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Pearl Jam – Pearl Jam

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Gli ultimi sopravvissuti della generazione di Seattle tornano dopo il deludente “Riot Act”con il nuovo attesissimo ottavo album in studio di una carriera ormai più che decennale. “PEARL JAM”, titolo da greatest hits o summa di quindici anni di ininterrotta attività? Niente di tutto questo. Perché, almeno per quanto riguarda gli aspetti extramusicali, la band conserva quell'alone di invidiabile imprevedibilità propriamente alternative. Ultima trovata quella di mettere a disposizione per il download gratuito il singolo “World wide suicide”, incedere stonesiano, ritornello urlato, testo eloquente quanto il titolo (E' l'ombra di un mondo malato di dolore/Perchè non capiamo che c'è veramente da preoccuparsi?). Il disco è però aperto dall'altrettanto energica “Life wasted” nostalgico tentativo di rivivere i fasti di “VS” tra riff granitici, aggrovigliatissimi assoli di McCready in background e rallentamenti in cui il penetrante timbro di Vedder dà il meglio di sé (L'ho affrontata,una vita buttata/Non tornerò ancora indietro).
Era stato presentato dal batterista Matt Cameron come un disco punk-rock. I due minuti e poco più di “Comatose”, scritta a quattro mani dai due chitarristi, ne sono una prova. Voce aggressiva, riff accelerato che ricorda vagamente “Spin the black circle”, assolo supersonico e reprise che dal vivo farà scintille (Considerami un oggetto/Mettimi sotto vuoto).
“Severed hand” ha un'introduzione quasi psichedelica che fa prevedere la prima sosta in un inizio incessante e, invece, da un crescendo si innesca un riff che sembra ripescato da “Ten”. E' il classico copione che ci fa dire: “Questi sono i Pearl Jam!”.
Di tutt'altra natura i due pezzi che seguono. La noiosa “Marker in the sand” si adagia su venature vicine ai Soundgarden e un chorus con linee melodiche poco incisive, troppo leggere e sfibrate per Vedder (Sento una nausea/Una nausea che mi assale/Come se vedessi la libertà venir risucchiata verso il mare). “Parachutes” (E la guerra?/Apri il cielo e dimmi a cosa serve), la prima ballata della serie, è un sincero e disinteressato omaggio ai Beatles, in cui la voce, sofferta e concentrata, si trova sorprendemente a proprio agio. Toccante.
In “Unemployable” sono invece due dei punti di riferimento chiave, Neil Young e i REM, a riecheggiare fin troppo esplicitamente. Ambizioso e inusuale rispetto ai canoni della band il breve intermezzo ideato da Gossard che spezza nuovamente il ritmo riprendendo l'open-track. “Wasted reprise”, in cui Eddie si conferma uno dei migliori cantanti della scena attuale duettando quasi a cappella con l'organo dell'amico Boom Gasper. Finalmente qualcosa di nuovo. Quanto lo stranissimo arpeggio tra wave e Cure della vibrante, tormentata “Army reserve” punto d'incontro ideale tra primi Pearl Jam e U2, testo con la collaborazione di Damien Echols, leader dei West Memphis Three, tre adolescenti accusati ingiustamente dell'omicidio di tre bambini nell'Arkansas (Quanto tempo dovrà attendere primo che la terra crolli verso una caduta senza fine?/Lei può sentire questa guerra sul suo volto).
La voce, calda e grintosa che sconfina nel blues, è il salvagente della deriva Aerosmith di “Big wave”, scritta da Ament, di gran lunga più capace nelle più congeniali vesti di bassista. “Gone” è invece marchio di fabbrica vedderiano al 100%. Melodia velata di malinconia e nostalgia folk tra irish e west-coast che esplode in fughe liberatorie. Si allinea almeno negli intenti a copioni ineguagliabili quali “Given to fly” o “Off he goes” ma ne resta ben lontana, purtroppo. Il testo però merita una citazione più approfondita:
Mai più mattinate sconvolte/Mai più serate penose/È il Sogno Americano ciò a cui non credo più/Le luci della città appaiono belle soltanto quando corro veloce
Ancora più folk-blues, rievocando Springsteen e “Yellow ledbetter”, sbuca fuori “Come back”, concessione poco adeguata al clima generale dell'album. Per fortuna chiude, meglio, “Inside job”, ballata che nasce con timidi cenni floydiani (e Gary Westlake, socio di McCready, al piano) scossa poi da perentorie sferzate che la fanno scivolare in una lunga coda culminante nello schema classico con sfogo corale e assolo liberatorio (Lasciami correre nella pioggia/Per far brillare una luce umana di nuovo).
Chi cerca sonorità nuove dovrà convincersi definitivamente che vanno cercate da un'altra parte, non certamente nei Pearl Jam.
Per chi si accontenta di un rock viscerale e ben suonato questo disco varrà più del predecessore, probabilmente quanto un “Binaural”, almeno un gradino inferiore al primo sintomo del fisiologico calo di vena compositiva (“Yield”).
Che poi la voce, che resta sempre centrale, oltre a colpire al cuore non rinunci a mandare dei messaggi tutt'altro che indiretti – testi tutti di Vedder, ad eccezione del brano conclusivo di McCready, di un pessimismo cupo ai limiti del catastrofico come mai in passato, riflesso del deludente esito delle elezioni presidenziali statunitensi nella cui campagna elettorale figuravano tra i più accesi oppositori di Bush – e, cosa più importante, senza comode banalizzazioni, di questi tempi non può che essere un piacevole sollievo.
I Pearl Jam resistono, nonostante tutto.

Tracklist
1. Life Wasted
2. World Wide Suicide
3. Comatose
4. Severed Hand
5. Marker in the Sand
6. Parachutes
7. Unemployable
8. Big Wave
9. Gone
10. Wasted Reprise
11. Army Reserve
12. Come Back
13. Inside Job

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