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Pulse (Marco Galardi) – S/T

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A volte fa male ammettere che per tutta una vita si è sbagliato a concepire uno strumento, in particolar modo quando è il proprio.
Lo schiaffo – e non è certo il primo – arriva questa volta dalla nuova creatura marchiata Pippola music che ha cominciato a pulsare lo scorso 5 ottobre nell’universo musicale; uno schiaffo a chi ha sempre concepito la batteria come uno strumento ingabbiato nella sezione ritmica, condannato alla dipendenza dagli altri strumenti, eccetto i 20 minuti di follia di Bonham – pace all’anima sua – & consimili, o qualche pugno di schizzati che armati di pazienza fino ai denti andavano e vanno ai trip organizzati dai drum concerts di Terry Bozzio. Ma ogni regola ha le sue eccezioni…
Fino a che non ti trovi davanti un disco che, vuoi o non vuoi, piace o non piace, mette la batteria al centro di una neanche tanto piccola costellazione di contaminazione elettronica, jazz, psichedelia e chi più ne ha più ne metta: il ritmo come asse centrale attorno a cui può ruotare tutto in maniera sapientemente organizzata e mai disorganica, mai disgiunta, un corpus che realizza un progetto che assume dichiaratamente il sapore di un concept visionario in nove episodi di sperimentazione spinta, mai noiosa e fine a se stessa.
Il primo brano “Kind of Man”, ha nettamente la sua funzione di intro, accattivante e misteriosa, e accosta con maestria un’amalgama di batteria, chopper e loop su un tappeto soffice di tastiere continuato nel secondo pezzo, lasciando spazio a un solo di batteria che accelera in un battito incalzante fino ad una rullata di tom quasi messianica che prelude ad un cambiamento di registro – tutto in “The Uncles” – verso un intermezzo elettronico con una batteria “regina” che aprendosi detta le leggi ritmiche per un riff annunciato di chitarra (il che è anche un po’ il tema di “K”); pian piano il riff si trasforma in un solo il quale poi si spezza lasciando posto ad un grezzo groove rock di sola batteria. Dopo “Dangeridoo”, un miscuglio di percussioni vibranti e schizzate sottese da curiosi lamenti elettronici, e “K”, e cioè quando meno te l’aspetti, ti arriva un brano strano, all’inizio indefinibile, ma che assume in un attimo la sua identità con l’inconfondibile piatto terzinato, e i suoni tipici di una batteria jazz. Spunta poi un sax tenore che con un bel delay va a braccetto con il sottofondo di synths ed elettronica. “Aracnos” riprende un po’ il tema portante del disco, mentre in “Light” predominano manipolazioni elettroniche martellanti. Ma non è ancora finita, il nostro Galardi è pieno di sorprese. “Chafangas time” si distacca un po’ dal resto per l’assenza della componente elettronica senza però stonare nell’economia del disco, assumendo le caratteristiche di un pezzo funky-jazz interamente suonato con la classica formazione chitarra-basso-batteria-tastiere.
Ma la chiusura non è da meno in quanto a sorprese: “Il Genio della Lampada” ospita la sarangi che con il suo notevole effetto sonoro domina il pezzo conferendogli un sapore orientaleggiante, frammisto – come oramai è lecito pensare – a loop elettronici e synths mirabilmente dominati dalla maestria del nostro artista; sapore che si stempera in un noise scalpitante, quasi fuori delle righe, al limite del disordine, ma sempre tenuto a bada dal tema iniziale che sembra tutto sommato tenergli testa, fino a che poi entrambi, stremati, sfumano via, dopo averci appassionato.
Maestro.

Tracklist
1. Kind of Man 01:40
2. The Uncles 07:12
3. Dangeridoo 03:27
4. K 06:40
5. Sal’AAM Aleicum 06:49
6. Aracnos 06:38
7. Light 04:16
8. Chafanga’s Time 07:58
9. Il Genio della Lampada 07:25

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