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DIRTY PRETTY THINGS – Padova, 11/10/05

In realtà sono un po’ i Libertines, senza quel mascalzone di Pete Doherty. O forse no. In fondo, non importa. L’importante è che spacchino. E così fu.

di Zappo

é passata un po’ in silenzio la nascita dei Dirty Pretty Things. Probabilmente per fortuna. I Dirty Pretty Things sono i Libertines, cioè, calma, Pete Doherty, sempre più ultradiscusso, nei Libertines non c’è più da un pezzo, e già da uno stesso pezzo la band era in mano a Carl Barat (vedi ultima apparizione in Italia, Independent Day 2004). La nascita dei Dirty Pretty Things formalizza la cosa. Musicalmente non cambia niente, e per fortuna anche questo.
Detto fatto, i Dirty Pretty Things arrivano al DNA Club di Padova, location quanto mai adatta a un concerto del genere, con la sua intima atmosfera che non fa che avvicinare la band ai circa duecento presenti.
E ci arrivano senza nulla alle spalle, come Dirty Pretty Things si intende, con il solo scopo di testare i nuovi brani mettendoli a confronto con le hit storiche della band.
é un set breve, forse un po’ troppo, ma intenso, quello dei Dirty Pretty Things. Si apre con Barat e Rossomando sul palco, ad intonare, “Can’t Stand Me Now”,“Time For Heroes” e “France”, in una versione acustica, ovviamente diversa da quella già collaudata con i Libertines.
Il concerto entra nel vivo con l’ingresso di Gary Powell e di Didz Hammond (ex Cooper Temple Clause), colui che sostituisce al basso John Hassal, fondatore degli interessanti Yeti. Ci sono i nuovi pezzi dei Dirty Pretty Things. Per ovvi motivi non posso citare nessun titolo, ma posso senz’altro assicurare che sembrano non avere nulla da invidiare ai Libertines.
Barat dimostra di cavarsela benissimo da solo, pur non vantando l’imprevedibilità e la creatività di Pete Doherty, e la band, beh, quella si conosceva già, indiscutibilmente valida sotto il profilo tecnico, con quella macchina da guerra ritmica di Gary Powell, senza nulla togliere alle doti di Rossomando e Hammond.
Un’ora circa, e come nel 2004 sul palco dell’Independent Day, il concerto si conclude con “I Get Along”, da quell’“Up The Bracket” che nel 2002 ebbe il grosso merito di scuotere le acque stagnanti del rock britannico, cantata a squarciagola da tutti i presenti.
La band scende dal palco e Carl Barat si concede al meritato e relativo “bagno di folla”, firmando autografi e regalando sudore e sorrisi. Ecco qua.
Primo esame per i Dirty Pretty Things, passato con merito.
E molto probabilmente d’ora in avanti “Dirty Pretty Things” non si ricorderà solo come il film di Stephen Frears.

Zappo

www.thelibertines.org.uk

www.dnaclub.it

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