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LOU REED – Napoli, 09/03/06

Penultimo capitolo del lungo tour invernale italiano. La scaletta è la solita, quella senza classici che ha deluso i meno appassionati, ma per la tappa di Napoli LOU REED riserva una sorpresa, Laurie Anderson

di Piero Merola

Spesso sono le sorprese a rendere un concerto più eccitante. Per chi, come me, ha avuto la fortuna di seguire il soundcheck, l’effetto-sorpresa arriva con due ore d’anticipo. E’ già una grande emozione godersi Lou Reed (giubbottino rosso, souvenir dei giochi invernali di Torino) arrivare su una monovolume dai vetri scuri, e raggiungere sul palco tecnici e musicisti che provavano già da una buona mezzora. Ma quando sbuca, dopo uno spaesato girovagare tra le sedie della platea, Laurie Anderson col suo violino elettrico (e anche per lei piumino dei giochi invernali), storica musa della scena sperimentale newyorkese degli anni 80 nonché sua compagna, c’è da restare a bocca aperta. La presenza della partner sembra renderlo meno burbero del solito, accenna addirittura paio di sorrisi, scherza con il fonico, apostrofa il fedele socio Fernando (pronuncia:f’neno) Saunders “Man of good fortune” al punto da farci credere in una sorpresa in scaletta che poi non arriverà.
Perché la scaletta sembra già scritta. Niente dal capolavoro d’esordio dei Velvet Underground, né tantomeno da “Transformer”, “Berlin” e “New York”. Diventano centrali alcune tra le produzioni più sottovalutate (o, dipende dai punti di vista, meno riuscite o quantomeno poco apprezzate dal grande pubblico) vale a dire “The blue mask” e “New sensations”, prima metà degli anni ottanta, fino ai più recenti “Magic and loss” ed “Ecstasy”.
In perfetto orario il quintetto sale sul palco.
Lui è in pantalone nero di pelle come ai vecchi tempi. Ci si aspetta “Sweet Jane” e invece arriva il ruvido rock-blues di “Paranoia Key Of E” in cui la voce già calda si adagia sul secco tappeto sonoro alla Rolling Stones. Il finale è dirompente e prolungato, caratteristica comune di tutti i brani eseguiti. Suono pulito, arrangiamenti scarni. Solida, solidissima, impeccabile la base ritmica. Il triangolo Rob Wasserman (contrabbasso elettrico) Tony Smith (batteria) e Fernando Saunders (basso) non sbaglia un colpo ed esalta il la cupa parlata di Lou anche nelle fasi più sommesse. Perché non è un concerto di solo rock’n’roll. Oltre al classico, sempre emozionante e acclamatissimo “The day John Kennedy died”, svettano “Sword of Damocles”, un brivido lungo la schiena, e la soffusa notturna “Why do you talk”, la prima sospinta dal violoncello, la seconda dalla voce dell’eclettico Saunders. Una voce che però rischia, come in “Tell it to your heart”, di spostare l’atmosfera su linee quasi soul, pedanti e lontane dalle peculiarità del maledetto di Brooklyn. Come dimostra invece la rassegnata melodrammatica “My house”.
Una voce che si stenta a credere possa essere quella di un sessantaquattrenne. Ma lui, lo sappiamo tutti, non è un sessantaquattrenne qualunque.
Nella fangosa “Gassed and stoked” sputa grinta e energia con quel suo atteggiamento di sincero distacco anche nel crescendo finale noise-jazz. Sebbene stasera sia più loquace del solito arrivando (nella misura in cui un tipo come lui possa ridursi a tali cliché) a dei gesti di incitamento rivolti al pubblico che lo segue rispondendo con isteria ad ogni movimento diverso dal solito.
In “Rock minuet” si trasforma in un inimitabile direttore d’orchestra, curvo sulla chitarra come alienato dalla realtà, la maltratta impietosamente con assoli stridenti e dissonanti che emergono tra i tuoni del contrabbasso e gli eleganti squarci del violoncello.
“My red joystick” che in pochi conoscono e vogliono, come si coglie dalle timide reazioni sulle prime note, prolungata fino all’ossessione diventa un’imprendibile cavalcata funk da dance-floor, gloria per la decisiva chitarra di Mike Rathke che dà spettacolo in un ipnotico stacchetto da virtuoso. Per la gioia dei più delusi con la bizzarra (per il contesto) ma suggestiva esibizione del maestro di di tai-chi (recente passione di Lou) Ren Guang-Yi arriva “Street Hassle”, l’incantevole sinfonia decadente che meglio esemplifica la dualità della voce della Grande Mela, la metropoli come incubo, la metropoli come speranza.
E finalmente arriva il momento di Laurie Anderson. Il violino della geniale musicista di Chicago si insinua alla perfezione, delicato e leggiadro, nella romantica reinterpretazione “unplugged” dell’energico tormento di “Who am I?”. Lui la ringrazia con un abbraccio, lei emozionata sorride timidamente.
La band lascia il palco.
Nel bis tutti ognuno spera in base alle proprie attitudini in ciò che è stato ingiustamente trascurato.
“Sweet Jane” è il compromesso. Accontenta i seguaci dei Velvet Underground. Accontenta chi non conosce approfonditamente Lou Reed. Accontenta chi non lo conosce affatto. E finalmente tutti si scollano dalle sedie per applaudire una versione scazzatissima, sbilenca e dissacrante dell’unico classico della serata. Così succede che si arrivi prima di lui al ritornello e viceversa. Ma poco importa. Il trasformista chiede gli applausi finali per i suoi compagni e, molto schiettamente, per sé (and thanks to me). Il PalaPartenope lo travolge con un’ovazione. Lui ci ripaga dell’affetto con un incerto “Grazi. Goodnight”.
E taglia la corda.
Man!Why don’t you just slip away?

Piero Merola

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