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Elisabetta Bilei – Caffè Valeriana Vomito Sigaretta (Recensione + Intervista)

Elisabetta Bilei
“Caffè Valeriana Vomito Sigaretta”

pubblicato da: Edizioni Il Foglio
prima edizione: 2005
pagg.110, euro 5

Recensione e intervista di Flavia Piccinni

Elisabetta Bilei è giovanissima, non ha neanche vent’anni e ha già due pubblicazioni alle spalle. Quando le chiedi cosa fa per vivere risponde con semplicità: “Amo quello che faccio, sempre. E soprattutto la vita. Anche quando non se lo merita, anche quando lei non mi contraccambia. Perché so che, prima o poi, lo farà. E per me la vita, la mia, è una famiglia che mi aspetta a braccia aperte, un amore vivo e vero, amici che sanno esserci perfino quando io non ne sono in grado. E un angolo dove rifugiarmi a scrivere, a dipingere, a leggere. A esprimermi. Questo è tutto. Per alcuni sarà poco, per altri niente. Ma per me è tutto, è tutta la mia vita”. Elisabetta Bilei ha i capelli neri, la faccia tonda, una leggera somiglianza con una “bad girl” della letteratura italiana (Angela Buccella, ndr) e la determinazione di chi sa cosa vuol fare nella vita: lavorare nel campo dell’arte. Poco importa se si tratta di scrittura, fotografia, pittura. Poco importa. Elisabetta sa anche rispondere con il sorriso sulle labbra quando le chiedi cosa fa per sopravvivere. Dice “Per sopravvivere faccio buon viso a cattivo gioco aspettando che le carte in tavola cambino, incasso i colpi bassi ma ne preparo altri che vadano ancora più giù. Quello che fanno tutti, credo. Perché la vita non è un piatto di spaghetti al pomodoro e basilico serviti caldi e fumanti, e prima lo impari e prima imparerai a non morire di fame. Ma con una regola fondamentale, anzi due: la dignità e il rispetto. Per se stessi, e per gli altri. Sempre. Senza questi anche se la vita ti servirà un piatto di lasagne non sarai mai sazio”. Poi inizia a raccontare delle sue collaborazioni con una testata giornalistica, dove si occupa: “Di arte e di artisti, nel senso più ampio del termine. Scrittori, pittori, fotografi, musicisti, poeti, cantanti, scultori. L’arte è dovunque, basta solo saperla vederla. E io spero solo di aprire un po’ di occhi”. E qui viene ancora fuori la tendenza alla tuttologia, morte e mistero dei ragazzi di oggi.

La giovane autrice veneta, il cui libro preferito è il classico “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde, lascia molti interrogativi sospesi e un libro strano dove una prosa spezzata e vissuta, grondante sangue, troppo spesso cede il passo a note stonate, quali l’esasperazione del lirismo e la banalizzazione di eventi che perdono automaticamente spessore e che appaiono dettate da un gusto manieristico incomprensibile. “Caffè Valeriana Vomito Sigaretta” lascia molti interrogativi sul futuro di questa giovane ragazza, la cui maturità stilistica appare a tratti lontana e il cui desiderio di esprimersi, pur arrivando a sottrarre importanti monete dal salvadanaio, è un buon segnale per l’attenzione dei giovani verso la letteratura.

D: Cosa ne pensi degli autori emergenti italiani?
R: Che ce ne sono di validi, e altri che si illudono di esserlo.
Ma credo che ci sia ovunque il fatto che, talvolta, il talento non paga.

D: Chi ci consiglieresti?
R: Non sono brava a dare consigli, e neanche a seguirli. A esprimere opinioni me la cavo meglio, e se devo dire quali scrittrici ho preferito nel leggere e anche nell’intervistare per la cordialità e la bellezza delle risposte faccio i nomi di Federica Bosco, Amanda Nebiolo, Chiara Del Soldato e Alessandra Montrucchio. Per gli autori invece direi Fabio Turin e Giordano Giacconi. Non me ne vogliano gli altri, non sto giudicando né loro né i loro libri –anzi, auguro loro tutti i Nobel che sognano –, è solo un mio parere tanto personale quanto opinabile.

D: Che cosa consiglieresti poi a chi vuole pubblicare visto che hai dato alle stampe ben due libri (Foto di Riflessioni, Il Grappolo, 2003; Caffè Valeriana Vomito Sigaretta, Il Foglio letterario, 2005) a soli diciannove anni?
R: Posso raccontare la mia esperienza, nella speranza che possa essere d’aiuto a qualcuno Il Grappolo è stata un’autentica truffa, e quando non sei nel campo e hai diciassette anni è più facile fregarti. Ma quando impari la lezione sai come guardare la gente così: dall’alto in basso, perché ti avranno pur tolto 1.200 euro – e non mi vergogno a dirlo, dovrebbero essere quelli de Il grappolo a farlo – e un sogno nel cassetto, ma nulla di più. Loro, invece, probabilmente non hanno neanche una coscienza e, come ben si sa, non si può togliere il sangue dai muri.
A Il Foglio letterario, invece, sono onesti seppur piccoli. Non saranno distribuiti in tutte le librerie d’Italia, ma questo lo mettono in chiaro sin dal principio. Come molte altre cose.
Se ti imbarchi con loro, sai in quali mari si naviga. Ancor prima di salire a bordo.

R: Pensi che ci sia diffidenza nei tuoi confronti vista la tua giovane età?
Diffidenza no, semmai stupore.
Perché si tende a pensare che i giovani siano frivoli, con le Prada ai piedi e il macchinone di papà sotto il sedere per fare i fighi il sabato sera in discoteca.
Alcuni sono così, inutile negarlo.
Ma molti altri no, e quando la gente smetterà di fare delle statistiche la realtà del mondo sarà davvero un gran bene.

D: Cosa ne pensi dei concorsi letterari?
R: Io ho un principio, e l’ho seguito sempre – tranne qualche rara eccezione, come quel cioccolatino dopo una settimana di dieta –: non partecipare a concorsi a pagamento. Niente rimborsi spese, quote di partecipazione o quant’altro.
Perché un premio va guadagnato con l’intelletto e la creatività, con i soldi sono capaci di farlo tutti.

D: Quali concorsi hai vinto?
R: Tra tanti ricordo il primo, quello che mi ha fatto pensare per la prima volta di avere un talento. In costruzione, s’intende. Ma da allora non ho mai smesso di occuparmene, e ho attaccato un cartello uguale a quello che spesso incontro in stazione che dice “stiamo lavorando per voi”. Spero, però, di riuscire a farlo meglio di chi ha appeso questa scritta alla fermata dei treni. Il bando titolava: “Scrivi un articolo e vinci un premio di duecento euro”. Io l’ho fatto, più per gioco che per altro. E poi quel gioco si è trasformato in realtà, quei soldi sono stati miei, il mio articolo pubblicato su un quotidiano locale e un’intervista in onda sul tg locale di Rai3.

D: Cosa ne pensi dell’editoria a pagamento?
Dipende dal tipo di editore e dal tipo di pagamento. Il foglio, ad esempio, fa pagare 400euro a chi vuole pubblicare le proprie liriche. Perché in Italia i libri non si vendono – e la poesia tantomeno – e questa cifra è sicuramente inferiore a molte altre che si trovano in giro. E poi il fatto che una scrittrice sia fidanzata con il figlio di un editore non potrebbe essere anche quello un tipo di pagamento?

D: Collabori con l’associazione “Il Galeone” che pubblica libri a pagamento. Come vivi questo “dualismo”?
R: Ho iniziato a scrivere per Il Galeone prima che cominciasse ad adottare questa politica. Io non me ne occupo, io scrivo solo i miei articoli e dalle loro pubblicazioni non prendo niente. Quindi non mi ritengo coinvolta, e neanche responsabile.
Io svolgo interviste, e loro mi danno spazio per pubblicarle. Per me non c’è altro.

D: Qual è la tua più grande passione?
R: Il mio fidanzato, Alessandro. Lui è il colore delle mie giornate, il mio profumo di casa. E con lui condivido la mia vita, e le mie passioni. Scrivere ci lega molto, ad esempio. Ma più di tutti lo fa il nostro amore, ovviamente.

D: Ti occupi di molte cose. Spazi dalla musica all’arte, dalla scrittura al teatro. Raccontaci brevemente quello che preferisci e perché.
R: Tutto ciò ha fatto parte di me in diverse fasi della mia vita, e mi ha aiutato ad attraversarle. Ma proprio qualche giorno fa, riassettando la mia stanza, ho ritrovato un diario. Avevo dieci anni, e all’ultima pagina ho attaccato una mia foticina con scritto sotto “Elisabetta Bilei, una scrittrice.” Scrivere è il mio sogno, la mia vocazione.

D: Che strumento suoni?
R: Ho suonato per sei anni il flauto dolce contralto in un’orchestra. Mi divertivo molto, e quando ha smesso di essere così ho capito che le cose nella vita nascono e muoiono. E che questa era arrivata a compimento. Ora canticchio in macchina con Alessandro, nulla di più. Lui, invece, canta e suona la chitarra da professionista. E per me è come se lui avesse preso la strada della musica dove io l’avevo lasciata.

D: Che cosa rappresenta per te “Caffè Valeriana Vomito Sigaretta”?
R: Un figlio, tenuto per me e con me per mesi e mesi. Un figlio amato, e sofferto. Un concepimento semplice, ma una gravidanza travagliata, dubbiosa ed estasiata al tempo stesso. E quando è venuto alla luce, è stato semplicemente amore.

D: Cosa stai leggendo?
R: Attualmente ho appena finito un romanzo inedito, e sto provvedendo a leggerlo e leggerlo e leggerlo per migliorarlo.

D: Che programmi hai per il futuro?
R: Di viverlo al meglio. Ho tanti di quei progetti che forse neanche nella mia mente ci stanno tutti, ma purtroppo la realtà non è quella della pubblicità della Mulino Bianco. E quindi realizzarli non sarà così facile come crearli. Ma questo non significa che non ci proverò, anzi. Sono una che lotta con le unghie e con i denti, io. E lo farò sempre, soprattutto se in gioco ci sono le mie creature.

Per gentile concessione dell’autrice e della casa editrice (Il Foglio), possiamo proporvi un estratto di “Caffè Valeriana Vomito Sigaretta”.

“Ti voglio bene”
“Te ne voglio anch’io”
“Papà?”
“Dimmi tesoro”
“Ti devo parlare, prima o poi”
“Sì amore”
Io sono qui a parlarti.
Ma tu non mi parli.
E non so neanche se ci sei.
“Vado a correre”
“Papà, è rischioso”
“Non muoio”
“Papà!”
“Dai tesoro, lasciami andare”
“Sì papà”
Ecco, ti ho lasciato andare.
Sei andato a correre, ma non eri solo.
Un dolore opprimente, costrittivo e bruciante nella regione dello sterno e del cuore si stava irradiando al collo, alla mandibola, alle braccia e alle spalle.
Ma tu mi hai detto:
“Sto bene, lasciami andare”
Io ti ho creduto.
Tu mi hai mentito.
Pallore del viso, accessi di sudore freddo, dispnea, grave stato d’angoscia, nausea.
Neanche il tempo di riattaccare e ti ho sentito andare.

Sono corsa da te.
Non eri solo, c’era l’infarto con te.
Mentre subivo un infarto emotivo, ho telefonato al pronto soccorso e denunciato il tuo infarto fisico.
Ho cercato di adagiarti sul divano, ma eri pesante.
Eravate troppo pesanti e il mio amore non è riuscito a sollevare te e non è riuscito a sollevare l’infarto da te.
Così ho messo sotto la tua testa piena di pensieri mille cuscini per soffocarlo, il tuo maledetto inquilino.
L’ambulanza è arrivata presto, e anche lei ha corso veloce come me.
Veloce come me e come me ha cercato di staccarti di dosso questo infarto.
Ospedale.
Ancora ospedale.
Sempre ospedale.
Questo ospedale.
Camice bianco.
Ancora un camice bianco.
Anche questo si avvicina lugubre e anche stavolta prego per non sentire una parola.

E invece è così.
Coma.
Sei in coma.
Camice bianco, camice lugubre.
Ancora.
Sono qui, e vesto anch’io un camice bianco e lugubre.
Tu sei qui, e anche tu vesti un camice bianco e lugubre.
Operiamoci insieme, facciamoci questa operazione a cuore aperto.
Chi si salverà, se qualcuno di noi due si salverà, solo Dio lo sa.”

Respirai calma mentre il silenzio soggiogava la stanza.
“Devo parlarti, ed è arrivato il momento di farlo.
Sono stata troppo zitta.
E forse è stato il mio silenzio, tanto sofferto quanto voluto, a ucciderti.
Ma tu non parlare papà, non farlo.
Lascia che sia io a farlo.
Tu rimani lì, con il tuo aspetto elegante e il tuo viso dolcissimo.
Non parlare papà.
Ti parlerò io. Ti ucciderò io con le mie parole.
Ma tu no, tu non parlare.
Sei sempre stato di poche parole.
Poche, vere e sagge.
Ogni tua parola ha lasciato orme di saggezza e solchi d’amore nella mia vita.
Non tante impronte, ma ben calcate, tratteggiate e profonde.
Le mie parole sono di più.
Sono aguzze, manesche e taglienti.
Lo scoprirai.
Di me ti hanno segnato i silenzi pungenti, ma scoprirai anche l’asprezza delle parole.
E le maledirai. Più dei miei silenzi. Molto di più.
I miei sentimenti non si infrangono sulle pareti delle parole, vanno oltre.
Ma tu non parlare.
Non saresti saggio, non saresti vero.
Non parlare.
Lascia che sia io a farlo.
Le mie parole sono solo vetri rotti da riciclare in mezzo a quattro sigarette e quattro secchi di lacrime.
Ma parlerò ugualmente.”

Gli accarezzai dolcemente i capelli brizzolati.
La barba era teneramente incolta sulle sue guance paffute, le sue palpebre riposavano sui suoi occhi che non riposavano mai.
“Mi prendo cura io di te papà.
Ho cura delle anime che sento belle.
Anche se per troppe volte non è stato così.”

Feci uno dei miei silenzi, uno di quelli pungenti.
Poi presi a parlare.

Recensione e Intervista di Flavia Piccinni

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