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Speciale SIGUR ROS – Two report(Age) is better than 1!

I Sigur Ròs tornano in Italia. Noi, che siamo fighi, ci siamo due volte. Due reportage, completamente diversi, per due concerti che…beh…Sigur Ròs a Torino e a Firenze.
Fate un po’ voi.

di viter e Mao168.

Sigur Ros – 24/11/05 Firenze, Saschall

I pro e i contro nell’assistere al concerto di una band islandese.

Non è affatto semplice andare ad un concerto dei Sigur Ros. La ragione principale sta nel fatto che non si sapranno mai le canzoni a memoria quindi sei già tagliato fuori dal cantarle. Cosa positiva se pensi che il tuo vicino di cm quadro non ti stonerà le orecchie con i suoi gorgheggi insulsi e talvolta offensivi per la maggior parte delle etnie che popolano il sudafrica.
Hai la certezza di sentire solo lui, mr. jónsi “chiappechiacchierate” birgisson. Voce che merita un approfondimento dal punto di vista larigoiatrico perchè tu, comune mortale in lenta decomposizione inconscia, senti il cd e pensi “questo o si è evirato oppure usera un miliardo di effetti”… e invece questo conduce una propria ed encomiabile battaglia temporale con il fu Farinelli. Io Farinelli non l’ho mai sentito, però vi posso assicurare, certificare e controfirmare in carta bollata che questo qui c’ha corde vocali che raggiungono vette everestiane.
Altro punto a favore del quartetto islandese: la componente femminea. Molto straniera, molto giovane. Ieri, a parte i miei 2 terzi ,che dividono la casa e parte di vita senese, e un altro paio di toscani quasi sempre con un orecchio al cellulare (che cazzo di concerto avranno sentito?), ero circondato da faiga straniera: Nord Europa e America. Valchirie e quantaltre specialità d’oltralpe ad coprire la visuale di un concerto che poco (secondo me) va visto, ma molto sentito.
E rivolgo un cordiale insulto corredato di deprecabilità all’indirizzo del suo defunto parentado a chi mi ha detto che al Saschall di Firenze “si sente una merda perchè rimbomba dovunque ti metti tranne che nella postazione centrale, vicino al mixer”. Mai sentito un concerto più limpido, pulito, cristallino come quella lastra di ghiaccio islandese che ha mietuto fior fior di impavidi avventurieri scalzi.
Nota dolente: i flash. Lo ammetto, sono contro le fotografie, soprattutto se sono inutili e digitali per giunta. In certi momenti sembrava che il palco fosse illuminato a giorno per la quantità di foto (di cui un buon 80% veniva puntualmente cancellato causa Parkinson precoce o all’instabilità del tuo piano d’appoggio podalico che si era ridotto via via del 75%). Come ai musei, ai concerti di musica islandese dovrebbe essere vietato fare foto, parlare ai cellulari o ad alta voce. L’unica cosa che ci stava (la sigaretta) ce l’hanno tolta (anche giustamente).
Un’altra cosa che avrei voluto: gustarmi il concerto seduto per lasciarmi andare ogni tanto a qualche piccolo e sano trip onirico. C’ho provato a farlo anche in piedi e qualcosa è venuto fuori… ma poca roba.
Per il resto, alle 23 eravamo già fuori al freddo che sembrava Oslo o su di lì… a cercare il paninaro Poldo aperto verso Colle Val d’Elsa (uscita sud). Fallendo nell’impresa, abbiamo ripiegato al sanpaolo, senza il servizio ai tavoli.

Morale: uno dei concerti migliori della mia vita. Per maggiori info rivolgersi a Piero Merola, Roma 25/7/05.
Mao168


Sigur Ros – 25/11/05 Torino, Teatro Della Concordia

Venerdì sera concerto dei Sigur Ros, a Venaria Reale, Teatro della Concordia, moderno teatro costruito in un agglomerato suburbano della periferia torinese. Si parte da Cuneo con l’amico gegio e devis, palermitano trapiantato a cuneo per un mese e casualmente conosciuto al momento dell’acquisto dei biglietti.
C’è parecchia gente, una stima così su due piedi, mi fa pensare alle 2000 persone in platea, più quelle in galleria che non riesco a vedere. Il concerto è previsto per le 9, insolito orario, il gruppo si presenta poco più di mezz’ora dopo.
Takk in apertura, ad accogliere la band sul palco fa capire come il concerto (come c’era da aspettarselo) sarà impostato tutto sull’album uscito da qualche mese. Sono molto curioso di rivedere questo gruppo perché il concerto di milano visto nel 2002, mi aveva impressionato molto positivamente, soprattutto per quel gioco di musica ed immagini che ne aveva caratterizzato la performance. Anche in questa occasione si intuisce come Takk si poggia sulla stessa linea rispetto a quanto proposto in passato. Vediamo il gruppo dietro il sipario bianco, ma ne intuiamo solo le ombre, anche quando le prime note di Glósóli sanciscono l’effettivo inizio del concerto. Il sipario bianco resta tirato, i 4 ragazzi islandesi compaiono come ombre cinesi, in contrasto con giochi di luce che riprendono i fiori stilizzati del cd. Un crescendo continuo di immagini e suono con una batteria martellante, fino ad “aprire il gas”. Il rumore fa la sua prima assordante e confortante comparsa: prima pelle d’oca.
Pezzo chiuso, pronti e via e si riparte con Ny batteri, il colpo d’archetto sulla chitarra, nonostante la mancanza dell’introduzione dei fiati, anticipa questo altro pezzo dirompente, che fa male. Lo si intuisce subito, dalle prime note del basso che si fondono con quelle della chitarra, e la batteria, di nuovo che sbatte all’impazzata.
Il gruppo è molto lanciato e non c’è il tempo di rifiatare per un pezzo così bello, che parte l’urlo non appena intuisco le note di pianoforte in apertura di Sæglópur. Lungo pezzo introduttivo, e quando si sovrappone al primo il secondo pianoforte che prepara il fragore di batteria e archi è assolutamente favoloso, stupendo, da lacrime di felicità, seconda pelle d’oca. Bella anche la sensazione della batteria che, a differenza del pezzo precedente, non “esplode” mai, anzi semmai sembra “implodere”.
Unknown #4 di ( ) porta un po’ di quiete, anche se ha i suoi momenti di accelerate e “iperboli stellari”. Il gioco è quello di lasciare lo spettatore ancora caldo dopo il roboante inizio, ma al tempo stesso acquietarlo con quel “iu sai jelorn” (cantato per altro in alcuni momenti in maniera diversa rispetto alla registrazione in album) prima dell’ennesima iniezione di adrenalina che parte con Gong. Batteria ritmata che si infila in un arpeggio di chitarra, continuo e costante crescendo da brividi. é un pezzo bello, ma che non mi ha preso come altri all’ascolto di “Takk”. In quest’occasione invece c’è qualcosa che lo rende magico e arriva la terza pelle d’oca. Da Gong non poteva scindersi Andvari, acquietando così gli animi. Bellissimo il video che si chiude con un notturno, fatto di lucciole, immagine che sembra in negativo per quanto sgranata. Apparentemente ci stiamo addentrando nella parte più intimista e tranquilla del concerto.
Il grande attacco di batteria e xilofono di Hoppípolla ci fa capire che è stato semplicemente un modo per riprendere fiato. Il brano è suonato sinfonico come non mai. Hoppípolla è una continua accelerazione, veloce, forte e meravigliosa; lacrime di commozione e quarta pelle d’oca. Come per Andvari rispetto a Gong, Með Blóðnasir chiude il pezzo precedente, anche se come coda decisamente più breve rispetto a quanto sentito nell’album; un paio di minuti a dir tanto. Si sente molto il basso, forse troppo, sensazione meno gradevole.
Prima di chiudere i sigur ros, ci regalano un momento Agaetis byrjiun con Olsen olsen e Vidrar vel til loftarasa. La prima parte con giro di basso, “chitarra ad arco” e base di canto registrato, si sente un bel pezzo con la viola delle Amina, e bello il pezzo di flauto. Le immagini (ombre di persone che riesumano da una coltre “fumosa”) anticipano lo stupore del brano successivo. Un altro pezzo bellissimo, intro di “chitarra ad arco” distorta a lungo e incessante prima dell’attacco del pianoforte. video meraviglioso, forse il più bello dell’intero concerto con giochi di luce e immagini che si uniscono in un solo blocco con il suono e la musica. poetico e “spaziale”. Tutti col respiro bloccato. C’è chi accenna un applauso quando l’immagine si fissa su una bambola di ceramica dagli occhi enormi e la musica si blocca; una serie di “shhh”, ci si gode qualche istante di silenzio e poi il brano riparte.
Ci si sta avvicinando alla chiusura e lo si capisce quando i due brani successivi sono Svo Hljótt e Heysátan. Con la prima è il momento di calo della tensione, l’attacco fa pensare alla seconda traccia di ( ), per il “doppio piano” uno in sottofondo e l’altro (korg, modello anni ’70) a fare la melodia. Pezzo spaziale, come quello precedente. Belle immagini, ma il calo di tensione l’ho avvertito, ed è l’unico momento del concerto in cui cala appena l’attenzione. Per Heysátan vale quanto detto per il pezzo precedente. Le Amina lasciano il palco a Jónsi e compagni; suonano in un angolo abbastanza ristretto del palco, chitarra-basso-xilo-pianokorg, salutano ed escono dal palco.
Si fosse chiuso così il concerto mi sarei potuto considerare contento, ma non pienamente soddisfatto. Per un attimo ho anche pensato che lo spettacolo si chiudesse lì (a milano non avevano eseguito bis e chiuso con l’ultima traccia dell’album che stavano presentando). Ci ho creduto di meno quando il sipario davanti a loro è stato tirato. Un concerto che si proponeva, per così dire, circolare, doveva chiudersi come si era iniziato. Ed infatti ritornano tutti sul palco e quando si intonano le note di unknown #8, ultima traccia di (), capisci che quella è proprio la fine.
Non poteva chiudersi meglio il loro concerto, senza dubbio il loro pezzo più bello. Forse quello meno Sigur ròs, ma senza dubbio quello più coinvolgente. Unknown #8 è abrasiva, visionaria, eccelsa; polmoni pieni, respiro che resta in gola e si butta fuori tutto insieme. assolutamente meravigliosa, unica, immagini altrettanto visionarie e bellissime. Quinta pelle d’oca.
viter

www.sigurros.is

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