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BABYSHAMBLES – Rimini-Roma 21-23/10/06

Pete Doherty si sposa con Kate Moss. Pete Doherty è in clinica. Pete Doherty si disintossica. Pete Doherty torna in clinica. Pete Doherty fa a botte. Pete Doherty ogni tanto, ogni tanto, suona.

quattro mani, due tastiere e due idee di Piero Merola e Irene Tuzi

Rimini, 21/10/06

Non potevamo mica restare indifferenti all’uragano mediatico di Pete Doherty e ciurma. Kate Moss (ma c’era o non c’era?), risse, provocazioni, devastazioni… Tutto tranne che la musica in senso stretto, insomma, per la puntata riminese della saga italiana dei Babyshambles.

Visti gli strascichi, rimpiango di non aver potuto assistere – si ringrazia Trenitalia – agli Styles, la band italiana di supporto che ha suscitato le invidie di Doherty. Capirete perché finendo di leggere. Quando entro in un Velvet semivuoto i BABYSHAMBLES sono già sul palco. Fatta eccezione per gli affezionatissimi delle prime file, tra cloni con cappello di paglia e quindicenni urlanti, avverto un alone di perplessità. Il suono non è pulitissimo, e, se vuole essere lo-fi, non è neanche lo-fi. L’eroe della serata, pallido quanto la polo sgualcita che indossa e che mette in evidenza un crocifisso lucente alla Simona Ventura, si trascina da una parte all’altra del palco giocherellando con il microfono. Sembra abbastanza in forma rispetto ai canoni di fattanza degli ultimi tempi. Restando in ambito musicale, è difficile ma ci devo provare, la scaletta abbraccia i brani inclusi nel disco d’esordio della sua nuova creazione, tra frizzanti episodi un po’ brit, un po’, ma veramente poco, punk e ballate con tanto di armonica. Peccato che l’armonica gli cada di bocca ogni due minuti, e Pete, tra una smascellata e l’altra, finisca per biascicare parole incomprensibili. Perché, pur beatlesiane all’ennesima potenza,“In love with a feeling”, e smithsiane (“Albion”) hanno un buon potenziale melodico. Sprecato da un’interpretazione scazzata quanto irritante. Continua a giocare col microfono. Ne riadatta il cavo a lazo cercando di appenderlo sui supporti delle luci. La trovata dura un minuto scarso perché il microfono si sgancia crollando rovinosamente sul pavimento, o sulla testa di qualche fortunato feticista, come dimostrano i gemiti di delirio nelle prime file. La band cerca di stargli dietro. Lui gracchia, nei discorsi di presentazione quanto nei pezzi, offrendo un paio di urlacci nasali, nell’altalenante punk-calypso di “Sticks and stones” e nell’ambiziosa revisione dohertyiana dei Rolling Stones, che è “The 32nd of December”. Si avvicina troppo alle spie. Il microfono fischia. Gli affezionatissimi, sempre loro, urlano come se nulla fosse. Sempre e comunque.
Arriva la saltellante “La belle et la bete”. Tutti invocano Kate Moss. Si vocifera sia nel backstage. Magari è in albergo. Fatto sta che sul palco non si vede. E il pubblico, per la verità già diratato, si dirada a vista d’occhio. Anche i più convinti che l’hanno acclamata per mezzora confondendo la sua sagoma (incredibile) con quella del pur smilzo roadie che accordava le chitarre ai lati del palco.
Si salva il salvabile con due dei brani di riferimento di questo controverso “Down in Albion”, vale a dire la quasi punk (niente di più)“Pipedown” e il primo hit, la coralissima “Kilimangiro”. Pete, dal canto suo, coi riflessi ogni minuto più lenti, sbronzo e scoordinato, cerca di aizzare la folla con un po’ di autodistruzione da rockstar d’annata. Come se la sua presenza non fosse già sufficientemente esemplare. Così gli affezionatissimi adepti, sempre quelli, esultano al suo goffissimo tentativo di riadattare la chitarra dei malcapitati Styles a mazza con cui sfasciare amabilmente i riflettori posti sul palco. Ne sfascia solo uno, si vede che non ne ha la stoffa, e in compenso un gruppetto di affezionatissimi sempre più infervorati gode, in un autentico orgasmo condiviso, alle schegge che piovono sulle prime file. La chitarra perde forma contro la transenna. C’è un accenno di gara di sputi da bettola tra il cantante degli Styles e Pete. Memorabile. Lui, una sorta di Jon Belushi belloccio e smunto, nelle notevoli occhiaie che evidenziano uno sguardo emblematicamente annebbiato, se la ghigna. Ma un sincero “Ciao ramini” (che starebbe per Rimini) mi fa intuire che, nonostante tutto, abbia una vaga idea di dove si trovi. Provando a parlare di musica, i Babyshambles deliziano il Velvet con una coraggiosissima cover di “Janie Jones”, che, per fortuna, riesce bene. Gli affezionatissimi non la conoscono. Reazione prevedibile. Chissà cosa penserebbe Mick Jones, l’ex-Clash, produttore (e mentore) fin dai tempi dei Libertines. In tema di Libertines, la grintosa “Time for heroes” e una coinvolgente “What Katie did” (risalente ai tempi in cui la Kate che lo ha reso un caso mediatico la poteva vedere solo nelle riviste) rendono lo scempio meno disastroso. Gli altri Babyshambles sembrano degli assistenti sociali per come coccolano l’osannatissimo eroe della serata. Fino all’ultima “Fuck forever”. Regalo ideale per chi, nonostante tutto, sembra essere preso bene dalla serata.
Io preferisco ripensare a quando, diverse storie e diversi chili fa, un Doherty paffutello e semisconosciuto, con i Libertines di “Up the bracket” aveva dato un’ondata di nostalgica freschezza-Clash all’esplosione del revival rock innescata dagli Strokes. Ciò che provo ora è un misto di pena e tenerezza. Dispiace si sia ridotto così. Spero di cuore che arrivi senza intoppi al ventottesimo compleanno che ventisette – per una “rockstar” – è un’età quantomeno a rischio.
Piero Merola


Roma, 23/10/06

Un inno al rock’n roll vero e proprio il concerto dei Baby Shambles a Roma!
Al di là di tutti i gossips che Pete si porta dietro costantemente infatti, il concerto del 23 ottobre (che conclude il tour italiano della band) è stato uno spettacolo indimenticabile, epico, straordinario, che noi fans aspettavamo da tempo (dal Rock in Idro di Milano) e che non ci saremmo presi per nessun motivo al mondo.
Pete e compagni riaprono una nuova stagione di concerti per il Piper, storico locale di Roma che ha ospitato fin dagli anni Sessanta rockstars internazionali ai livelli di David Bowie, Pink Floyd, Genesis e Kurt Cobain.
Non sono da meno dunque i Baby Shambles.
Ad aprire sono i The Styles, una band del nord Italia che ci propone un rock pulito, divertente e adrenalinico, vecchio stile. Riescono ad aumentare ancora di più il fomento del pubblico in attesa di Pete e compagni, che come delle vere rockstars si fanno attendere.
Quando arrivano c’è il delirio.
Entrano per primi Drew MacConnell il bassista, Adam Ficek, batterista, e la new-entry, il chitarrista Mik Whitnall, che suonava nei Kill City (British electro-rock band formata da Lisa Moorish) e nella band di Finley Quaye. Per ultimo arriva lui, Pete Doherty, sigaretta in bocca e giacca di pelle senza maglia sotto, che lascia intravedere qualche chilo di troppo ma che non sminuisce però il suo fascino cattivo da rockstar.
Con la prima canzone Pipedown Pete si scatena sul palco, nonostante a primo impatto apparisse stanco e fuori forma, poi si toglie la giacca per rimanere a petto nudo ad eseguire Time For Heroes, dei Libertines, che non sembra però neanche cantata, ma quasi farfugliata; pronuncia confusamente le parole “But there’s a rumour spread nasty disease around town, caught round the houses with your trousers down, a headrush in the bush, you know I cherish you my love, oh how I cherish you my love”, ma dopo qualche sorso di vodka sembra andare meglio, Back From The Dead, What Katie Did e A’ Rebours sono eseguite abbastanza bene, ma ci danno quasi l’impressione di un concerto improvvisato, senza una linea ben definita, una jam-session a regola d’arte che però coinvolge il pubblico in sala in maniera smodata. La folla esorbitante balla e canta a memoria tutte le canzoni tratte dall’album “Down in Albion” e sembrano apprezzare anche quelle tratte dal nuovo lavoro “The blinding Ep” (che uscirà a dicembre con l’etichetta “Parlaphone”); ma la canzone sicuramente più gradita e trascinante è Sticks And Stones che in versione più lunga rispetto all’originale da una svolta alla serata, e ci porta fino a Killamangiro il pezzo che da un pretesto ai “giornalisti” di gossips di scrivere ancora ingiustificate amare parole su Pete; i giornali lo accusano di aver “distrutto il Piper”, di aver “lanciato aste dei microfoni al pubblico”, di aver “scatenato una rissa”, di essere un “violento” e tornano ancora una volta a menzionare la sua “difficile vita privata legata alla droga” (ma è possibile che se uno ha avuto problemi di droga in passato è destinato ad essere visto come un drogato per sempre?); ma la verità, quella che noi che eravamo lì abbiamo potuto vedere con i nostri occhi è che durante questa canzone da qualcuno del pubblico parte una bottiglia verso il palco che va dritta a colpire Adam il batterista ferendolo al naso e al labbro. A questo punto Pete si arrabbia moltissimo e prende l’asta del microfono e fa per colpire il pubblico, là da dove la bottiglia era partita, quindi smette di suonare seguito da tutta la band, deciso a non riprendere lo show finché l’autore di quella provocazione non fosse venuto fuori. Rimane solo Mik a intrattenere il pubblico, ma dopo poco rientra Pete che tenta di improvvisarsi batterista inventando un bizzarro duetto con il chitarrista anche se sembra non riuscirci molto bene.
Per fortuna presto rientrano anche gli altri e il concerto riprende con una fantastica I Get Along, molto punk (sempre dei Libertines), per poi passare alla stupenda Down In Albion e infine l’intensissima e devastante Fuck Forever che coinvolge tutti con il famoso ritornello “Oh I’m so clever, but I’m not very wise, fuck forever, if you don’t mind, I’m stuck forever, stuck in your mind…”. E con questa canzone si conclude lo show, con la “distruzione” di batteria, amplificatori e chitarre, che lascia contenti gli amanti del rock (quello vero, quello alla The Who, quello un po’ retrò, che si sposa alla perfezione con una chitarra lanciata contro la batteria), un po’ meno contenti i moralisti (quelli che non aspettavano altro per criticare ancora una volta il carattere di Mr.Doherty, magari perché non sono abbastanza competenti per limitarsi a parlare della sua musica), ma a bocca aperta tutti ma davvero tutti, riportandoci indietro nel tempo di qualche decina di anni ai tempi di Sid Vicious e degli Who.

Rimaniamo pienamente soddisfatti quindi di aver assistito ad uno spettacolo esaltante come questo (noi che abbiamo sempre desiderato assistere alla distruzione di un palco ad un concerto rock); un concerto sicuramente fuori dal comune, più divertente ed elettrizzante dell’ultimo tenuto al Qube lo scorso maggio; uno show senza precedenti per il pubblico romano (e italiano) dei Baby Shambles, ma proprio per questo davvero molto apprezzato.
A tutti quelli che si divertono tanto a condannare il suo comportamento infine consigliamo di occupare le proprie giornate dedicandosi ad attività sicuramente più interessanti ed originali, perché su Pete si è detto di tutto ormai, ed è ora di iniziare a parlare davvero di musica, lasciando da parte tutto il resto!
Irene Tuzi

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