Menu

ARCHITECTURE IN HELSINKI – Milano, 27/04/06

Senza dubbio uno dei live più attesi di questa primavera milanese. Gli Architecture in Helsinki avevano infatti realizzato uno degli album indie-pop tra i più freschi, creativi e colorati del 2005.

di Alberto Canarecci

Il disco in questione si chiamava In Case We Die e non so voi ma è stato suonato tantissimo dal mio lettore assieme a quello degli Arcade Fire. Cosa particolare entrambi gli album hanno un titolo che richiama alla morte. Lo ripeto: veramente grande attesa per questo live!
Gli Architecture in Helsinki si presentano sul palco del Transilvania in 8 (5 ragazzi e 3 ragazze). La strumentazione comprende 2 chitarre, basso, 2 tastiere-synth, ottoni vari, un flauto dolce e ogni tipo di percussione disponibile (non scherzo). Iniziano con i primi due pezzi tratti da In Case We Die (Neverevereverdid e It’s 5) e appare subito chiaro quanto questo gruppo possa rendere dal vivo. Già il disco suonava piuttosto dinamico e pieno di sfaccettature, dal vivo il gruppo perde ogni restrizione da studio e viaggia a briglia sciolta spaziando come più gli pare. Il discorso vale per l’intero concerto: se i ritmi erano sincopati, dal vivo creano un senso di vertigine, di instabilità che sembrano portare alla distruzione del pezzo ma che in realtà non avviene mai per il forte feeling tra i membri del gruppo; la voce di Cameron Bird in certi pezzi suona come ubriaca, alla Tom Waits per intenderci; gli ottoni perdono in sfumature ma acquistano in efficacia.
Esempio evidente è Frenchy I’m Faking che rimane sempre in bilico tra il disintegrarsi e il ricomporsi nella ritmica spezzata e le parti solenni di cori (5 voci) e ottoni.
Poco dopo i ragazzi iniziano a scherzare sul fatto che il pubblico di Bologna asseriva di ballare di più di quello di Milano e Jamie ci istiga a ballare un pezzo nuovo: un brano stranissimo e incredibile, tipo latino-americano con solo lo scheletro di batteria ccompagnato da chitarra e ottoni.
Durante la parte centrale il concerto diventa una vera e propria festa con il pezzo Tiny Paintings che prepara al crescendo di Wishbone cantata dalla solare Jamie Mildren e tutto il pubblico che balla e si diverte come pazzi.
A questo punto si parte con l’eterogenea In Case We Die che inizia allegra e bizzarra e poi si trasforma e si dilata e si incupisce e diventa The Cemetary così varia e divertente.
La parte finale del concerto è dedicata a Maybe You Can Owe Me, struggente e bellissima e Do The Wirlwind trascinante e portata avanti con una lunga coda distruttiva con fermate e riprese continue del tema centrale.
Come avrete capito la struttura del disco viene conservata e riproposta a coppie di brani complementari per atmosfere e attitudine. Si continua con What’s in Store Now con il coro di Uho Uho iniziale veramente spassoso.
Due bis per concludere con un pezzo tratto dal primo disco Finger Crossed, uno strumentale, uno stile Clash (era una cover?) e uno nuovo che parte come una marcetta sbilenca per trasformarsi in una cavalcata ed acquietarsi nel finale con pubblico e gruppo veramente contenti e appagati (Jamie: ‘Grazie, pensavamo che Milano fosse una città solamente piena di gente veramente vestita bene’).

Appare evidente e traspare come questi ragazzi si divertano e trasmettano gioia nel suonare, con continui cambi di strumenti come solo mi è capitato di vedere negli ultimi due anni ai concerti dei Broken Social Scene. La gioia e l’intensità di questo concerto ci accompagneranno a lungo nell’attesa del prossimo disco che, a quanto sentito, segnerà una svolta interessante nella composizione degli Architecture in Helsinki.

Alberto Canarecci

www.architectureinhelsinki.com

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Close