla Fonoroma: ho passato molto più tempo in sala di montaggio che in sala di registrazione. Quindi ho fatto la colonna sonora, ma proprio da cinematografaro.
In quale periodo della tua carriera ti sei sentito più realizzato?
In questo! Sempre l’ultimo! Il momento migliore è realizzare un bel disco come Il fiore dell’Agave, basta…(ride)
Com’è andata nel periodo in cui sei stato lontano dalla scena?
Mah… Non sono stati brutti anni, la parte peggiore è stata subito dopo “Sei na ru mo’no wa na ‘i”, perché a un anno dall’uscita si profilavano solo nubi plumbee all’orizzonte: non c’erano soldi, il Consorzio era già agonizzante (anche se noi non ce ne rendevamo del tutto conto), la situazione politica in Italia stava cambiando, la scena musicale stava cambiando… Ho fatto letteralmente la guerra alla fine degli anni ’90, perché sembrava che fossimo noi il male, che stessimo bloccando noi lo sviluppo della musica in Italia. Quindi ci si trovava chiusi a destra e a sinistra. C’erano quelli che dicevano di essere più alternativi e poi pian piano si è scoperto che erano molto più conservatori loro di tutti gli altri. A un certo punto ti rinfacciavano quasi di non essere americano, che mi sembra una gran stronzata! Il solito provincialismo italiano: tutti a fare a gara a chi fa meglio l’americano, e in quell’ambito è ovvio che un discorso come il Santo Niente fatica a farsi ascoltare. Non abbiamo mai neanche provato a far gli americani, e soprattutto non ce ne frega un cazzo di far gli americani!
Volontariamente o no, ti stai collegando a quanto dice Manuel Agnelli, quando accusa di provincialismo i gruppi italiani che cantano in inglese…
Sì! Sono perfettamente d’accordo con Manuel! E immagino quanto possa essere incazzato perché si è sbattuto molto più di me in questi anni! Ha ragione. E’ una forma grave di provincialismo, mascherato da cosmopolitismo. Ci sono gruppi italiani che hanno solo il sito in inglese e mi arrivano mail che sono scritte prima in inglese e poi in italiano. Non lo trovo intelligente, né cortese, fondamentalmente.
Ora siete in una piccola etichetta: la Black candy. Ho letto che vi trovate molto bene…
Con la perfetta consapevolezza di essere in una realtà piccolissima.
Verranno ristampati i vecchi dischi (che siete costretti a vendere masterizzati)?
Eh… Chiedilo a Gianni Maroccolo… (lo indica in lontananza e si ride tutti)
Parlando delle tue preferenze musicali: chi ti piace ora tra i gruppi italiani?
Gruppi italiani… di gruppi italiani ascolto poco (presenti esclusi n.d.t.)! Che sto ascoltando di italiano?
Tra i seguaci dei Massimo Volume sono spesso citati gi Offlaga Disco Pax…
Eh, gli Offlaga… si, all’inizio m’erano piaciuti, però… tutto questo can-can… ingiustificato. Li ho ascoltati, mi piacciono: però, fossero usciti negli anni ’90, non credo che avrebbero avuto tanto spazio e se la devo dire tutta, mi sa un po’ di operazione di marketing, anche se non del tutto consapevole. Sono dei bravissimi ragazzi, Max scrive delle cose bellissime, ma devono un po’ troppo alla stampa. Rumore ha creato un caso intorno al 25 aprile degli Offlaga! Ma dieci anni fa, per il Cinquantenario ci fu il progetto Materiale Resistente (un festival itinerante con migliaia di persone a data, un film, un cd, un libro) e Rumore e le altre testate non scrissero quasi niente. E fanno finta di indignarsi per il fatto che non ci sia molto impegno politico fra i giovani. Uno scenario da “Società dello spettacolo”. Loro malgrado ovviamente! Li ritengo interessanti, ma che stiano avendo più risalto di quello che si è fatto negli anni ’90 mi lascia perplesso.
Veramente quest’anno proprio poco. Mi piace Giorgio Canali! Giorgio Canali&RossoFuoco: se ne devo scegliere uno, è lui!
…e tra quelli stranieri?
Stranieri… Che sto ascoltando? Ascolto molto rock classico, cose vecchie. Compro una miriade di dischi. Dischi nuovi di quest’anno? Come disco estivo-pop-bello-solare, Arular di M.I.A., anche detta “mia” o “em-ai-ei”: disco quasi raggamuffin, fichissimo! Un bel disco rock è sempre quello dei Queens of the Stone Age, che gli vuoi di’? (ride) Mi è piaciuto molto il disco dei Go-Betweens, Oceans Apart. Che altro è uscito? Che ho in macchina? Nella busta di cd che ho in macchina ci sono Paranoid dei BlackSabbath e PetSound dei BeachBoys: una bella accoppiata! Ho Liege & Lief dei Fairport Convention. Di nuovo… Veramente il 2005…
[Alessio] (chitarrista della band, ndr): Wilco!
[Umberto]: “A ghost is born” è del 2004 che è stata una buona annata! I dischi di Mark Lanegan e dei Wilco sono due pietre miliari, rimarranno nella storia sicuramente. Sto ascoltando i Calexico a palla, li ho visti dal vivo e sono stati fantastici. E poi basta andare sul mio blog per vedere quali gruppi ascolto. Questo è veramente l’anno in cui i gruppi che piacciono a tutti, che piacciono ai giornalisti, a me non piacciono: tipo i BlocParty…
Usciti sulla scia dei Franz Ferdinand…
[U.]: I FranzFerdinand mi sono piaciuti tanto, proprio parecchio, mi sono gasato veramente. Il disco dei Bloc Party lo trovo veramente inutile. “Funeral” degli Arcade Fire è bellissimo, il resto tutta roba inglese uguale: i Rakes, i Futurama, gli Art Brut, The Others non ce la faccio a distinguerli! Spiccano solo gli Arcade Fire e sono canadesi.
…mentre si parla tanto dei Gorillaz?
No, non mi è piaciuto! Alla fin fine, sono stato lì ad ascoltarlo un sacco quando è uscito, poi… Ecco: me ne sarei completamente dimenticato se non li citavi tu!
Ho letto sul tuo blog del passaggio in una radio australiana di alcuni vostri pezzi: Facce di Nylon e Nuove cicatrici…
Si!
Ricollegandoci al discorso precedente, credo sia una soddisfazione maggiore, arrivarci così all’estero, senza tutte le storie del provincialismo…
Certamente! Cioè: noi facciamo dischi da 10 anni come Santo Niente, e Rumore non ci ha mai dedicato un articolo. Nonostante questo continuiamo ad esistere! Alla fin fine un etichetta americana in realtà è come un’etichetta italiana. Basta l’iscrizione alla Camera di Commercio, un computer e un telefono. Anche perché ormai le etichette non pagano più per i master. Quindi, se vai da un’etichetta inglese o americana, con il tuo master finito, che a loro non costa niente, non è così difficile essere pubblicati. Apparentemente sono meglio di quelle italiane, ma non è vero. La maggior parte dei musicisti americani che vediamo in Italia sono, parlando in maniera pragmatica, dei dilettanti, Oneida inclusi, per esempio, per parlare di uno dei miei gruppi preferiti. Ora, non è un gran guadagno andare a fare i dilettanti in America: meglio cercare di fare i professionisti in Italia, no?
Si, l’intervista è finita, noi siamo soddisfatti…
… e io mi sarò fatto i soliti 40-50 nemici nuovi…
Se vuoi puoi dire qualcosa a qualcuno.
Rock&Roll!!! Col punto esclamativo!

www.santoniente.com

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