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TOOL – Jesolo, 16/10/2006

Diciamocelo pure apertamente, anche a costo di cadere nel pecoreccio.
Jesolo è una merda.
No, fermi. Non saltatemi al collo, non faccio generalizzazioni fuori luogo.
Mi riferisco all’organizzazione dello spettacolo e alle strutture della cittadina che anziché venire incontro alle esigenze dei cittadini se ne fregano e lasciano frotte di gente in mezzo alla strada, senza supporto e senza coordinazione alcuna.
Organizzare un concerto del genere senza in alcun modo facilitare il raggiungimento dello stesso da luoghi più o meno distanti per chi non è auto-munito, oltre ad essere sintomo di poca volontà e disorganizzazione, taglia fuori gran parte dei fruitori del servizio che (qualcuno lo ricordi a chi di dovere) sono/siamo soprattutto ragazzi.
Fine dell’invettiva, doverosa, passo al concerto, vero motivo per cui state leggendo queste parole.

La location è il Palazzo del Turismo di Jesolo, pressochè irraggiungibile con i mezzi (ancora peggio venirne via), una bella struttura ben organizzata al suo interno ed accogliente.
Questa volta la Fra ed io non ci facciamo fregare dal “dover stare nel mucchio”, perchè lo spettacolo si preannuncia molto scenico ed emozionante per cui ci accomodiamo nella navata centrale comodamente seduti sulle poltroncine blu.
Palco davanti ai nostri occhi, ed un’acustica eccellente. A differenza di Roma, ma per andare meglio del PalaMarino ci voleva veramente ben poco

A differenza delle date estive, questa volta i Tool si portano dietro un gruppo spalla.
E gli opener sono i Mastodon, gruppo metalcore statunitense. Mi scuso con gli eventuali fan, ma non mi perderò molto nella descrizione della loro esibizione.
Da non amante del genere non posso essere troppo obiettivo e clinico, anche se molti episodi li ho trovati interessanti soprattutto il batterista,Brann Dailor, che picchia come un martello pneumatico, riff rocciosi e voci abbastanza scarse.
1 ora di show abbastanza lineare, con il pubblico poco coinvolto.
In definitiva 2 palle, ecco.

Smontato l’armamentario dei Mastodon, con poster di caprone annesso, si prepara il palco per la vera band.
Scoperti i 4 schermi, lucidato il pavimento bianco (poi capirete perchè) e scoperta la maestosa batteria di Danny Carey.
Luci spente ed entrano i protagonisti in fila, Danny, Justin, Adam ed infine Maynard che non ha granchè bisogno di presentazioni.

E invece sì, perchè si presenta con una sorta di maschera a gas ed il microfono incastonato al suo interno, con il distorsore vocale incorporato.
Che utilizza immediatamente per la travolgente opener, Stinkfist.
Nonostante ci siano poche sbavature, si percepisce da subito la stanchezza della band, soprattutto da parte di Maynard, che però in questo inizio di show riesce a colmare egregiamente. Così non sarà più avanti, purtroppo.

Dalle date estive cambia anche l’impostazione dello spettacolo visivo : immagini molto più variegate e psichedeliche proiettate sui 4 schermi alle spalle della band, che variano dalle immagini dei video ufficiali ad altre assolutamente indescrivibili.
Descriverle ne limiterebbe la portata scenica e la forza “allucinogena” che riescono a trasmettere assieme alla musica.

Bastano i concetti, ed infatti ad accompagnare la successiva Forty Six & 2 una doppia elica di DNA.
Justin come sempre eccezionale al basso, che con la sua potenza riesce perfino a coprire la cassa. Ti entra dentro come se stesse suonando dall’interno del proprio costato.

Rosso. Quel che si vede con Jambi, prima traccia suonata dall’ultimo 10,000 Days, è rosso.
Come fossero fiamme dell’inferno, c’è rosso tutto intorno. Adam sbaglia qualcosa sull’assolo con il banjee (se ho sbagliato a scriverlo, perdonatemi, l’ho trovato scritto così) e Maynard inizia a tralasciare qualche strofa.

Schism è come sempre clamorosa, soprattutto nella versione estesa ed accelerata proposta durante i live. Anche se questa volta proprio su quest’ultima si è reificata la stanchezza sino ad allora notata nei componenti della band, Danny rimane un po’ bloccato ed Adam si perde qualcosa. Justin sembra risentirne meno e continua imperterrito a far volare i riccioloni nell’aere.
Maynard lascia metà canzone, sopratutto il finale. La sensazione è che voglia far cantare il pubblico, la realtà è che si trova costretto a fermarsi per bere evitandosi ulteriori sforzi vocali, probabilmente preferisce dare il meglio per dopo.

Infatti lo aspetta una “dura” prova, Rosetta Stoned. Dopo una Lost Keys un po’ allungata All righty then… picture this if you will… ed inizia il delirio parlato/sincopato/distorto ..Got me seeing E mutha fuckin T!, senza lesinare al pubblico i due urli della strofa finale. Bob Help me!.

In questo punto è stato preventivato un momento per rifiatare, e lo si può fare con il Solo di Danny alla batteria.
Che poi non è altro che l’intro ad uno dei pezzi più conosciuti e sempre piacevolmente accolto, Sober.
Sembra essere un regalo per il pubblico e Maynard ha tutta l’aria di essersi ripreso dando dimostrazione di sè, con una prestazione anche migliore di quella a cui ho potuto assistere a Roma.

E poi si accascia a terra, vivo. Così come fanno gli altri componenti, ormai è prassi.
Stavolta però Justin prende in mano due torce (perlomeno credo) e le piazza sul pubblico. Questo innesca un bel momento, in cui tutti i possessori di accendini partecipano creando un tappeto illuminato.
Niente di speciale, ma in quel momento è sembrato qualcosa di bellissimo.

Si riprende con i suoni di un temporale estivo. Sta per succedere qualcosa di memorabile.
Gli insistenti inviti di Maynard a non usare “flash cameras for this song” sono in parte accolti, in parte no, ma dimostrano che quel che sta per arrivare ha un significato particolare per il cantante.

Parte infatti Wings for Marie ed iniziano con essa i giochi con i laser verdi, proiettati sul palco aprendo al centro di esso un cerchio di chissà quali significati (i fan si staranno scervellando?). Da dietro la sua tastiera, con la sua maschera, Maynard guarda in basso per tutto il tempo. Concentratissimo, preso da ciò che significa quel pezzo per sè stesso e non solo. “What have I done / To be a son to an angel? / What have I done / To be worthy?”.
Non si scompone neanche quando parte la breve, ma intensa, cavalcata centrale che causa il pogo (insensato) di alcuni americani pompati/bombati/ubriachi/coglioni là in mezzo la folla. E che fanno incazzare non poco tutti gli altri.
E lì il gioco dei laser diventa assolutamente straordinario, come una confusa guerra di luci.

Appare evidente che dopo la “prima Wings” debba venire la seconda, ed altri tuoni con le immagini di nuvole passeggere introducono ed accompagnano 10,000 Days in tutta la sua bellezza. I 3 cerchi di luce sopra le teste dei musicisti proiettano fasci di luce sui 3 singoli strumentisti, Justin seduto, Adam stavolta guarda a terra e non nel vuoto.
“It’s time now! My time now! Give me my, give me my wings!”.
E sembriamo tutti quanti accompagnare Judith Marie sulle sue ali, in totale estasi verso quel verosimile cielo fatto di immagini, suoni e luci.
“Hallelujah, it’s time for you to bring me home.” e quasi 20 minuti di visioni oniriche ed emozioni uniche si dissolvono, lasciandoci con la consapevolezza di aver assistito a qualcosa di eccezionale, senza nessuna sbavatura.
Mi dispiace per coloro che hanno assistito al concerto di Torino per essersi persi questo momento.

Dopo questo i laser e le immagini accompagnano gli ultimi tre pezzi, attesi ed inevitabili.
Lateralus, Vicarious ed Aenema in successione vanno a concludere lo show, con la band che sembra essere stata completamente assorbita dalle “2 wings” lasciando trasparire tutta la propria stanchezza. Purtroppo chi utilizza come strumento la voce è colui che viene percepito su tutti. Se nonostante tutto Lateralus viene eseguita comunque egregiamente, lascia un po’ di delusione l’esecuzione degli ultimi due pezzi. Totalmente tralasciato il finale di Vicarious (aspettavo quello, maledetto!) e quasi la metà di Aenema. Ma non possiamo mica pretendere il sangue.

Lo spettacolo di musica, luci ed immagini è stato comunque straordinario e poco altro potrà paragonarsi ad esso.
Se non un altro concerto dei Tool.

“Spiral out. Keep going, going…”

Scaletta :
Stinkfist (Extended Version)
46 & 2
Jambi
Schism (Extendend Version)
Lost Keys
Rosetta Stoned
— Drum Solo —
Sober

–pausa con tappeto di accendini accesi–
Wings for Marie
10.000 Days (Wings pt.2)
Lateralus
Vicarious
Aenema

Tutte le foto sono state prese da Toolshed.it che ne detiene tutti i diritti ed a cui vanno i nostri ringraziamenti. Vi invitiamo a visitare il sito per vedere altre foto

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