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Interviste

Intervista agli AMARI

L’occasione fa l’uomo ladro. Finalmente ho potuto fare quattro chiacchiere con la band che l’indie italico sta scuotendo con i colpi di coda della balenottera multicolore che la trasporta. Disponibili e diretti, uncool al punto giusto, Amari.

Intervista di Federico Pirozzi

Il titolo dell’album è Grand Master Mogol, nome ibrido nato dall’accoppiamento promiscuo di Grand Master Flash e Mogol. Amari invece? a cosa è dovuto il nome?
Dariella: quando sono nati gli amari eravamo in una fase tardo adolescenziale, ci portavamo dietro una specie di sofferenza legata al posto in cui vivevamo che poi è la provincia più provincia, quindi il nome era un aggettivo che indicava una certa amarezza. Poi c’era un certo discorso di rifarsi un po’ ai gruppi tipo I Corvi, Le Ombre, Le Orme…
Pasta: c’era il fatto che comunque inizialmente eravamo un gruppo rap ma con delle sfumature di qualcosa di diverso, quindi l’idea di dare un nome che non fosse la classica sigla di tre lettere tipica dei gruppi rap di allora, parlo del ’97, era un’idea per connotare il tutto in maniera diversa…
Dariella: volevamo metterci il The prima che fosse tendenza…
Pasta: esatto, poi è arrivata la moda, non ci piaceva più e non siamo saliti sul treno…

Rispetto a Gamera e Apoteke, Grand Master Mogol è un album un po’ bastardo… nel senso che è in grado di soddisfare, per i generi che lo compongono, un bel po’ di gusti. Le definizioni lasciano sempre il tempo che trovano e sono riduttive si sa, ma definirlo hip hop cantautoriale vi sembra troppo fantasioso?
Pasta: Può essere azzeccato per alcune canzoni. Per quanto uno si sforzi a trovare un’etichetta per la nostra musica, essa vale per alcuni pezzi e non per altri. Noi in realtà nel corso della nostra produzione ci siamo concentrati nel mescolare nella maniera più indolore possibile o al contrario nella maniera più sfacciata possibile generi distanti, quindi proprio per questo non è facilmente etichettabile ciò che facciamo.

E il fatto che siano cambiati i registri rispetto ai vostri 3 album precedenti è dovuto ad un processo spontaneo o un qualcosa di più ponderato?
Pasta: in realtà da un lato c’è il discorso molto naturale cioè che siamo diventati un po’ più abili a mescolare gli ingredienti e a decidere di non far accorgere che ci sono diverse influenze, magari distanti, nello stesso brano. Dall’altro lato c’è il fatto che i vari dischi nascono in epoche differenti quando l’atmosfera in cui sono stati composti e le idee della band erano diverse… quindi Corporali (2000) pagava lo scotto di essere l’ultimo colpo di coda, l’ultima crisi di rigetto del periodo adolescenziale. Mentre Apoteke (2001) era la scoperta del pop anche un po’ forzata, Gamera (2003) il penultimo, un ulteriore sfogo e divertimento visto che nasce in un periodo in cui avevamo deciso di lasciare nel cassetto dei concetti chiave nella composizione della musica, una cosa pura e libera dunque. In Grand Master Mogol (2005) abbiamo volutamente deciso di fare le cose seriamente. Abbiamo detto: ok, adesso facciamo un disco dove almeno tentiamo di mettere dentro tutto quello che troviamo rappresentativo della nostra musica…
Dariella: …e di lavorare con la forma canzone, infatti in Grand Master Mogol c’è un tentativo di fondo di creare delle “canzoni”.

Ma anche in termini di tempo tutto questo si è ripercosso?
Dariella: si, Grand Master Mogol è un disco che a noi ci piace definire stagionato. Nel senso che sono passati due, tre anni per la stagionatura e scrittura dei pezzi…
Pasta: c’è del materiale che comunque è cresciuto ed è stato scartato sia da Apoteke sia da Gamera perché non era adatto, è stato messo nel congelatore, tirato fuori al momento giusto e poi rielaborato. C’è dunque del materiale che arriva da periodi diversi ma alla fine guardandole insieme queste canzoni ci piacevano tutte, avevano un senso fra di loro e abbiamo deciso di metterle tutte dentro l’album. Forse c’è anche troppa carne al fuoco ma doveva essere così.

Pensate sia stato rilevante il ruolo di tam tam tra blogs e webzines nella diffusione del vostro verbo? Come è vi siete mossi dal punto di vista della “pubblicità”?
Pasta: la fortuna di Gamera all’inizio si deve proprio il fatto che sia stato scoperto dai bloggers ed è una cosa che a livello di marketing non avevamo contemplato.
Dariella: Quello dei blog è un canale molto significativo ora come ora. Nel nostro caso diciamo che abbiamo puntato decisamente su questo mezzo. Scoperto con Gamera, non che funzionava, ma che c’era un’interconnessione tra i vari blog e una specie di catena parallela di distribuzione e promozione della musica, abbiamo deciso volutamente con Grand Master Mogol di far ascoltare o di far avere le copie del nostro disco, prima ancora che ai giornalisti, ai vari bloggers che poi magari spesso corrispondono ai giornalisti.

I suoni di Grand Master Mogol profumano molto di eighties. Non so le vostre età, ma credo che in quel periodo eravate dei ragazzini che assorbivano come spugne ciò che era la musica e la tv, insomma la cultura POP…
Pasta: Siamo tutti del ‘77, ‘78… (un certo silenzio di tensione)… ma non lo puoi scrivere…(segue risata mefistofelica…)
Dariella: sicuramente abbiamo subito anche il fascino degli anni ’80 con il revival che c’è stato in questi ultimi cinque anni che io però definirei una bella continuazione di alcune strade interrotte. Negli anni 80’ sono state chiuse delle strade perché negli anni ’90 si è deciso che gli anni ’80 erano da cancellare, si è voltato pagina esageratamente. Sono stati interrotti dei percorsi che, secondo me giustamente, dalla fine degli anni ’90 fino ad adesso sono stati ripresi.
Pasta: a parte il discorso degli anni ’80, ci piace il fatto che in noi ci siano sempre delle pesanti citazioni di computer music, di videogame…
Dariella: che poi sono delle citazioni sentimentali… è un discorso “emo” rivolto ai videogiochi e a quei suoni. Come uno che ama un certo tipo di sonorità, usa che ne so, una testata mesa boogie o un orange… Uno che ha iniziato ad ascoltare la musica elettronica negli anni ’90, quando c’è stata la grande rinascita dell’elettronica, si è affezionato a quei primi suoni che sono i break quadrati del primo FatBoy Slim, per i quali al tempo magari storcevi il naso e dicevi – cazzo non è abbastanza raffinato – e adesso ti fanno ridere…

E perché di quel periodo preferite la “plasticaccia” alle paillettes?! Che vuol dire?
Dariella: La plasticaccia sono proprio i videogiochi e i giochi con cui giocavi, Heman e il castello di Grayskull. Invece che il fard, il glam, che richiama un’altra scena anni ’80 che no, non ci appartiene!

I testi di GMM sono in alcuni episodi molto intimi altri invece potrebbero essere presi a mo’ di manifesto programmatico di una generazione molto sotterranea e discreta che come dite voi “le rivoluzioni le pensa sul divano”. Come sono nate i versi di quest’album e quali inspirazioni avete avuto, se le avete avute?
Pasta: diciamo che sono venuti in maniera abbastanza naturale sia per quanto riguarda me che per quanto riguarda Dario. Poi, alcuni testi sono scritti a quattro mani e altri tutti insieme. Sia la musica che i testi che noi facciamo sono abbastanza “condivisi” da tutti, cioè uno dice agli altri quello che ha scritto e poi ognuno dice la sua. Un’osservazione che ci siamo fatta è proprio che volevamo che le cose scritte fossero più rappresentative di un sentire personale e senza troppi giri di parole, abbandonando il classico uso delle metafore tipico dell’hip hop anni ’90 e arrivando in maniera più diretta e volutamente anche scioccante con l’uso di certe parole magari anche scomode che hanno un suono che non puoi aggirare. Testi con delle parole che mettono dei paletti nel percorso di chi le ascolta piuttosto che il classico sole-cuore-amore che si sente quando vai a far la spesa e la cosa passa e va… le parole sono come sassi: ci devi inciampare o devi evitarli.
Dariella: la cosa strana è che c’è un modo di usare le parole che ha una certa tradizione in Italia. Battiato è il personaggio forse più rappresentativo e classico in questo modo di usare i testi, buttando lì in mezzo delle parole così comuni e così poco altisonanti…
Pasta: che poi sono comuni nella vita ma non nella musica… quindi risultano un po’ più scomode nei testi, però funzionano da elementi di appiglio, sono come uno schiaffone per uno che non sta prestando attenzione al testo.

Quella della canzone“tremendamente belli” è disillusione, caricatura di certi atteggiamenti stereotipati, ironia o niente di tutto questo?
Anche nell’indie italiano conta più l’apparire che l’essere?

Pasta: Ah, assolutamente! Succede nell’ambiente indie italiano come nell’ambiente hip hop e in tantissimi altri ambienti…
Mha, io direi un po’ ovunque nella vita…
Pasta: Si, certamente è una constatazione che puoi applicare a tantissimi tipi di giri e di scene… “Tremendamente belli” è nata come una presa in giro, una cosa caricaturale. Una cosa di cui noi un po’ facciamo parte e un po’ rinneghiamo in realtà. A volte ci piace vestirci bene per andare ad un concerto, a volte ci fa schifo vedere la gente stereotipata, tutti vestiti in un certo modo…
Dariella: che poi sei tu stesso! Il discordo è questo: secondo me è una condizione un po’ esistenziale. Sai, ci sono delle annate in cui c’è più ideologia, parlo proprio delle generazioni. è buono certo avere qualcosa in cui credere, ma guardando poi a distanza se un potesse, si nota ad esempio come rispetto a una generazione degli anni ’60/’70, noi siamo più vicini alla generazione degli anni ’80. C’è più edonismo, c’è più un senso di decadenza anche rispetto agli anni ’90. In questi 2000 mi viene da fare un ragionamento binario insieme agli anni ’80, è un momento di perdita dei valori e di maggior superficialità che non è necessariamente un male, dipende dal contesto in cui sei inserito. Chiaro che poi ogni cosa in ogni contesto ha il suo peso.

Rumors che si rincorrono dicono che Dariella è il genio e Il Pasta il metodo… scherzi a parte, come sono tecnicamente distribuiti i ruoli?
Pasta: la definizione è una mia splendida sparata situazionista…in realtà a volte è così. Ultimamente ci scambiamo i ruoli, così quando uno molla la presa l’altro sta attento e deve afferrare l’idiozia che è appena nata e sistemarla. Quindi ci deve essere sempre questa soglia tra la follia e il pettinare le cose.
Il Cero quindi che fa?!
Pasta: Il Cero… non si può dire in un’intervista…
Dariella: no, in realtà il Cero ha un ruolo veramente indescrivibile… l’unico esempio è questo: una torta non la fai senza la uova e la farina. Ci vuole poi il lievito e il latte per tenere tutto ben attaccato. Ecco questo è il Cero!
la rana rep invece?!
Dariella: eheh… la rana rep è la mancanza di controllo dei media…

Voi venite da Udine. Esite o esisteva una scena artistica o musicale lì, della quale facevate parte o dalla quale eravate distanti agli inizi?
Pasta: Noi usciamo quasi tutti da un istituto d’arte, siamo più o meno della stessa annata. Siamo entrati lì in un sistema dove c’era uno certo spirito di creatività. Era una scuola dove ti spiegano che se hai un certo tipo di idea in qualche modo la puoi realizzare. Poi questo spirito ci è un po’ rimasto dentro e negli anni è diventato molto più controllato. Tutto per noi penso nasca da lì. Poi Dario si è spostato a Bologna e ha continuato con l’accademia. Io, nel mio caso, mi sono occupato di grafica, comunque tutti siamo rimasti legati ad un aspetto estetico ed artistico.
Nella vostro provincia non c’era quindi una grande quantità di gruppi musicali che andasse a costituire una scena?
Dariella: in realtà sì, ma non eravamo necessariamente legati. Per quanto riguarda la scena hip hop effettivamente, non ti dico che siamo i pionieri là, però siamo stati i primi a fare quel genere di cose.
Pasta: in quegli anni sono successe parecchie cose e con la prima formazione degli Amari si è girato parecchio. Un sacco di nomi più o meno grossi del giro hip hop italiano sono venuti a suonare a Udine, ci sono state delle cose abbastanza interessanti. Per quanto riguarda altri generi c’erano altri gruppi ma la cosa è poi morta lì; Udine è una città di provincia e da noi si paga lo scotto di avere una grossa fierezza sulla lingua friulana. Questo fa sì che si diano delle sovvenzioni per chi canta in questa lingua e automaticamente si creano delle barriere già al confine tra Friuli e Veneto. Noi abbiamo sempre composto del materiale e spedito dei cd-r in giro per tentare di suonare in giro per l’Italia non vedendo questo tipo di confini. Invece le band usando la lingua friulana i confini se li creano. L’idea di uscire significa anche avere il coraggio di metterti in gioco, suonare davanti a un pubblico che non ti ha mai sentito e noi per anni abbiamo fatto questa sorta di proselitismo, al di là del fatto che comunque portiamo in giro una musica che è abbastanza “pazza” e non è un canone classico all’interno del quale ti esprimi come può essere il rock. Puoi immaginare che agli inizi tutto era più difficile, la gente non ci conosceva e ai concerti quando arrivava se arrivava, rimaneva a bocca aperta…
Dariella: adesso è un po’ diverso. Uno che ci sente non dice più – ah cazzo, oddio questi fanno rap me c’è dell’elettronica-. Adesso è tutto codificato, ci sono stati degli esempi dall’estero come Notwist, tutto il giro Anticon, i Gorillaz, anche i Linkin Park. Ma questa roba c’era anche prima, solo che era per pochi carbonari. E’ roba che in Italia nessuno tenta di fare, il mescolare i generi. Non che sia una strada giusta, ma almeno provarci…!

Tra l’altro sinceramente non mi viene nessun nome nel panorama indie musicale italiano a cui accostarvi… modestia a parte, siete unici?
Dariella: Ma guarda, spesso ci paragonavano ai Casino Royale ed effettivamente rispetto ai Casino Royale di CRX la direzione e ciò che si voleva fare era molto simile. Cioè unire la melodia all’elettronica anche se loro erano sbilanciati su un certo tipo di elettronica già di genere.
Pasta: questi paragoni comunque li trovano i giornalisti. Noi proviamo a fare qualcosa di originale, anzi personale. E quando uno di noi propone un pezzo e non si accorge che quello che ha fatto ha delle forti assonanze con altro, c’è sempre qualcuno che suona un campanello d’allarme e dice alt, spostiamoci un po’. C’è sempre il continuo gioco del mascherare e di camuffare il carro armato che stai costruendo.

A proposito di ciò vi faccio l’esempio della scena salentina che finalmente dopo anni di pizzica e reggae a tutto spiano, ultimamente si sta scuotendo su altri ritmi. Mi riferisco al vostro amico Popoulus, Studio davoli, Tuma, Bludinvida, Psycho sun…
Dariella: ma mi chiedo, qualcuno se li caga questi qui…?
Bhè insomma… forse sono più considerati fuori dalla Puglia… Nel salento c’è la solita vecchia grossa schiera di giovani dreadlock muniti che va dietro a questi generi che nel tempo sono rimasti uguali a se stessi e tranne qualche rara occasione a mio parere è lasciato poco spazio quindi anche poca promozione a ciò che è “altro”.
Pasta: Ma lo sbagliato sei tu e Popoulus! Non loro. Non te la puoi prendere con la gente che segue questi movimenti di musica tradizionale salentina, non si scappa, non puoi puntare loro la pistola alla testa…
Dariella: Ma la cosa allucinante è che la cosa si è espansa in tutta l’Italia o per esempio in tutta Bologna dove c’è un grosso aumentare della pizzica, della taranta… Con tutto il rispetto delle tradizione però è come se io andassi a cantare (anche se il paragone è inconfrontabile visto che la pizzica e la tarante sono molto più coinvolgenti) una canzone popolare friulana fuori dalla mia regione. Poi si tratta di musica che non si evolve, è tradizione e la tradizione va mantenuta così come un rosario… anzi c’è il pericolo che scompaia da un momento all’altro…

Pensando all’Italia, è meraviglioso che citando la Riotmaker, si faccia riferimento a un progetto, un collettivo all’interno del quale ci sono degli arstisti, delle bands, una label indipendente, una linea di vestiario e accessori molto “uncool”, per non parlare dell’ attività di dispensazione di perle di stile sul mensile Rumore… insomma una nuova Factory!
In pratica, come siete partiti e mossi da quali esigenze avete dato alla luce Riotmaker?

Pasta: diciamo che avevamo bisogno di strutture per proporre in giro i dischi degli Amari e le cose di Luca Carnifull, l’altro socio. Quindi ci siamo inventati quest’etichetta che all’inizio era fantasma, non era altro che un logo sui dischi, poi questa cosa ha cominciato ad avere maggior credibilità, ha preso piede ed è diventata vera. è un’etichetta friulana perché noi abitiamo lì però in realtà potrebbe esser nata in qualsiasi provincia visto che non ha nessun tipo di connotazione geografica, non si trova in nessun luogo se non in un luogo mentale che è la nostra infanzia e il nostro presente che vanno continuamente insieme… Poi si gioca anche sul fatto che Udine è una provincia X con nessun tipo di particolare caratteristica, come può essere quella di Milano o Bologna, quindi noi facciamo una continua opera di import-export da questo luogo che nessuno conosce, nessuno è venuto a Udine…
Dariella: nessuno sa dove mettere l’accento su Frìuli o Friùli, nessuno sa dov’è sulla mappa, ma dopo sette anni di produzioni la gente sa che cos’è la Riotmaker e sa, se noi produciamo un disco, cosa aspettarsi. è diventato un marchio che se ti piace quel tipo di attitudine o di estetica o di suono puoi più o meno fidarti…

Ci sono vostri colleghi e amici in Italia che la Riotmaker stima e avrebbe voluto avere nella proprio scuderia?
Pasta: a livello musicale devo dire che in Italia non ci sono milioni di nomi validissimi, ce ne sono alcuni in vari campi, c’è Popoulus, Pigna People… La musica italiana paga il pegno di essere un po’ chiusa. Poi ci sono dei personaggi magari sconosciuti che per noi hanno un certo valore rispetto a quelli che sono più spesso osannati. Tanti amici in ambito musicale ne abbiamo ma non è detto che ciò che fanno ci piaccia.
La musica straniera invece ce ne piace tanta e di tutti i generi…

C’è qualche nome nuovo che state seguendo e che potete rivelare in anteprima urbi et orbi per le decine e decine di lettori di Impattosonoro.it?
Pasta: Innanzitutto si può dire che il 4 Aprile uscirà il disco di Luca Carnifull con il Carnifull trio, che è il suo nuovo progetto dove porta avanti un’idea che è completamente diverso dal progetto Fare Soldi che fa con me; si tratta di qualcosa di completamene diversa da Grand Master Mogol, da Scuola Furano e da qualsiasi altra cosa sia mai stata fatta da Riotmaker e ci piace proprio per questo. Poi in cantiere c’è la compilation che dovrebbe uscire quest’autunno e in questo disco annunceremo al mondo – senti quanto sono spaccone – la nuova band che farà parte della scuderia Riotmaker che è di Genova ma non posso dirti ancora il nome.

Nell’ipod invece cosa avete al momento?
Dariella: Al momento gironzola Cat Power, Isolèe, poi dischi anche non nuovissimi tipo Stars e Kayne West che è un disco che tende a non staccarsi…
Pasta: Io metto un mio recupero personale che è il Black Album di Jay Z. che non è nemmeno tanto vecchio e poi è un bel disco di hip hop cafone e “in faccia”. Poi anche gli Arrested Development che è roba proprio da mercatino… è un gruppo che faceva una forma di rap rurale abbastanza fricchettona, simili ai primi De La Soul…

Nell’atteggiamento indie sembra sempre che tutto debba farsi nel recinto del “think small”. C’è qualche un sogno o obiettivo che gli Amari si sono fissato che, per così dire, mandi in culo questo principio?
Dariella: Ma certo! Noi pensiamo big, enormous! Veramente, se potessimo dominare il mondo e decidere che cervelli mettere nella gente lo faremmo, al di là della musica che proponiamo.
Pasta: non ci vergogniamo di tentare di proporre quello che facciamo a più gente possibile indipendentemente dai gusti degli ascoltatori.
Dariella: dai basta tagliamo subito i ponti alla discussione: se avessimo l’appoggio economico per andare a Sanremo e cagare fuori dal boccale, lo faremmo. Basta con queste stronzate che uno che deve fare il musicista e deve morir di fame. No, uno deve poter diventare ricchissimo. Naturalmente questo non vuol dire fare delle cazzate.
Pasta: non vedo perché se io faccio un enorme sbattimento per poter mixare, registrare etc… non posso vendere 10000 copie ma solo 100 perché se no i miei amici s’incazzano…
Dariella: voglio dire, i Daft Punk hanno mixato Madonna, hanno lavorato con chiunque ma non mi sembra che la loro musica si riduca a una cazzata, anzi… quindi noi non pensiamo piccolo, piuttosto pensiamo “nostro” e tentiamo di proporti il nostro. Ok, il nostro mondo è piccolo, la nostra musica nasce nelle camerette, però ora immagina di prendere queste camerette e di metterle su un altare!

Come va l’attività live? Avete notato differenze rispetto ai concerti di supporto agli album precedenti in merito anche alla risposta che avete della folla festante che vi viene a vedere?
Pasta: Sicuramente è più rock rispetto al disco e rispetto alle altre. Noi portiamo tutto l’ultimo album sia alcuni pezzi di Gamera e Apoteke. Il set è più rock e festaiolo, la band ha cinque elementi sul palco con la batteria fracassona. La folla se c’è, è festante e vuole divertirsi noi la aizziamo come possiamo. Qualcuno ha scritto che sembra un po’ la festa delle medie. Noi cavalchiamo l’imbarazzo di alcune scelte un po’ kitch dal vivo cercando di fare qualcosa di divertente.

Quindi stasera ci saranno i palloncini dal vivo…?
Pasta: se avremo le palle di gonfiarli ci saranno di sicuro!

…i palloncini non ci saranno poi, la festa però sì. Il set dei Farraginosi sarà di luci a neon, di cappucci a colori e di pose sparate. Diventeranno più grandi con in funghi e più veloci grazie alla stellina, si caleranno nei tubi e daranno capocciate sui mattoni. Dopo ogni canzone ci sarà un quadro in più completato. Luigi non si vedrà ma la principessa alla fine sarà salvata…
Tutto ciò che Mario ha insegnato a intere generazioni gli Amari lo metteranno sul palco e lo calceranno tra la folla.
Farà sicuramente bene parlare del concerto degli Amari del 3 Marzo.

Federico Pirozzi, the mao’s bra, the useless, capitanfe, fefo
Siena 3 marzo 2006, corte dei miracoli

Band: www.farraginoso.com
www.myspace.com/gliamari
Label: www.riotmaker.net

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