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Sonic Youth – Rather Ripped

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Dopo oltre vent'anni di fatiche, e un'inenarrabile serie di dischi, progetti paralleli, raccolte di suite pseudoavanguardistiche, resta poco di nuovo da dire sui Sonic Youth. La svolta, se di svolta si può parlare è iniziata con l'ottimo “Murray Street”. Suono più pulito, tinte meno fosche, pezzi con strutture più rassicuranti ed equalizzazioni più “pop”. Un percorso di non-ritorno che rischiava di trovare nel meno riuscito “Sonic Nurse” il vicolo cieco. Ma da newyorkesi doc non sono dei musicisti che si fanno condizionare dal peso e dalla responsabilità di essere una delle band più importanti dell'ultimo ventennio e, pur senza l'importantissimo apporto del geniaccio Jim O'Rourke tiratosi momentaneamente fuori per curare altri progetti, tornano dopo soli due anni. Con proclami alquanto bizzarri “Questo disco è stato influenzato dalle sonorità anni 70 e in particolar modo dai Blue Oyster Cult” che poi per fortuna non hanno trovato riscontri così evidenti.
Fondamentalmente leggero e rilassato questo “RATHER RIPPED”, come si intuisce dal trittico d'apertura. “Reena” è una canzone a tutti gli effetti, bella per altro, e Kim Gordon, ebbene sì, canta. Melodie immediate, poco cervellotiche. Se la farfalla sempre meno ubriaca sembra una Patti Smith più rassegnata e in pace con se stessa (“The neutral”), Thurston arriva alla mezza età rievocando nei toni e nei modi il Neil Young più pacato (lampante l'esempio della matura malinconia di “Do you believe in rapture?“). Le chitarre più distorte e dissonanti cercano di venir fuori, ma sembrano dei fantasmi da esorcizzare. Mai sopra le righe, mai pesanti ed eccessive. Una moderazione che accomuna i giovanilismi nostalgici di “Incenerate” e “Sleepin'around”, che sembrano degli outtakes di “Daydream Nation” e “Goo” depurati delle perversioni più noise, e in termini attuali, lo-fi. Se i feedback sono isolatissimi e trascurati, le liquide progressioni in cui la batteria oscilla tra accelerazioni e frenate, tra chitarre che si contorcono senza respiro trascinando l'ascoltatore più sensibile in una dimensione parallela, restano il loro inconfondibile marchio di fabbrica. E' il loro sound. Inimitabile quanto vincolante. Si rischia il manierismo. Si rischia di diventare la fotocopia sbiadita di se stessi, ma le mani virtuose di Ranaldo e Moore, rendono interessante roba che, a dirla tutta, sa di già sentito, su tutte la classica invettiva scazzata alla Gordon di “What a waste” e “Jams run free” con quel finale mozzato che lascia l'acquolina in bocca. Molti gli esercizi di stile, ma il loro è uno stile che si presta bene anche al sottofondo. Come la lunghissima introduzione strumentale, di “Pink Steam”, ideale sintesi tra Neil Young e no-wave. Meno dissonanti. Meno dissacranti. Più gentili ed educati. Ci si dovrebbe stupire del contrario francamente, da chi anagraficamente è ineluttabilmente lontano dalla gioventù, sonica o meno. Anche perché gli esiti non sono così negativi quando arrivano la stooges-iana “Rats”, noise-blues senza speranze cantato da Ranaldo, la leggiadra, sognante “Turquoise boy” (che dimostra come da tre o quattro dischi a questa parte il meglio stia nei brani più sommessi e meno violenti) che ha un crescendo degno dei classici e una melodia tecnicamente perfetta. In chiusura il brano meno consono e meno in linea con le atmosfere di generale serenità. “Or”. Ai confini del dark. Le frustate di Steve Shelley sono un eco lontanissimo, la decadente voce metropolitana di Thurston, che qui sì ha qualcosa di anni 70, e più che ai Blue Oyster Cult è facile pensare a Lou Reed, è occultata da un basso torbido. Un finale inaspettato per un disco che non sorprende, ma si lascia ascoltare senza grosse difficoltà. Basta non pensarci troppo su, in fondo.

Tracklist
1 Reena
2 Incinerate
3 Do You Believe in Rapture?
4 Sleepin' Around
5 What a Waste
6 Jams Run Free
7 Rats
8 Turquoise Boy
9 Lights Out
10 The Neutral
11 Pink Steam
12 Or

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