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Baustelle – La malavita

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Sono passati in poco tempo dal bau:crossing – l'originale idea di autopromuoversi depositando copie-pirata con brani simbolo del loro repertorio nei luoghi più frequentati delle città – al contratto con la Warner. Vietato parlare di commercializzazione però, perché le melodie di questo “LA MALAVITA” sono ancora lontanissime dai salottini televisivi, addirittura più lontane di quanto lo fossero nei precedenti lavori.
Certo il singolo traino “La guerra è finita” (“Vagamente psichedelica, la sua t-shirt all’epoca, prima di perdersi nel punk,
prima di perdersi nel crack”
), riff tagliente alla Interpol in un godibilissimo andamento rigorosamente 80's, ha una cantilena che rimbalza in testa dopo mezzo ascolto, ma i testi, più impalpabili che mai, e una cura maniacale per gli arrangiamenti, tengono i Baustelle saldamente ancorati alla seppur discutibile etichetta di indie-pop.
L'inizio è di quelli che non ti aspetti. Più o meno liberamente ispirato alle colonne sonore del trash poliziesco italiano, “Cronaca nera”, un minuto e mezzo strumentale epico e brillante, fa intuire la svolta. Il suono è molto più levigato e nitido. Senza allontanarsi dalla forma canzone, come dimostrano “Sergio”, leggera nell'incedere, spietata nelle liriche (“E il cielo è blu, lo dici tu, nessuno è blu nessuno più, non c'è la cura, Cristo Gesù mi salvi tu?) o lo stralunatissimo lisergico dream-pop di “Il corvo Joe” (“E' la vita mia esser simbolo di paura e di morte, sono tenebre i miei abiti”). A melodie molto classicheggianti si accostano frequentemente inserti orchestrali e, soprattutto, azzeccatissimi innesti elettronici che danno un respiro moderno e spiazzante. Poco importa che si finisca poi per offrire involontari tributi agli Eels, come in “Il Nulla”(“Tu hai fiducia nel pop, sei rock and roll, indossi il mito”) che è introdotta da una voce robotica alla Kraftwerk.
La voce di Francesco, che nei modi quanto nei testi prova a seguire i grandi maestri De André e Ciampi, entra bene in questa nuova dimensione, quella di Rachele con qualche difficoltà in più, se lasciata sola. In “Revolver” è poco spontanea e finisce per strizzare troppo l'occhio a Nada. Peccato, perché, elettronico, a tratti imprevedibilmente gothic, è il brano meglio arrangiato. Quando le due voci interagiscono e dialogano tutto sembra funzionare invece nel modo giusto: “Perché una ragazza di oggi può uccidersi”(“Forse perchè quello che lei voleva era una vita da star Milano style come credete che si sentirà adesso?”), soffusa e delicata da lento strappalacrime. Anche se l'intento non sembra poi questo per un album che sembra avere come punti di riferimento cruciali la morte e Milano. Loro sono di Montepulciano, in provincia di Siena, ma, vivere a Milano sembra aver ispirati non poco Francesco. Per fortuna, perché altrimenti non ci avrebbero regalato “Un romantico a Milano”, irresistibile filastrocca surrealista (“Che ne dici di un romantico a Milano? Fra i Manzoni preferisco quello vero:Piero. Leggi c'è un maniaco sul Corriere della Sera”). I toni grotteschi, tesi e ruvidi si esaltano nelle cupezze di “A vita bassa”(“E l'antidoto che ho al futuro anonimo è la scritta Calvin Klein, la firma D&G tatuata sugli slip”). Violini stridenti, arpeggi Radiohead ed evanescenze post angoscianti. Ma la palma di miglior brano spetta senza dubbio a “I provinciali”, suggestivo squarcio melodrammatico. (“Sacrificata vittima, verso d'amore cerca fiato per non soffocare più, affittasi crepuscoli…morire la domenica, chiesa cattolica, estetica, anestetica, provincia cronica”) Da brivido.
Vibrante, deciso, elegante. Che dal dandy stia per nascere un fiore?

1. Cronaca Nera
2. La Guerra è Finita
3. Sergio
4. Revolver
5. I Provinciali
6. Il Corvo Joe
7. Un Romantico a Milano
8. A Vita Bassa
9. Perchè Una Ragazza d'Oggi Può Uccidersi ?
10. Il Nulla
11. Cuore di Tenebra

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