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TOOL – Roma e Bologna, 21-22/06/06

Non crediate sia facile rimanere obiettivi davanti ad un evento atteso da anni, quando hai davanti la band che più di tutte hai atteso, che più di tutte riesce a farti emozionare e con la quale si è cresciuti.
E’ difficile camminare su quel filo invisibile che ti divide tra l’essere Fan ed essere un ascoltatore maturo in grado di appassionarsi, ma rimanere allo stesso tempo lucido e vedere senza gli occhi appannati da una forma di quasi idolatria.
Forse Tool significa anche questo e magari è anche bello stare al gioco.

Arrivati alle 17.30 circa fuori dai cancelli del Palaghiaccio di Roma ci si accorge da subito che anche a quell’ora è troppo presto : la ressa che ci si aspettava era in realtà immaginaria. A quell’ora c’erano gli impazienti, coloro che non volevano rischiare di perdere neanche un secondo di quella giornata. Quindi pochi, ma arcigni appassionati.
Inutile dilungarsi nel racconto dell’attesa “al di fuori”, caldo, “rumors” sulla scaletta, aspettative d’ogni genere sin quasi da arrivare al Gossip musicale.

Una volta dentro la sensazione di essere “pochi, ma buoni” è durata fino alle 21.30 circa. Di lì a poco ci saremmo dovuti ricredere. E’ infatti un simpatico omino, vestito da bagnino, ad annunciarci che ancora molta gente sarebbe dovuta entrare.
Annettendo al grossolano comunicato le solite raccomandazioni sul non scattare foto con il flash, non fare video ecc…
Tutte parole al vento, come al solito.

Ore 22.00 circa, luci spente, ed iniziano ad entrare i Tool. Uno ad uno, iniziando da Justin Chancellor (basso), poi Adam Jones (chitarra) e Danny Carey (batteria) introducendoci allo show con Lost Keys, traccia strumentale tratta dall’ultima opera della band : 10.000 Days


La scenografia alle loro spalle inizia a proiettare le tipiche immagini psichedeliche ed allucinanti, fino a quando non si materializza in uno degli schermi l’ombra di Maynard James Keenan, voce ed anima della band.
Il gioco d’ombra, nonostante la sua probabile banalità, riesce a farmi sobbalzare incutendomi una strana forma d’angoscia che continuerà per tutta l’esecuzione di Rosetta Stoned, con Maynard giocoliere che passa continuamente davanti e dietro al palco con il suo distorsore vocale.

La pecca che subito salta alle orecchie è data dall’acustica del locale: un rimbombo continuo, voce a tratti indistinguibile e volumi troppo variabili. Chi ha seguito il concerto dagli spalti sui lati si lamenterà molto più di me, che fortunatamente mi son preso una posizione centrale proprio davanti ai fonici, dalla quale in fin dei conti ho potuto ascoltare quasi tutto alla perfezione.

Stinkfist : è la versione “estesa” che propongono in quasi tutti i live, esplode in tutta la sua carica colpendoci allo stomaco ed è tra i pezzi meglio eseguiti. Veri brividi in “How can it mean anything to me if I really don’t feel anything at all? I’ll keep digging till I feel something.”

La scarica violenta continua con un altro pezzo proveniente dall’ormai lontano 1996 di Ænima, ossia 46 & 2 da molti poco considerata e quasi dimenticata a fine concerto. Forse perchè tra le mie preferite, ma non è facile togliersela dalla mente. Forty six and two are just ahead of me.
Già qui si iniziava però a sentire una certa remore nella voce, decisione forse voluta per concentrarsi il più possibile nell’esecuzione dei nuovi pezzi.


Infatti arriva Jambi e le prime note vengono sparate in faccia come un gancio destro. A parer personale qui si è raggiunto l’apice di tutto lo show, esecuzione perfetta senza sbavature, buona acustica ed i 4 che sembrano sentire le note scorrere nelle vene. Perfino il sempre impassibile Adam sembra lasciarsi andare, inutile parlare del balletto country con tanto di cappello intrapreso da Maynard. La scenografia la fa da padrona, due immagini distinte che, come recita il testo, diventano una.
Shine until the two become one

L’inconfondibile giro di basso ci introduce finalmente nel territorio Lateralus, con Schism. Anch’essa riproposta in versione estesa ed accelerata, sempre bellissima, nonostante molte parti di cantato siano state – volutamente? – soppresse. Questo è il pezzo li ho ri-scoperti nel 2001, come migliaia di altre persone, e non posso negare di aver empatizzato ancor di più tutto il senso di angoscia che trasuda dal brano. “Cold silence has a tendency to atrophy any sense of compassion”. Scusate se è poco.

Si ripiomba in 10.000 Days con la bellissima quanto inattesa Right in Two che ci ha tenuti tutti con il fiato sospeso, in uno strano senso di catarsi. A parte 3 veri imbecilli, ovviamente capitati accanto a me, che pogano per tutta la durata del pezzo. Niente da dire contro i pogatori, ma che lo si faccia perlomeno in pezzi che lo richiedono e non solo per far casino.

Gli estimatori di Carey possono finalmente godere di un momento di estasi durante l’assolo-intro che precede Sober, inserita solo perchè “singolo” di tempi andati. Carey sembra sfidare la forza di gravità, o perfino la capacità dell’occhio umano di percepire i movimenti. O forse mi sono fatto solamente suggestionare.

Dopo Sober arriva uno dei pezzi simbolo, Lateralus, immancabile e come sempre cavalcata su ogni nota da Maynard, cavalcando le spirali sullo sfondo. Ci ricordano perfino di essere umani prendendo una vera e propria stecca nel mezzo della canzone.
Over thinking, over analyzing separates the body from the mind.

Il siparietto visto a Milano ed anche nelle altre date viene riproposto qui, lasciati gli strumenti e tutti seduti in mezzo al palco a bere, chiacchierare e guardare noi là in basso che pendiamo dalle loro labbra. Troppo, direi. Una bottiglia d’acqua diviene feticcio, un gesto di Adam diventa stimolo per urla.
E su questo veniamo presi per il culo da Maynard, anche in quel momento girato di spalle come tutto il concerto, che al solo incitare la folla fa partire un boato. Cagnolini ammaestrati? Probabile.

Per la riapertura dei giochi null’altro poteva essere meglio di Vicarious, opener dell’ormai già stracitato ultimo album e dura invettiva contro il commercio mediatico del dolore. Bella, precisa ed entusiasmante. Niente di più. Vicariously, I /
Live while the whole world dies / Much better you than I.

Quella che ancora non sapevamo essere la chiusura definitiva arriva con la deflagrante Ænema ed il suo relativo video sparato sugli schermi e la fine di ogni verso del ritornello lasciato in pasto a noi, folla urlante e declamante.
Ci lasciano con queste parole : I wanna see it all come down. Suck it down. Flush it down., probabilmente non a caso.

Adam, Danny e Justin si fermano a raccogliere gli applausi e regalandocene altrettanti, dopo aver preso un americanissimo “gimme five” da un Maynard sfuggevole e veloce nello scappare via dal palco. Lancio di bottiglie, bacchette e pelli prima di dileguarsi definitivamente dietro le quinte. Qualche fischio speranzoso puntava a farli riemergere dal buio, ma d’altronde non sono una boy-band.

Conclusioni : oltre alla già nominata pessima acustica (e relativi complimenti ai fonici, per essere riusciti nell’impresa), un po’ di amarezza per il relativamente breve show (nonostante in realtà fosse un’ora e mezza), forse derivata dalla voglia di ascoltare qualche pezzo in più. Non è facile dire addio ad un momento come questo.

Questi ragazzi erano i Tool, checchè se ne dica, poche altre volte capiterà di assistere ad uno show del genere.
In futuro potrò dire : io c’ero.

Scaletta :
Lost Keys
Rosetta Stoned
Stinkfist (ext)
46 & 2
Jambi
Schism
Right in Two
-Danny Solo
Sober
Lateralus
-Intervallo
Vicarious
Ænima

Per le foto si ringrazia Daniele Bianchi al cui sito web potrete guardare la galleria completa


Tool @ Pala Malaguti – Bologna 22/06/06

Alle ventuno precise inizia, come annunciato poco prima dallo speaker, lo show dei Tool.
La tempesta elettrica di Vigenti Tres comincia a soffiare dentro un Pala Malaguti rovente. Solo al termine del lungo intro la band prende posizione sul palco e la chitarra di Adam Jones attacca Lost Keys (Blame Hofmann), collegata, come nel loro ultimo album 10,000 Days, senza un attimo di pausa a Rosetta Stoned in cui la voce di Maynard, il basso di Justin Chancellor, la batteria di Danny Carey, si uniscono rocciosi al chitarrista per dare forma allo “Strumento” meravigliosamente infernale che negli ultimi quindici anni ha generato opere d’arte come Opiate, Undertow, Ænima, Salival, Lateralus.

Subito un flashback fa tornare al recente passato con Stinkfist, Forty Six & 2 (da Ænima 1996) e Schism (Lateralus 2001), per tornare poi rapidamente al presente con Jambi e Right In Two (10,000 Days 2006).

Soluzione scenica minimalista per i Tool che decidono di suonare su un palco non di enormi dimensioni e con alle spalle semplicemente quattro colonne di luci che delimitano altrettanti maxi schermo in cui le immagini che vengono proiettate sono inquietanti quanto magnifiche. Maynard è nella parte anteriore rialzata dello stage in cui è posta anche la batteria, mentre chitarrista e bassista sono in posizione avanzata, la sagoma nera del cantante si staglia nel fascio di luce proveniente dietro e sembra entrare nei filmati proiettati alle sue spalle. Purtroppo il palazzetto dello sport in cui si esibiscono non è stato costruito per ospitare concerti, ma al massimo l’acustica può essere stata studiata per amplificare le urla dei tifosi di basket, quindi il suono fatto di grandi frequenze basse dei Tool forma nuvoloni polverosi che spesso non permettono di individuare al meglio i passaggi ritmici che caratterizzano la band e a volte coprono del tutto gli interventi più soffusi di voce.

Tornano al 1993 suonando Sober dall’album Undertow con grande intensità e fanno di nuovo un balzo temporale in avanti eseguendo un lunga Lateralus in cui si alternano momenti delicati, esplosioni heavy e intereventi di pura psichedelia in perfetto stile Tool.

I musicisti si fermano per una pausa restando seduti sul palco a reintegrare i liquidi mentre il pubblico li acclama, dopo qualche minuto riprendono le posizioni e il concerto arriva rapidamente, troppo rapidamente, al finale con Vicarius e Ænema. Dopo un’ora e mezza e una dozzina di brani, tutto è finito.

Certo molto bello vedere e sentire dal vivo una band di tale spessore, ma come dopo aver cenato in un ristorante di alta classe in cui il cibo è sublime, ma le porzioni scarse, sono uscito con un languore che un paio di pezzi in più avrebbero placato.

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