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GOGOL BORDELLO + DANKO JONES – Bologna, 17/11/06

Danko o Gogol? Questo è il dilemma.

4 mani di Zappo e Piero Merola

Bologna: 17 novembre 2006. Eastpak Antidote Festival, Estragon

Zappo:Quello che mi rimarrà più impresso di questo Antidote Festival sarà quel polsino dell’eastpak intriso del sudore di Danko Jones che, volato dal palco, finisce per magia divina nella mia mano destra, per poi scivolare in quella sudicia di un ubriacone coperto da una pelliccia di gatto arancione che neanche su topo Gigio se ne son mai visti di gatti arancioni. O forse si. Fatto sta, che io lo volevo il polsino dell’Eastpak col sudore di Danko Jones. è qui che ho scoperto di essere all’Eastpak Antidote Festival.
è qui che ho scoperto l’irrefrenabile voglia di uccidere.
Ma andiamo con ordine. Sono qui a Bologna essenzialmente per Danko Jones. Non me ne vogliano Bedouin Soundclash e Disco Ensemble, ma il classico fantozziano nebbione valpadano ha fatto impietosamente sì, che il mio ingresso al nuovo Estragon – che non è niente di più che un padiglione della fiera di Bologna – venisse posticipato, in perfetta concomitanza con l’ultima esibizione di quei giovanissimi punkers finlandesi che rispondono al nome di Disco Ensemble, e che, per la cronaca sono gran fighi.
E poi ho scoperto che di notte nelle autostrade, ti danno il caffè gratis.
Ed è una scoperta sensazionale, a mio parere.
Sono queste le tipiche vibrazioni mentali pre-concerto, che più si avvicina il monento del Danko sul palco più si infittiscono e non capisci più niente. Vorresti essere in autogrill e dire al commesso/barista, voglio un caffè, per il semplice gusto di averlo gratis. Cosa che in fin dei conti non c’entra con il concerto ma intanto è partita “Sticky Situations” e tu stai a pensare al caffè gratis che resta comunque una gran cosa? Coglione.
Danko è salito sul palco, ha abbassato il microfono in una scomoda posizione, che d’ora in poi sarà la posizione definitiva del rocker e ha cominciato a suonare. Sono in tre, ma sembrano essere in diciotto, tale è l’impatto sonoro (messaggio promozionale) che creano una chitarra un basso e una batteria nelle mani e nei piedi dei tre canadesi.
La cosa sensazionale è la lingua di Danko, una delle più veloci mai viste sulla faccia della terra credo. La gente sotto il palco non è tantissima, complice forse la malaugurata presenza dei Gogol Bordello che, senza volergliene, non c’entrano nulla con il rocker canadese in vena di esilaranti gags, come quando, tra lo stupore e il panico generale pronuncia: “do you want a song about war in Iraq?” riscontrando qualche piccolo timido leggero yes (o si, che dir si voglia) da sotto il palco. Silenzio. “Or do you want a song about sex?”. Boato, sempre proporzionale alla non eccessiva numerosità di pubblico, e parte “Lovercall”. E’ probabilmente il momento più intenso del concerto, insieme alla sempreverde “Play The Blues”, che a dispetto delle aspettative, non è per nulla incentrato sull’ultimo album “Sleep is the enemy” ma regala perle da quell’antico “I’m Alive And On Fire” come “Cadillac”, “Sugar Chocolate”, “Samuel Sin” e l’epica “Mango Kid”, forse il simbolo, la definizione di quello che è l’ideale di vita di Danko Jones. Qui lo si direbbe uno spaccafighe. E con tutta probabilità lo è.

Piero Merola: Eugene Hutz non è esattamente un dandy. Viene da New York, è vero. In parte può essere incluso almeno cronologicamente nella scena revival che, dopo il 2002 dell’accoppiata Strokes/Interpol, regna incontrastata, ma la sua è veramente un’altra storia. Ucraino, dalla vita contraria alle mezze misure, vi si è stabilito dopo un rocambolesco peregrinare tra i campi nomadi di Austria, Italia, Polonia e Ungheria, in seguito al disastro di Chernobyl di due decenni fa, dove per appagare il suo amore per la musica gitana, forma una band, a dirla tutta più che una band, una vera e propria banda. Non era la sua unica passione. Ne aveva un’altra più ardua da coltivare, la chitarra, sulle orme del padre macellaio sposato con una ballerina di tip-tap, e soprattutto il punk della scena underground anni 80. Reperire dischi stranieri in Unione Sovietica era un’impresa, così riusciva a procurarsi dei bootleg barattandoli con video porno, altrettanto vietati e irreperibili. A New York si divide tra le passerelle e le consolle, trampolino di lancio per un’apparizione che gli ha fatto sfiorare la nomination all’Oscar in “Ogni cosa è illuminata”. Solo conoscendo questo cocktail di esperienze umane si può capire in parte il fenomeno Gogol Bordello, esponenti di punta del punk gitano o “gypsy-punk dei perdenti” come da titolo dell’ultimo album, prodotto addirittura da Steve Albini, che li ha lanciati in Europa, in una sorta di ideale ritorno alle origini. Una svampita cantilena tsigana accelerata accoglie i sei bandisti. ”Ultimate”. Ritmi subito frenetici e incontenibili. Eugene, risposta zingara a Begbie di Trainspotting, e l’altro dandy mancato, il “maturo” violinista Sergej nei suoi pantaloni attillati abbinati saggiamente al trash di una canotta nera degli Slayer, aizzano un pubblico che è già in visibilio. E’ effettivamente difficile restare impassibili di fronte alla carica di schegge impazzite quali la travolgente ”Not a crime”, ovvero come Joe Strummer avrebbe reinterpretato Goran Bregovic. La rauca voce da imbonitore dell’inquietante frontman, che sembra venuto fuori da un film di Kusturica in quei pantaloni da clown a righine nero-verdi, infiamma la platea anche con la sincopata e più “riflessiva” ”Immigrant Punk”. La mischia è esagitata, la temperatura sale, la temperatura dell’Estragon non aiuta. Lui sfodera il fisico da ex-modello nel binomio petto-nudo/vita-bassa che iconograficamente lo riavvicina al punk, anche perchè quella chitarra acustica ascellare che stupra manco fosse un Dinosaur Jr. di punk ha obiettivamente molto poco. Di punk c’è sicuramente la viscerale spontaneità, la noncuranza della precisione, la propensione a sbavature e imprecisioni, in parte compensate dall’infernale macchina ritmica tsigano-newyorkese che spesso e volentieri, dai canonici quattro tempi sconfina in confuse e vertiginose accelerazioni da patchanka. Con l’entrata in scena delle due quasi ballerine/quasi percussioniste dal look smaccatamente gypsy-chic o world-chic, che abbina variopinti abiti balcanici a maglie da baseball, l’esibizione assume in tutto e per tutto le sembianze di un cabaret slavo. Il kitsch reso funzionale alla proposta musicale. Sviolinate interminabili e incessanti vortici tsigani al servizio di melodie a dir poco saltellanti rallentano improvvisamente per lasciar spazio al gracchiante inglese biascicato e approssimato, quantomeno nella pronuncia, di Mr.Bordello. Tra un messaggio e l’altro, e una rivendicazione dei popoli emarginati e l’altra, ”Think globally, fuck locally”, ”Underdog world strike” e irresistibili melodie da artista di strada irrecuperabilmente sbronzo, ”Oh no”, sbuca fuori la ballata alla Manu Chao, ”Santa Marinella”, scritta in Italia e introdotta da un memorabile ”Oh Montenegro, oh parco dio…” sulla linea melodica di “Bella Ciao”. Fino al tunnel senza fondo dell’ultimo bis, una ”Mishto” che durerà almeno quanto metà concerto con quell’interminabile giro di violino ripetuto fino al rigetto, tra interruzioni, finti finali e reprise da infarto, che spazza via l’Estragon. Inchini finali. Unica concessione al cliché da normali musicisti. Finisce qui, ma dalle loro facce infervorate da posseduti si capisce che avrebbero potuto continuare per altre due ore. Eugene Hutz non ama le mezze misure.

Estratto di ”Think globally, fuck locally”, Gogol Bordello

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