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Devendra Banhart – Cripple crow

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Devendra Banhart è un personaggio decisamente anacronistico. Un freakettone nostalgico e capellone nella migliore tradizione di San Francisco, dalle tendenze pericolosamente hippie in stile e look come dimostra l’eccentrica copertina di questo “CRIPPLE CROW”, tra “Sgt. Pepper” dei Beatles e “The Hangman's Beautiful Daughter” dell’Incredible String Band.
Si presenta nel 2002, nel bel mezzo dell’esplosione del revival rock, con un disco folk, a soli ventun’anni e, per di più, con un’etichetta indipendente. Più che una semplice scommessa, un indiscutibile talento. Il suo nome inizia a circolare nei soliti circuiti underground, lui decide di strafare pubblicando, in meno di un anno, due album per trentadue tracce complessive, due piccoli capolavori che lo lanciano finalmente alla ribalta. Tre dischi fondamentalmente simili per impostazione. Chitarra acustica al centro delle composizioni, approccio lo-fi, arrangiamenti scarnificati per un timbro vocale ideale punto di raccordo tra Marc Bolan e Nick Drake.
Al quarto disco la ricetta rischia di diventare monotona, Devendra ne intuisce il rischio ed esce fuori con un album che lascia intravedere nuove strade. Senza grossi stravolgimenti. Sebbene l’inizio lasci intravedere il solito copione con “Now that I know”, incantevole melodia dove duetta mugolando con una viola appassionata e rievocativa.
Le prime sorprese arrivano con “Pensando enti” dove si cimenta in uno strampalato canto spagnolo. E non è un caso isolato come confermano “Quetate luna” che sembra estratta da un documentario sulla rivoluzione cubana o “Luna de margarita” ancora più sofferta nel suo violino disperato e narrativo. Più o meno sugli stessi canoni di espressività delle perle disseminate nei precedenti “Rejoicing the hands” e “Niño Rojo” arrivano l’estasi rurale di “I do dig a certain girl”, l’allucinazione lisergica lunga un minuto di “Dragonflies” e la coinvolgente colonna sonora da falò notturno nella Sierra di “When they come”. E ancora il folk spettrale di “Lazy butterflies” più che un omaggio alla generazione di Woodstock. Da brivido. Ma su queste suggestioni folk da comune hippie, prevalgono gli episodi meno acustici e più compositi. Il piano malinconico che apre la toccante “Hear somebody say” sembra uscito fuori da “After the gold rush” di Neil Young che si riconferma un altro evidente punto di riferimento. La west coast diventa l’imprevedibile sfondo di un beat irriverente sull'origine dei propri figli. “Chinese children”.
Squilibrato ed autoironico diventa esilarante in “The Beatles” introdotta da uno slogan inequivocabile: Paul McCartney and Ringo Starr are the only Beatles in the world”. Il timbro nasale e malizioso di Devendra si esalta nei bizzarri soul (nei coretti vintage) caraibici (nelle percussioni) della bucolica “I feel like a child” e dell'essenziale autoritratto“Long haired child”. Sempre in perfetta simbiosi con la natura nei suoi testi visionari e confusi. “Some people ride the wave” (C’è gente che cavalca l’onda) sembra invece il motto ideale per questo cantastorie esistenzialista e sincero che vive in un mondo tutto suo, estraneo ad ogni logica attuale, convinto di essere ancora negli anni Sessanta quando la musica poteva essere solo impegno o passione.

Tracklist
1 Now That I Know
2 Santa Maria De Feira
3 Heard Somebody Say
4 Long Haired Child
5 Lazy Butterfly
6 Quetate Luna
7 Queen Bee
8 I Feel Just Like A Child
9 Some People Ride The Wave
10 The Beatles
11 Dragonflys
12 Cripple Crow
13 Inaniel
14 Hey Mama Wolf
15 How's About Tellin A Story
16 Chinese Children
17 Sawkill River
18 I Love That Man
19 Luna De Margarita
20 Korean Dogwood
21 Little Boys
22 Canela

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