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Rossano Astremo – Jack Kerouac. Il violentatore della prosa (+ intervista)


Scheda


Rossano Astremo
Jack Kerouac. Il violentatore della prosa.

Libreria Icaro Editore, 2006,
10 euro, isbn 88-901688-7-0

Recensione e intervista di Flavia Piccinni

Rossano Astremo ha ventisette anni e vive “nel profondo Sud”, come dice lui. Lui che aggiunge, quando gli chiedi di presentarsi, che ha una “malsana ossessione per la Letteratura”. Una letteratura che per Astremo è poesia (impressionante il suo libro di poesia edito nel 2003 da Besa “Corpo poetico irrisolto”), narrativa (celebri in tutta la rete i suoi racconti intrisi di un cannibalismo puro), lettura (che esprime attraverso il suo blog, e la sua attivissima rivista, Vertigine). Rossano, nella vita, oltre a lavorare per il “Nuovo Quotidiano di Puglia” e collaborare con la cattedra di Teoria della Letteratura dell’Università di Lecce scrive. Scrive tanto, ma questo non vuol dire che il suo lavoro scada nel banale; assolutamente. Rossano è un militante, uno che le lettere e il loro contenuto se lo sente dentro e che si batte, eccome se si batte, per cercare di promuovere autori emergenti e non. Questa volta decide di provare a parlare di un mito della letteratura mondiale, troppo spesso trascurato. Parliamo di Jack Kerouac che tanto ha influito, che tanto ha inciso sulla letteratura mondiale. “L’ossesione” di Rossano, come lui stesso a lungo ha definito la sua bruciante passione per la Beat generation e lo scrittore americano, si è così finalmente liberata. Liberata grazie anche a questo bel saggio divulgativo, che potrebbe benissimo essere confuso con un romanzo ricco di dati e profumato di informazioni. Il testo di Astremo però non è una lezione per specialisti del settore; non è una noiosa biografia ricca di pettegolezzi e banalità, non è neppure un semplice riepilogo. è una fotografia, scattata dall’alto, che serve a chi vuole capire e scoprire qualcosa di più sulla beat generation. Chi vuole sentire parlare di allucinazioni e trip, deve stare lontano dal libro di Astremo. Qui, non ci sono solo i fuochi di articificio. Non ci sono solo cose scontate, banalità, che tanto affascinano un pubblico curioso. Non c’è, però, neppure quel didattico modo di raccontare di certi saggi impostati che della Beat citano i nomi più importanti, – Jack Kerouac e Allen Ginsberg e Neal Cassady e William Burroughs, con striminzite o infinite biografie.
Astremo riesce a ricostruire le tappe più importanti dell’esperienza scritturale di Jack “papà” Kerouac, capostipite del movimento beat, attraverso l’analisi non solo della sua vita, ma soprattutto della sua poetica. Particolare riguardo è per il romanzo scritto in tre giorni da Kerouac, I sotterranei, che celebra il modo di scrivere dell’autore. Astremo ha inciso, tramite parole su carta, un viaggio che passa attraverso la vita, la poetica, la scrittura. Un viaggio che mostra l’originalità e l’esperienza. Un viaggio che non disdegna la disperazione, che per il lettore non diventa mai spettacolo gratuito. Astremo parla con passione, descrivendo Kerouac e la sua vita. Ed è sicuramente questo il suo merito più grande.
Flavia Piccinni


Abbiamo conosciuto lo scrittore di prosa e poesia Rossano Astremo, adesso mostri un’ulteriore talento. Come è nata l’idea di concepire un saggio e di incentrarlo su Kerouac?
Se oggi l’unica ragione della mia vita è la Letteratura è tutta colpa o merito della Beat Generation e di Kerouac in particolare. Sono cresciuto in una famiglia di operai nella quale i libri erano un optional. Quindi i primi libri che ho letto, oltre quelli che mi propinavano a scuola, nei primi anni di Liceo sono stati quelli di Jack Keoruac, grazie anche ad una cerchia di amici che mi ha rettamente indirizzato. Dopo la lettura di “Sulla strada”, a 15 anni, lo ammetto, la mia vita è cambiata. Ho letto e divorato tutto quello scritto da e scritto sulla Beat Generation, la mia tesi di Laurea in Teoria della Letteratura aveva come titolo “Poetica e scrittura letteraria della Beat Generation”. Il libro appena pubblicato, “Jack Kerouac. Il violentatore della prosa”, è la diretta conseguenza di questo personale percorso di vita.

Scrittore controverso e amatissimo, cosa ti ha spinto a scrivere di questa mitica figura?
L’idea è semplice. In Italia, e non solo, si parla di Jack Kerouac in maniera distorta: il padre della Beat Generation, l’autore di “Sulla strada”, il precursore del movimento hippy. Tutte discorsi che, a ben vedere, poco interessavano lo scrittore. Kerouac è stato vittima di profonde mitizzazioni. E Fernanda Pivano ha le sue colpe. Su di lui si sono spese troppe parole da spicciola sociologia e pochi attenti lavori sulle potenzialità linguisticamente eversive di alcuni tra i suoi prodotti narrativi più riusciti. In fondo “Sulla strada”, il romanzo che ha sancito la nascita di un mito, non ha nulla a che vedere con il manoscritto originario che lo stesso Kerouac ha scritto tra il 2 aprile e il 21 aprile del 1951. Il libro è stato sottoposto a lavori di editing massacranti che hanno deturpato completamente il flusso spontaneo (la prosodia bop) che era il fulcro scardinante della sua scrittura. Il mio libro cerca di soffermarsi più sul Kerouac narratore e teorico e meno sul Kerouac personaggio.

Il libro consta di quattro parti, che spaziano dalla vita dell’autore agli aspetti teorici ai suoi libri. Cosa credi che caratterizzi Kerouac?
Kerouac è stato il più grande sperimentatore del Novecento letterario americano. La sua scrittura si appropria della lezione di James Joyce, di Jackson Pollock, di Andrè Breton e di Charlie Parker. L’esito è a volte disarmante, a tratti incomprensibile, ma sempre estremamente coraggioso. Kerouac era un grande intellettuale, non solo un fottuto alcolizzato morto a causa del suo fegato spappolato.

Se un lettore volesse avvicinarsi all’autore americano, che libro consiglieresti?
Consiglierei tre libri su tutti, “I sotterranei”, romanzo di cui parlo ampiamente nel libro, “Doctor Sax”, il libro che le stesso Kerouac considerava come uno degli esiti migliori del suo lavoro, e “Big Sur”, scritto già nella fase critica della sua esistenza.

Il tuo saggio, a tratti sembra anche un libro di narrativa per l’abilità a narrare dell’autore come se fosse il protagonista di una storia, una storia di cui tu sei autore. Un’idea nuova di saggio sembra emergere, è stata naturale o frutto di un lungo percorso?
La mia idea era quella di cercare di parlare ad ogni tipo di lettore, anche ai non appassionati di Beat Generation. Quindi parlare di Kerouac, questo soprattutto nella prima parte, come se fosse il protagonista di una storia forse è frutta di questa mia volontà. Non so però se l’espediente ha avuto sui lettori sempre gli esiti da me sperati.

Cosa è stata la Beat Generation? Pensi che in Italia abbiamo un movimento simile o abbiamo avuto?
Qualcuno ha detto che le più grandi invenzioni del XX secolo sono state la Beat Generation e Internet. La Beat Generation ha determinato la messa in discussione del militarismo, del denaro, dell’ideologia del successo, di tutti quei temi centrali della ribellione giovanile del secondo Novecento. Se oggi siamo ciò che siamo lo dobbiamo minimamente anche a loro. In Italia non penso che ci sia stato nulla di simile. Con l’unica eccezione di Pier Paolo Pasolini. O no?

Quali programmi hai per il futuro?
Ogni giorno medito di fuggire da Lecce, città in cui attualmente vivo. Lo farò sicuramente dopo l’estate. L’idea sarebbe quella di spostarsi a Nord per un periodo e cercare lavoro in una casa editrice o in un giornale . Nel caso in cui mi dovesse andar male, un’altra cosa che mi balena nella testa da un po’ è quella di aprire una libreria nel paese in cui sono cresciuto, Grottaglie, famoso in tutto il mondo per le sue ceramiche, nel quale non ne è presente nemmeno una. C’è solo una cartolibreria che vende i soliti bestseller che si trovano oramai anche nei supermercati.

Il classico che non abbandoneresti mai?
Un unico titolo? Il Tristram Shandy di Laurence Sterne.

Il libro che hai sul comodino?
Ne ho più di uno. Sono un disordinato incallito che accumula sul suo comodino di tutto di più. Ora ho Senza polvere, senza peso di Mariangela Gualtieri, Città della pianura di Cormac McCarthy, la Medea di Euripide, Viaggio intorno alla mia camera di Xavier de Maistre e Free Karma Food di Wu Ming 5.

Cosa consiglieresti ad uno scrittore emergente in cerca di casa editrice?
Consiglierei di non spedire i propri romanzi e racconti (se parliamo di narrativa) alle grosse case editrici, ma di puntare su piccole realtà serie, consolidate e che soprattutto leggono ciò che viene inviato. Faccio tre nomi su tutti: minimum fax, Sironi, peQud. Per quanto riguarda la poesia, la situazione si fa più delicata. La marginalità di vendite della poesia oggi in Italia è davvero imbarazzante. Più che altro consiglierei degli ottimi siti Internet in cui si pubblica e si parla esclusivamente di poesia: www.absolutelpoetry.org, liberinversi.splinder.com e universopoesia.splinder.com.

L’esordiente che ti sentiresti di “raccomandare”?
Mi sembra che sia un periodo molto interessante per la giovane letteratura italiana. Mi permetto di consigliare un narratore, Gianluca Gigliozzi, autore del romanzo Neuropa (Luca Pensa Editore, 2005), la cui pubblicazione è dovuta minimante anche alla testardaggine del sottoscritto, e un poeta, Gianluca D’Andrea, autore della raccolta Il Laboratorio (LietoColle, 2004).

www.libreriaicaro.it

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