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Bibliophobia

Angela Buscella ed Eliselle – Nel Paese Delle Vergini Suicide (Recensione + Intervista)

Angela Buccella e Eliselle
“Nel Paese delle Vergini Suicide”
64 pp., 5 euro
Coniglio Editore

Recensione e intervista di Flavia Piccinni

Angela Buccella e Eliselle si sono messe a scrivere insieme. Le due ragazze, note al popolo della rete per bravura e iperattività, hanno deciso di unire le forze per far uscire un libro che in pochi avranno il coraggio di farsi scappare. Stiamo parlando di “Nel paese delle ragazze suicide”, già proposto nel 2005 come “Chemical Dreams”. Il libro, edito da Coniglio, racconta di otto personaggi dalle percezioni e dai sogni diversi. “Niente è come sembra, da quassù”. Sembra questo il leit motiv del libro, che gioca su ciò che sembra (e ciò che si sembra) e ciò che è (o che effettivamente si è). Verità che nessuno vuole vedere, illusioni e squallore. Queste sono solo una parte del libro (64 pagine, ndr), che ruota intorno al mondo del fasullo, intorno ad un palcoscenico dove tutti appaiono come burattini frustrati e dipendenti da sostanze chimiche, dai nomi semplici e complessi allo stesso tempo. Semplici da assumere, difficili da allontanare.

Un libro amaro, quello che porta la firma di queste due giovani scrittrici. Un libro che a tratti ricorda l’Eliselle di Ecstasy Love (Nicola Pesce Editore, 2006) e a tratti l’Angela Buccella di Glamoudama (Di Salvo Editore, 2004). Un libro dove parole, prosa, idee si fondono e si macchiano di tristezza per descrivere un viaggio attraverso la droga. Attraverso il paese delle ragazze suicide.

Eliselle, disponibile come sempre, si è prestata ad una piccola intervista per approfondire gli argomenti centrali del libro e parlare di editoria a 360°.

Da dove nasce questo libro?
Nasce da una proposta di collaborazione, e dalla mia voglia di mettermi alla prova in un progetto a quattro mani. Un esperimento, una sfida di quelle che mi piace tanto affrontare. Partendo dal racconto Bianconiglio di Angela Buccella, io e l’altra autrice abbiamo ricreato una notte in una discoteca milanese, a metà tra sogno (incubo?) e realtà.

Quali sono i personaggi principali?
In tutto sono otto, quattro a testa: io ho creato una cubista, un dj, una bulimica e una cameriera. Buccella invece ha immaginato altri protagonisti che si possono incontrare in un’ambigua, forse pericolosa notte qualsiasi a Milano. C’è anche una misteriosa ragazza dai capelli rosa che fa da filo conduttore e “accompagna” i diversi personaggi attraverso le loro nevrosi e le loro debolezze.

C’è qualcosa di autobiografico?
Per quel che riguarda i personaggi usciti dalla mia testa, no. E’ un mondo abbastanza lontano da me, mi sono divertita a ricreare nella mia mente e a rielaborare su carta figure che mi piace osservare da un’altra prospettiva, diversa da quella del vissuto.

Come vivi il crescente successo della tua regione, sfondo preferito di cantanti, Ligabue in primis, e della letteratura – penso adesso al buon esordio di Marcella Menozzi con “Bianco”?
Non può che rendermi felice. E’ bello vedere valorizzata una regione come questa, ricca di storie da raccontare, di talenti emergenti e già affermati. Io cerco di dare il mio contributo per quello che posso, nel mio piccolo. C’è di bello, poi, che se qualche progetto non va come ti eri aspettato, basta trovarsi con gli amici più cari davanti a un piatto di Tortellini e a un bicchiere di Lambrusco, e la delusione passa così in fretta che non la si sente più.

Grande rilievo nella tua prosa ha il linguaggio. Immediato e diretto, semplice – ma non minimale. Come nasce questo semplice e moderno modo di comunicare?
Nasce dal desiderio di farmi capire, di arrivare a tutti. Qualcuno ha detto che sono una “scrittrice di dialoghi” è l’ho trovato un grande complimento. La scrittura è un mezzo di comunicazione importantissimo, per me, per questo deve essere accessibile, arrivare a più lettori possibili. Credo che, proprio per questa semplicità e spontaneità, questo libro sia interessante sia per i ragazzi che vorranno leggerlo, ma anche per i genitori, perché forse attraverso la lettura capirebbero che non sempre sono davvero capaci di interpretare i segnali attorno ai loro figli. E’ tutto così complicato, a volte, che trovo fondamentale renderlo in modo chiaro e diretto, senza troppi giri di parole.

Cosa pensi dell’editoria italiana?
E’ molto ricca. Ma dà ancora poco spazio e fiducia agli emergenti, prediligendo voci spesso omologate a standard e mode passeggere, penalizzando chi non vuole inserirsi in una corrente o in un genere ben preciso.

Che progetti hai per il futuro?
Un paio di progetti letterari, uno tutto storico, un altro contemporaneo. E nel frattempo, collaborazioni e antologie. Per tenermi in allenamento.
Recensione e intervista di Flavia Piccinni

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