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ROCK EN SEINE 2006 – Parigi (25-26/08/2006)

Impattosonoro sbarca a Parigi per il più importante festival francese. Tre palchi, oltre venti ore di musica. Non solo l’unica data transalpina dei Radiohead, ma anche Morrissey, i Raconteurs di Jack dei White Stripes, Beck, i Kasabian e molti altri artisti e band, tra emergenti ed emersi.

di Piero Merola

25 agosto
Per capire la portata dell’evento è sufficiente mettere piede fuori dalla stazione di Boulogne-Saint Cloud, capolinea della linea 10 della metropolitana parigina. Un denso, costante, ma ordinato flusso di persone scivola nel chilometro che divide la stazione dall’immenso parco periferico dell’estremo ovest di Parigi.
Tre palchi immersi nel verde, la Scène de l’industrie per le sonorità più elettroniche e sintetiche, la Scène de la cascade (peccato che la pittoresca cascata si potesse scorgere indietreggiando rispetto alle prime file) per i nomi nuovi pronti a sfidare gli headliner della Grande Scène, il palco principale con tanto di maxi-schermi, per ovvie ragioni sconfinato nei meandri più remoti del parco. Farsi largo tra gli innumerevoli stand e i pic-nic a base di crepes e kebab improvvisati nei prati è un’impresa.
Per accedere bisogna farsi largo tra gli invadentissimi distributori di flyers e caramelle. Che poi io abbia scambiato per caramelle dei tappi per le orecchie, variopinti e sgargianti quasi quanto il fuxia del braccialetto degli spettatori forfaittari che mi rende più anni 80 del solito, è un altro discorso.
Dopo la prima sfida tra le atmosfere rievocative e morriconiane degli inossidabili Calexico e l’aggressivo rock nostalgico dei 70’s degli scatenatissimi Wolfmother tocca ai Clap your hands and say yeah. Si nota subito che non hanno solo New York in comune con Talking Heads e Velvet Underground, ma la miscela è resa esplosiva da una voce nasale da Thom Yorke perdutamente sbronzo ai tempi di Pablo Honey. Non è un caso che la maggior parte del pubblico sia tutta per loro snobbando i Dirty Pretty Things di Carl Barat. Inconcludenti e poco originali, si salvano quando l’esagitato batterista scandisce il tempo del tormentone-Libertines “Death on the stairs”. Inaspettatamente acclamatissimi, i Kasabian, subentrati pochi giorni prima in seguito alla defezione di Richard Ashcroft, che alternano brani del nuovo album, tra cui spicca l’irresistibile rock’n’roll acido da nuovi Primal Scream di “Shoot the runner” e i tormentoni più ritmati (“Club foot”, “L.S.F.”, “Cutt off”), ballati da un pubblico apparentemente poco propenso a muovere il culo.
Anche quando mancano i tormentoni e ci si trova per esempio davanti ai bravissimi TV On The Radio, in Italia un fenomeno di nicchia o quasi, la risposta del pubblico è spropositata. Neri di Brooklyn che sembrano venuti fuori da un film di Spike Lee rinnegano la loro estrazione socialmente rap per un esaltante mix di industrial, new-wave con leggere contaminazioni soul e funky. Un incredibile ponte tra James Brown e Liars.

E ora viene il difficile. Su un palco le note dell’epica composizione di Morricone per “Il buono, il brutto, il cattivo” accolgono sul palco i Raconteurs di Brendan Benson e, soprattutto dell’attesissimo Jack White. Taciturno e poco appariscente, tiene ormai il palco come i grandi del rock che non hanno bisogno di presentazioni né di mettersi troppo in mostra. Quando la sua voce stridula e graffiante si insinua nella corale “Intimate secretary”, è il boato. In tema di tormentoni nessuno sembra badare al detestabile inno usurpato impietosamente dagli italiani con la vittoria mondiale. Nulla di nuovo questi Raconteurs, ma la carica del loro revival-rock più avvolgente e corposo del minimalismo-White Stripes smuove anche i francesi più reticenti. “Steady as she goes” è il vero tormentone rock dell’estate. Non saltare è un’impresa. Infine la struggente cover di “Bang Bang (My baby shot me down)” di Nancy Sinatra resa celebre da Quentin Tarantino in Kill Bill, dimostra quanto Jack sia realmente uno dei migliori artisti del panorama attuale.

MentreDJ Shadow” apre le danze presentando il nuovo viaggio tra hip-hop, elettronica e psichedelia rock-blues, “The outsider” bisogna però letteralmente correre dall’altra parte del parco dove un artista meno attuale, ma ancora in vena, sale sul palco su uno sfondo argentato con l’inconfondibile volto languido ed etereo di Oscar Wilde. Come non inchinarsi al cospetto di mr “Morrissey”? Inevitabilmente sarcastico presenta i membri della sua band, tirati a lucido in pantaloni bianco-panna e una maglietta con marchio rosa Playboy su sfondo verde pisello. Lui no. Elegante. Giacca e camicia. Giacca che butterà via a metà concerto nonostante la temperatura non sia così alta. Ci si commuove dinanzi ai classici degli Smiths ripescati per l’occasione dalla prorompente “Panic” d’apertura passando in rassegna “Girlfriend in a coma”, “How soon is now?” e “Stop me if you think you’ve heard this one before”. Si apprezza l’indefinibile talento compositivo nei brani del Morrissey solista, mood più aggressivo e arrangiamenti più complessi e orchestrali, da “Irish blood, English heart” ai recenti estratti da “Ringleader of tormentors”. Lui tra una battuta e l’altra introduce un nuovo tormentone Merci-Mor-ris-sey said merci”.

Sfora i tempi stabiliti per la chiusura delle esibizioni, vale a dire le 23.15, per permettere a tutti la fuga del secolo fino alla fermata della metro prima della fine delle corse. Un tipo affianco gli urla “Togliti la camicia”. Per un momento mi sento a casa. Lui mima il gesto della mitraglietta alludendo al rischio di un’irruzione della polizia. Poi quello dell’impiccagione, ma appagato dall’affetto del pubblico regala un ultima chicca, “Now my heart is full”. Anche il nostro.

26 agosto
Se già nella serata di ieri si capiva ben poco e non era previsto il tutto esaurito figurarsi la bolgia infernale in cui ci si imbatterà nella serata conclusiva del festival, già sold out da almeno tre mesi. Quando inizia a piovigginare sono ancora in giro dalle parti di Notre Dame, non perché cercassi una sorta di quiete spirituale ma per un fatto puramente casuale. Sono le due. Meglio muoversi per tempo. La solita folla tra i braccialetti verdi dei non-forfaittari e i fuxia dei fedelissimi o degli sprovveduti dell’ultimo momento che non avevano trovano il biglietto per un’unica serata. Altri volantini, altri tappi per le orecchie (serviranno…).
Osservare l’incredibile varietà di t-shirt dei Radiohead è come ripercorrere la storia della band da “Pablo Honey” fino a “Hail To The Thief”. E’inutile negarlo. Sono loro i protagonisti della serata. Unica data francese di questo strano tour che offrendo assaggini dei brani del misterioso settimo album in fase di realizzazione, e trascurando la produzione solista di Yorke, ha girato in lungo e in largo per gli Stati Uniti e meno approfonditamente in Europa, non toccando Italia, Germania e Spagna. Non ce ne vogliano su tutti Editors e la Tokyo Ska Paradise Orchestra(condannati a esibirsi in contemporanea all’evento), e ancora Rakes,Xavier Rudd, Skin, Rhesus che non figureranno nel report, ma all’apertura delle porte c’è appena il tempo per fare una capatina dalle parti dei Broken Social Scene, ingiustamente relegati all’antipasto del primo pomeriggio, prima di piazzarsi nei pressi del palco principale. Tutti sembrano disinteressarsi degli altri palchi. In meno di un’ora si crea una tale calca che è impossibile retrocedere o spostarsi. La paglia disposta intelligentemente sull’erba eviterà che qualcuno sprofondi fino alla Senna nel pantano misto a sabbie mobile scaturito dalla pioggia, conferendo un’atmosfera ruspante da festival di fine anni sessanta. Le disgrazie non arrivano mai da sole. Non basta la tortura sonora dei Taking Back Sunday” (i tappi colorati sono un toccasana), pleonastici esponenti della corrente punk/emo americana con in più intuizioni tratte dal peggio degli Aerosmith e strizzate d’occhio a Bon Jovi, ci si mette anche la pioggia, battente e insistente. Il pubblico, eccetto gli aficionados mai così minoritari, è molto perplesso ma, nel rispetto delle diversità, si limita a sghignazzare al penoso spettacolo del frontman che per un’ora cerca di avvolgere attorno a sé il cavo del microfono. Sbuca fuori un sole malatissimo e invernale. E per fortuna dopo tocca ai Phoenix, profeti in patria. E’ vero che giocano in casa, ma il loro cocktail di funky, brit e dance, in una sequenza di brani senza la minima pausa fa scivolare via l’esibizione senza intoppi. Tanta eleganza, melodie semplici ma efficaci.. Non manca il divertimento quando dopo il momento più dancefloor della giornata (la radiofonica “If I ever feel better”) Thomas Mars si lancia sulla folla in un ironico crowd-surfing. Non c’è il tempo per rilassarsi che la giovane band inglese dei ”Dead 60’s si catapulta sul palco dando una sferzata anarco-casinista al pomeriggio. Figli dei Clash quanto dei Gang Of Four, si distinguono dall’incontrollata ondata di specialisti in revival degli anni ottanta per determinanti contaminazioni dub e reggae, mai così necessarie quando, dopo la travolgente “Riot Radio” servono a placare una folla tutt’altro che “francese”. Molta personalità, onestamente un po’ troppo derivativi, ma dal vivo guadagnano non poco.

A Beck, spalla della band di Oxford in molte date del tour, l’arduo compito di tenere a bada un pubblico già entrato in clima-Radiohead (basta “2+2=5”, inserita nella playlist di sottofondo all’allestimento del palco, per scatenare il delirio). Quattro marionettisti stakanovisti controllano per un’ora e mezzo i pupazzetti conciati come la coloratissima band del trasandato cantautore californiano, riproducendone ogni movimento. Sono loro, i burattini, ad aprire la strada, con “Loser”, alla band vera e propria. E’ un set inizialmente aggressivo da “Minus” a “Devil’s haircut” fino ai brani più recenti, le straripanti “E-Pro” e “Black tambourine” senza trascurare i nuovissimi brani dell’album in lavorazione, su tutti la schizzata ritmica di “Nausea”. Non manca il momento unplugged (medley d’eccezione con “Golden age”, ”Lost cause” e le storiche “Whiskeyclone, Hotel City 1997” e ”Pay no mind” da “Mellow gold”) con i membri della band seduti intorno a un tavolo a mangiare accompagnando Beck con forchette e bicchieri. Nella pausa prima del bis, mentre ai lati del palco la signora Hansen esibisce il piccolo Cosimo, dallo sguardo a dir poco terrorizzato dalla folla, un filmato proiettato sugli schermi mostra le scorribande delle marionette in giro per Parigi, tra pisciate collettive davanti ai monumenti, candid di vario genere e devastazioni in una camera d’albergo e infruttuosi tentativi di infilarsi nel camerino dei Radiohead al ritmo di “This is what you get when you mess with us”. Lui poi torna sul palco travestito da orso come ai vecchi tempi. “Where it’s at?”. Show da ricordare.

Scende la sera. La ressa diventa insostenibile, ma la lunga attesa per l’evento del festival con l’immancabile reggae di sottofondo imposto da Jonny Greenwood, è ripagata da un’apertura folgorante. “Airbag”. Resa ancora più sofferta e straziante dalla voce di Thom non ancora calda. La scenografia è composta da una serie di schermi spigolosi nei quali sono proiettate in un montaggio serratissimo fuggenti inquadrature dei cinque. Chi è dietro dai maxischermi capirà ben poco. Chi confida in una scaletta piena di novità dovrà presto ricredersi. Ci vogliono sei canzoni per i primi due inediti. La malinconica “Videotape”, dialogo tra un piano e una voce dolorosi e rassegnati, che incede in un crescendo che sembra esplodere da un momento all’altro e invece si spegne quasi all’improvviso, a cui segue “Nude” (già nota come “Big Ideas”, nata ai tempi di “Ok computer”), scarna, minimale ballata da lasciar col fiato sospeso.

Nell’alternanza tra passato e futuro c’è “All I need” tetro soul senza speranze addolcito dallo xilofono di un Jonny Greenwood come al solito oltremodo duttile, né mancano due dei momenti più grintosi e da festival di “The bends”, la corale title-track e “My iron lung”, oltre ai cinque minuti da brivido di una “Fake plastic trees” sussurrata accompagnata da un silenzio agghiacciante. Ogni brano fa storia a sé. Non mancano i classici, “Paranoid Android” e “Lucky” in uno stato di trance collettiva. Si passa dal claustrofobico futurismo di “The national anthem” alle ritmiche incontenibili di “I might be wrong” e “Idioteque”, in cui Thom si scatena nel classico balletto dalle schizofreniche movenze da psicolabile, alla leggiadria sinfonica di capolavori quali “Morning bell”e “Pyramid song” (con la novità della chitarra suonata da Jonny alla Sigur Rós con tanto di archetto di violino).
Il concerto si chiude con “Everything in its right place”, aperta da un rarefatto riecheggiare di “True love waits” riarrangiata con la pianola e si riapre, momento topico, con “You and whose army?”. La stranissima inquadratura frontale sulle smorfie di Yorke al piano, concentrato e completamente perso nella melodia più vintage mai scritta dalla band suscita l’ilarità del pubblico. Sul palco ridono tutti persino i due metronomi, Selway e Colin Greenwood. C’è spazio per un altro inedito, il “punk-wave” della movimentata “Bodysnatchers” scandito dalla chitarra sincopata di Ed. Una “There There” perfetta apre la scena a “Karma Police”, il momento corale perfetto per l’uscita di scena. Sessantamile anime perse nel coro For a minute there I lost myself. Cala il sipario.
Si inizia da subito a convivere con quell’indescrivibile sensazione di vuoto…

Piero Merola

www.rockenseine.com

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