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Bibliophobia

Intervista a SIMONE MARCUZZI

Perchè non ci sono solo i dischi da noi.
E allora ecco che inauguriamo la rubrica “probabili interviste a probabili scrittori” scambiando quattro chiacchiere con Simone Marcuzzi, giovane autore di “Cosa Faccio Quando Vengo Scaricato”….

Intervista di Flavia Piccinni

A luglio farà 25 anni, crede che gli scrittori esordienti siano un’eterna promessa, specie quando hanno 40 anni, consiglia di tenere d’occhio Ivano Bariani, Peppe Fiore e Cristiano de Majo.
Con Marcuzzi, insomma, abbiamo scambiato quattro chiacchiere…

Esordire con una raccolta di racconti. Un sogno che molti hanno e che in pochi riescono a veder realizzato. Raccontaci la nascita e lo sviluppo di questo tuo primo libro.
Non posso dire che questi racconti siano nati come “raccolta”. Scrivo racconti da diversi anni, ma ho sempre ragionato sulla singola storia. Notare che una buona fetta dei miei racconti cercavano di raccontare le contraddizioni dell’adolescenza è stata più una constatazione a posteriori. Da quel momento ho cominciato a ragionarci più seriamente, e nel momento di dover mettere insieme qualcosa mi è venuto naturale accostare questi nove racconti, che pur nella loro eterogeneità hanno un sostrato comune dato dallo sguardo e dalla sfumatura tematica.

Cosa faccio sbarca in libreria con una casa editrice all’inizio. Una casa editrice che proprio con te, su di te, ha deciso di scommettere. Raccontaci la storia di Marianna e di questo tentativo (ci auguriamo fortunato) di portare libri “surreali e divertenti” sugli scaffali di librerie e non solo.
Be’, Marianna è una pazza, come pazzi sono tutti quelli che oggi aprono una casa editrice che pubblica italiani. Detto questo, e detto anche che è cosa realmente buona e sana che ragazzi, anche giovanissimi come lei (ha neanche 23 anni), continuino a provarci, la sua storia è più o meno questa: ha frequentato la scuola Holden, e durante quei due anni ha iniziato a pensare alla casa editrice. Ancora indecisa al termine delle lezioni, ha fatto un altro corso, si è molto informata e ha infine deciso. “Fare” i libri degli altri la appaga ancora di più che, eventualmente, scrivere i suoi. Lo trovo molto nobile. Il taglio dei testi che cerca per la pubblicazione sono, appunto, “surreali”, da intendersi sia in senso stretto, sia come esasperazione del quotidiano. Direi che la mia raccolta appartiene alla seconda “categoria”.

Sono nove i racconti che formano questo tuo “primo libro”. Nove racconti che presentano mondi diversi che ruotano, come si percepisce direttamente dal titolo, intorno alla sfera affettiva di ragazzi, di quelli del liceo e dell’università; all’interno di rapporti d’amore e di letto. Personaggi convinti e, a tratti, contradditori. Sognatori e fermi nelle loro, seppur sorridenti, contraddizioni. Che visione hai tu dei ragazzi, di quelli che si affacciano all’amore e al sesso?
Penso che oggi i giovani, anche i giovanissimi, abbiano una facciata di sicurezza, forse sfrontatezza e cinismo che gli è conferita soprattutto dallo strettissimo rapporto con tv e internet. Banale da dire, ma quante volte si ripete che “non si stupiscono più di niente”? Io credo però che sotto questa scorza ci sia una grande fragilità, e soprattutto grande malinconia (credo sia naturale per uno della mia generazione fare bilanci continui, ad esempio; e se a 15 anni ti trovi già a ragionare sulla tua vita in termini di quello che poteva essere e non è stato, allora è chiaro che sarà tutto un rincorrere qualcosa di non meglio precisato, un senso). Nell’approccio amoroso ciò è massimamente vero, nel senso che oggi di amore e sesso i ragazzi sanno già tutto, le cose-da-fare le malattie eccetera (anche se da questo punto di vista i media – soprattutto la tv – stanno rialzando muri che dieci anni fa sembravano finalmente abbattuti), ma poi è davvero così? Forse sì, forse no, non sta a me dare risposte universali. Io ho provato a raccontare questi episodi per due motivi: uno proto-intelligente e l’altro personale. Quello proto-intellignete: parlare della contraddizione e quindi provare a capirci qualcosa. Quello personale: scrivere di amore e sesso mi diverte un mondo.

Spesso si parla di fuga, figurata e reale. Una fuga che apre e chiude il libro, che rapporto hai tu con la corsa, scappare via dai propri impegni, fregandosene delle scadenze e delle necessità?
Ho un rapporto molto intenso con l’evasione. Non posso negare che per me la scrittura sia prima di tutto uno “sfogo” (lo so non è molto nobile). Dopo ore passate ad accanirsi su libri dai titoli minacciosi come “Metodi e procedimenti di calcolo nella progettazione meccanica” o “Sistemi di visione per misure dimensionali”, staccare la spina e dedicarmi a qualcosa di totalmente altro mi dà un senso di grande libertà (il tono un po’ sopra le righe di quasi tutta la raccolta penso sia dovuto soprattutto a questo). Studiare Ingegneria è uno sforzo che tende a chiudere la mente, a incanalarla, scrivere è l’opposto, scrivere apre.

Qual è il racconto che senti più vicino? Perché?
Più vicino per sensibilità “La necessità di respirare”, forse perché di tutti i personaggi che prendono voce, il protagonista di questo mi somiglia più di tutti. è insicuro, forse patetico, proprio come me. Da un punto di vista strettamente narrativo invece dico “I sistemi mnemonici delle donne” perché è un racconto sul quale mi sono davvero accanito. Volevo una storia dall’andamento sinusoidale (ok, studiare ingegneria serve), cioè che sbandasse continuamente con digressioni più o meno accentuate ma in maniera controllata, cioè attorno a un “valore medio” di pertinenza, e continuando ad avanzare. è stato molto difficile da scrivere e sistemare. Infine, trovo significativo per il mondo che descrive “L’ex sindaco rivede la sua ideologia”. Quel racconto secondo me è la provincia del nord-est. Naturalmente resa più chiassosa e sopra le righe, però è quello.

Viene naturale pensare che ci siano riferimenti autobiografici, più o meno spiccati. Mi sbaglio o è proprio così?
Diciamo così: di “fatti” o di “azioni” che appartengono alla mia autobiografia nel libro non c’è quasi traccia. Qualcosa appartiene alla vita di qualche amico, parecchio è inventato. Però sono tutte storie che sentivo molto mie, che in qualche modo mi appartenevano. Erano là dentro, io le ho solo tirate fuori.

Si parte dallo studente di Ingegneria a Padova (Marcuzzi studia Ingegneria Meccanica proprio a Padova), per poi vedere la città settentrionale luogo di un’intera storia. Sembra quasi che a tratti il paesaggio, il luogo, si tinga di personalità e acquisti un crescente spessore. Qual è il tuo legame con Pordenone (la città dove è nato) e Padova (dove studia)?
Penso che il territorio, il luogo in cui una persona nasce e cresce, sia uno dei tratti fondamentali che ne definiscono la personalità, il modo di essere. Così come la famiglia, un amore, non so che altro. I personaggi me li sono immaginati proprio come ragazzi del nord-est, anzi della provincia del nord-est (per la precisione io vivo fuori Pordenone, come dice sempre un amico “in mezzo al nulla”). Ecco allora che mi è venuto naturale ambientare le storie proprio in queste città, per aggiungere un tocco di verità.

Dopo questo esordio, che programmi hai per il futuro (romanzo, ritirarti a vita privata, uccidere qualcuno)
In questo momento sto attraversando un periodo piuttosto decisivo con l’università e mi sto concentrando principalmente su quello (a malincuore, certo). Quando mi sarò chiarito, penserò con calma a qualcosa d’altro. Non ho fretta.

Domanda tradizionale: qual è il classico, il libro che mai smetteresti di leggere e che troneggia sul tuo comodino insieme alla Madonnina dell’acqua santa e decine di cassette/film porno?
Non posso dire sia tuttora il mio libro preferito, ma il romanzo che ho letto più volte in assoluto è “Viaggio al centro della terra” di Verne. Come per tanti, anche per me tutto è iniziato da lui e Salgari.

Dalla piccola editoria a quella a pagamento il salto è grande. Cosa te ne pare di quest’ultima?
è un mondo talmente lontano che quando me ne parlano (amici che ci sono molto più vicini) li ascolto rapito come quando sento i racconti delle vacanze in Mali di un amico appassionato di percussioni…

Come e quando scrivi di solito?
Non ho riti particolari, non ho un momento fisso della giornata in cui lo faccio. Purtroppo, occupandomi per la maggior parte del tempo d’altro, scrivo nei ritagli di tempo. Di solito mi concentro per brevi periodi e poi lascio passare anche parecchio tempo prima di rivedere e correggere. Ma, ripeto, non è un metodo di lavoro, è fare di necessità virtù.

Per il futuro: Simone Marcuzzi da grande sarà ingegnere o scrittore?
R: Penso che per me sia tardi per dire di fare lo scrittore, perché fare lo scrittore implica oltre alla scrittura tutto un lavoro secondario che davvero mi è estraneo (chiamiamolo con vaghezza “lavoro politico”). Questo non vuol dire che rinuncerò. Mi piacerebbe trovare un lavoro che mi lasciasse del tempo per la scrittura. Sono un romantico, e penso che ciò che deve parlare per me è solo ciò che faccio, la pagina scritta. Se poi qualcuno dovesse accorgersene, meglio. D’altra parte penso che la mia natura sia di essere un outsider, quindi la massima ambizione che posso avere è di diventare un magnifico outsider.


Recensione di “Cosa Faccio Quando Vengo Scaricato” (di Flavia Piccinni)

Zandegù Editore

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