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My Dear Killer – Clinical Shyness

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Caro il mio killer, donde iniziare a parlare di te? Forse proprio dalla tua profonda (nonché dichiarata) timidezza. Un po’ come mettere le mani avanti. Sono timido, ve lo dico subito, così poi non vi lamentate. Cazzi vostri. Perché la forza e la debolezza di questi suoni sta proprio qui. Nell’ostentare il non detto, nell’arrivare sempre sull’orlo e non passare mai il guado. Si parla di chitarre, soprattutto. Il ritmo non è affar nostro. Tappeti di chitarre. Rumorose, ma calme. Vorrebbero esplodere, ma non lo fanno mai. Le prime tracce arduo distinguerle una dall’altra. E non lo dico come a sottolinearne un difetto. Anzi. La valenza ipnotica è proprio uno dei punti di forza. Sorta di training autogeno per costringersi all’espressione. E poi arrivano i due minuti scarsi di Barrett sottovoce che fanno da fulcro e snodo al disco. Il punto sta qui. Che il killer vorrebbe scrivere (e cantare) questi pezzi, a mio avviso. E dovrebbe, sempre a mio avviso. Il problema è che per il 90% del tempo fa altro. Autoipnosi. La fa bene, per carità. Ma il sottoscritto, poppettaro indefesso, preferisce la canzone, la chitarra acustica e la voce fragile, ma compiuta di quel frammento mediano. L’auspicio, visto che i mezzi ci sono, è che il killer sorpassi un po’ la sua timidezza, e approdi a quelle canzoni piccine piccine, a quel Nick Drake che cita in nota per intendersi. Ricami i suoi suoni e le sue chitarre ispide con meno alibi e più sfrontatezza. Altrimenti rischia di parlare allo specchio. E io, egoista, vorrei non dover rinunciare all’essere suo pubblico, interlocutore, controparte. Insomma, promosso. Ma che cerchi di rompere il bozzolo e tessere la seta.

Tracklist
1- a may afternoon
2- clinical shyness
3- the wish talker
4- phone calls
5- (i fear) time
6- words
7- to apoligise

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