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DEPECHE MODE – Milano, 18/02/06

Sono le 20 e 30 quando metto piede dentro il Filaforum di Milano, il pubblico è quello delle grandi occasioni. Gente di tutte le età e da tutta Italia affolla il palazzetto; Siracusa, Roma, Potenza, i tanti cartelli sparsi qua e là mi regalano un colpo d’occhio davvero impressionante.

di Marco Pipitone

Guardandomi intorno scorgo alcuni ragazzi, giovani, di nero vestiti, con un filo d’ombretto, deambulano, con le braccia conserte, a muso duro…Più in là le solite facce. Vent’anni prima io e quelle persone avevamo la stessa mossa.
Vent’anni dopo i Depeche Mode suonano ancora una volta in Italia. Rispetto ad allora e rispetto a tutti i tour che la band ha successivamente tenuto nel nostro paese nulla è cambiato: la stessa atmosfera, le medesime aspettative. Il futuro sembra essersi fermato ancora una volta nel…1986.!
Non faccio in tempo a guadagnarmi un posto davanti al mixer che si spengono le luci.
Dave Gahan in giacca e vestito di nero avanza verso il centro del palco, Martin con uno strano cappello alla sua destra imbraccia una chitarra a forma di stella; Andy invece incalza sopra una astronave-consolle sul lato destro. A corredo dei tre Depeche, Christian Eigner alla batteria e Peter Gordeno alle tastiere.
Le luci sono disegnate ancora una volta da Anton Corbijn (già fotografo e regista per gli U2) mentre sul fondo del palco un caleidoscopico megaschermo spara immagini della band, volutamente incedono sul corpo di Gahan (apparso davvero in grande forma) mandando in visibilio il pubblico femminile e non solo, all’estrema sinistra una curiosa sfera di metallo trasmette una serie di messaggi di varia natura.
L’inizio è deflagrante, A Pain That I’m Used To overtoure anche di Playing The Angel.Il suono limpido e cristallino invade il Filaforum ma l’entusiasmo mio e dell’intero palazzetto esplode irrefrenabile con l’attacco di Question of Time.
Dave Gahan è semplicemente incontenibile, dopo tre canzoni è già a torso nudo e la voce è quella dei bei tempi mentre Martin Gore visibilmente divertito trotterella su e giù vestito come l’angelo piumato simbolo di Playing The Angel, l’ultima fatica discografica.
Il concerto entra nel vivo. La scaletta è ben strutturata, non ci sono pause. I pezzi del nuovo album si mescolano piacevolmente a brani di Songs Of Faith And Devotion (I feel you), Violator (policy Of truth), Home tratta da Ultra del 1997, ma la pressione sale ancora una volta quando il gruppo attacca Behind The Wheel da Music for the Masses: una versione al cardiopalma che manda in visibilio la folla.
La prima parte del concerto si chiude con un trittico al fulmicotone: Walking in My Shoes, Personal Jesus e la canzone in assoluto più amata dei Depeche Mode: Enjoy The Silence, tanto che Gahan non ha bisogno di cantarla, poiché ci pensano i 12 mila presenti, dimostrando se mai ce ne fosse bisogno di conoscerne le parole a memoria.
La seconda parte del concerto si apre con Martin Gore “alla voce” ( e che voce! ) cantando Shake the disease: una perla. Applausi a scena aperta! E boato collettivo quando il cantante si toglie il cappello (finalmente!), liberando i riccioli biondi che tanto lo contraddistinguono. Tanta emozione ma anche qualche ombretto colato negli occhi degli astanti la performance del Nostro è da brividi.
Il ritorno sul palco di Dave Ghan è scandito dalle note di I Just Can’t Get Enough, un’ovazione senza fine con un palazzetto davvero incandescente che esplode letteralmente con Everythings Counts un classico dei Depeche che decreta la fine del primo encore.
Never Let Me Down Again è travolgente e purtroppo scandisce gli ultimi momenti del concerto, infatti la successiva Goodnight Lovers (l’unica da Exiter) suggella la fine della serata.
In pedana per l’ultimo saluto Dave Gahan e Martin Gore sorridono abbracciandosi, come se volessero rassicurare il pubblico.
Un concerto sorprendente ed emozionante, forse il migliore tra tutti quelli tenuti in Italia dal gruppo, che ha dato delle risposte a chi negli ultimi tempi aveva avanzato dubbi sui tre di Basildon.
I Depeche Mode stanno bene e la ritrovata vena del gruppo sia in studio che live è una precisa garanzia su un futuro fattosi nuovamente luminoso.

Marco Pipitone

La scaletta del 18 febbraio a Milano

1 A Pain That I’m Used To
2 John The Revelator
3 A Question of Time
4 Policy of Truth
5 Precious
6 Walking In My Shoes
7 Suffer Well
8 Damaged People
9 Home
10 I Want It All
11 The Sinner In Me
12 I Feel You
13 Behind the Wheel
14 World In My Eyes
15 Personal Jesus
16 Enjoy the Silence

17 Shake the Disease
18 Just Can’t Get Enough
19 Everything Counts

20 Never Let Me Down Again
21 Goodnight Lovers

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