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Simon Joyner & The Fallen Men – Skeleton

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Da più di tredici anni Simon Joyner contempla allo specchio la sua miseria. “Senza appartenere a nessuno/ senza legarsi a qualcosa/ solo mettendo tutto il respiro nella sua voce/ con la morte sempre davanti”. Affiancato dagli amici The Fallen Men (tra cui Alex McManus dei Lambchop) si rinchiude in una stazione in disuso in mezzo al deserto e – come “un Geppetto intrappolato, che si costruisce un rifugio con le ossa della balena” – dà vita a Skeleton Blues: sette piccoli avvenimenti di vita quotidiana, filtrati attraverso un lo-fi esistenziale e dipinti con i colori di un Van Gogh di cui ancora non sia stato riconosciuto il genio, quelli del periodo buio dei mangiatori di patate; sette canzoni che si trascinano pigramente, con l'incedere indolente e disincantato del blues ed un pizzico di alt-folk che aleggia nell'aria come la sabbia sparsa dal vento; come “una bottiglia rotta dietro lo stadio/ lontano dal mais e dall'avena/ lontano dagli alberi penduli”.
Le atmosfere sono quelle polverose già battute dai William Grant Conspiracy, tra sussurri poetici e tragici lamenti; ma le ombre che si muovono nell'assolato deserto, sulle note di chitarre distorte, piano e vibrofono, richiamano – senza timore – gli spiriti liberi di Dylan (“Medicine Blues” e “The Only Living Boy In Omaha”) e Young (“You Don't Know Me”).
“Le nostre cerimonie sul letto/ i fiori sbattuti in testa/ la speranza ed il fumo ed il nevischio/ ed il triste sogno ricorrente/ e i baci ansiosi sotto la pioggia/ e le promesse che solo la morte può mantenere? E'questo essere liberi?”.

Tracklist
1. Open Window Blues
2. You Don't Know Me
3. Answer Night
4. Medicine Blues
5. The Only Living Boy In Omaha
6. Epilogue In D
7. My Side Of The Blues

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