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Interviste

Intervista a GIULIO CASALE

“In fondo al blu” per molti è stato il disco rivelazione della canzone d’autore italiana nel 2005. Giulio Casale ce ne parla.

Intervista di Fabio Gallo

E’ facile innamorarsi di Giulio Casale, basterebbe già ascoltare il suo disco, ma se poi si ha la fortuna di vederlo dal vivo, allora non si può non essere coinvolti dalla sua mimica, dalla sua gestualità, fisicità teatrale. Soprattutto non si può non essere coinvolti dalle sue canzoni: spaccati di cuore, di vita, di amore; imbuto di sensazioni e totale immersione, proprio come il suo stare sott’acqua nella copertina di “In fondo al blu”.

Partiamo proprio dalla copertina. Come è nata l’idea e che valore simbolico ha il tuo stare sott’acqua ?
Beh, da una parte è una totale immersione, un “chiamarsi dentro” anche fisicamente, cercare di non avere il minimo distacco dalle cose.
Dall’altra è una piccola celebrazione dell’elemento originario dal quale veniamo tutti e nel quale un giorno ci scioglieremo, senza chiamarla per forza “Fine”, “Morte”. E’ più una liberazione, per me.

“In fondo al blu” è un disco che richiama spesso in maniera esplicita le contraddizioni e le brutture del mondo che ci circonda. Qual è la tua posizione rispetto alla società in cui vivi e come ti confronti con essa ?
Diciamo che continuo a meravigliarmi per tanta violenza subita e, peggio, organizzata, e non parlo solo del momento bellico, anche la struttura del lavoro, quella economica, la violenza dei media, la crescente mancanza di consapevolezza individuale e quindi la massificazione che esplode in ogni singolo individuo- non più individuo, letteralmente.. Ma non si può parlar così di queste cose.. Io cerco altro, mi batto per questo, e provo a cantarlo, magari in punta di voce.

Quanto è distante questo disco dal lavoro con gli Estra e quanto è diverso essere solisti?
A livello tematico sento molta continuità ma è proprio la forma, che conta sempre più dei contenuti, a determinare un’effettiva distanza. Mi sono concesso il lusso della canzone d’autore, rido, e ti dico che è l’infanzia che ritorna, c’è anche del gioco in tutto questo, ma l’intensità di Luigi Tenco o di certo Sergio Endrigo son cose che se hai sentito da piccolo non le dimentichi più.. Essere solisti vuol dire portare un disco, anche nei minimi dettagli, tutto sulle tue spalle. Pesa quattro volte di più, è matematico, non dico noioso.

Il disco si apre con “Marina Elisa” che è probabilmente il brano più intimo dell’intero disco. C’è un motivo particolare dietro a questa scelta ?
Volevo una specie di “Intro” al discorso vero e proprio che sottende poi il resto dell’album. Poi era una sorpresa per me quella canzone, l’ho scritta che ero già in studio, e c’è dentro mia madre che se n’era andata proprio in quei giorni, una delicatezza che mi piaceva comunicare subito, evitando di infilarla in mezzo agli altri suoni e rumori del mondo. E’ la gratitudine a guidare molti dei miei atti, se ci penso. Devo molto a lei.

Ascoltando “Vivacchio” e “Sbarre sui denti” mi viene invece spontaneo chiederti cos’è per te l’ironia e quanto è importante farne uso in una canzone?
L’ironia è la capacità di sorridere e di far sorridere parlando di eventi o situazioni altrimenti avvertite come dolorose, se non peggio. E’ anche una forma di distacco però, molto mentale, e come tale non mi fa impazzire, cioè non credo sia giusto abusarne, né in musica né in relazioni umane, certe volte mi pare che vivere davvero vuol dire non avere distanze, non proteggersi, difendersi. Ecco: se l’ironia “apre” alla vita mi piace, sennò è cabaret, un po’ sputtanato, troppo spesso.

Gli arrangiamenti del disco sono molto raffinati e questa ricerca ha il suo culmine nella traccia finale “In fondo al blu” che dà il titolo al disco. Che tipo di approccio hai tenuto verso questo aspetto ?
La canzone d’autore se ha un limite è forse quello di portare con sè una qualche ingessatura di troppo, un’eleganza che a volte si scambia con l’immobilismo, un eccesso di “pulizia” forse. Ho semplicemente cercato un dinamismo, quel che altri chiamano sperimentazione, che mi rappresentasse. Vorrei che tutti potessero ascoltare la canzone “In fondo al blu”, questo naufragare nella pretesa di esserci, e l’oceano che t’inghiotte e tu che vuoi ancora dire qualcosa.. Alessandro Linzitto ha avuto tanta parte in questo saper visualizzare (via audio) il mio sentire. Anche “So che non so” va in questa direzione.

Di questo disco hai realizzato anche uno spettacolo teatrale. Come sei riuscito a far coesistere questi due mondi e cosa ti ha spinto a perseguire questa forma d’arte ibrida ?
Amo e cerco una spettacolo “totale”, il concerto a volte non mi basta più, ed è proprio il copione, questa gabbia apparente che può, credo, portare alla precisone del gesto scenico e dunque della parola e del suono. E’ teatro-canzone, monologhi e canzoni dal vivo, le une dentro agli altri, all’infinito. Una meraviglia. E poi.. il teatro, quel buio e quel silenzio..

Lo spettacolo parla dell’alienazione dell’uomo moderno e del totale annullamento del proprio Io. Hai qualche soluzione al ritrovamento di questo Io?
Ehi, io non ho tutte le riposte (ride)!, sto cercando anch’io, come tanti, di togliere appena un po’ questo velo che appanna la superficie delle cose, che non fa capire e non ci fa contenti..
Bisognerebbe almeno essere sicuri che quel sentiamo e pensiamo ci appartiene veramente, non l’abbiamo solo subìto. Se non parti da lì non mi pare che si possa andare in alcun dove.

A tal proposito “Parassita intellettuale” è un brano molto diretto . Pensi che nel mondo della musica attuale conti di più l’essere o l’apparire?
Non solo nella musica: se non accetti il gioco della marchetta pubblicitaria non esisti, sei fatto fuori, non è che esisti in quanto “altro”: non ti sarà mai data la chance di portare i tuoi pensieri e la tua musica alla “gente”. Siamo ben oltre la dicotomia che mi sottoponi, e da un pezzo.
Dovremo resistere, rifondare una qualche “carboneria”..

Tutto il disco mantiene elevati standard letterari ed in “Cara giovane vergine che mi parli di suicidio” citi Cesare Pavese. Quali letture ti hanno ispirato durante la scrittura dei testi ?
Leggo ancora di filosofia, ma anche poesie, un po’ meno romanzi ultimamente.. i riferimenti sono sempre quelli, una volta si diceva “controcultura”: Adorno, Céline, Lautremont, Giuseppe Berto, P.P. Pasolini, E. M. Cioran, Carmelo Bene. Poi come questo entri nelle canzoni e nei miei scritti resta un bel po’ misterioso..

Per chiudere, si parla spesso di crisi del settore discografico ma tu pensi verrà superato questo momento?
Se si pensa di tornare alla vecchia maniera di usufruire dell’oggetto disco credo proprio di no, i più giovani sono stati educati a non dare
valore a quell’oggetto, mentre ancora per quelli come me è quasi un feticcio, benché di plastica, ahimè. Ma la voglia di musica c’è, eccome, e si scaverà una strada alternativa, ci prenderà alle spalle una mattina e nessun big manager se ne sarà accorto.

www.giuliocasale.it

Recensione di “In fondo al blu”

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