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Melomane – Glaciers

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A vedere la copertina, fiabesca e innocua , colori pastello, una coppia di simpatici orsacchiotti siamesi alati, tre uccelli bianchi come la neve che banchettano beati, non ti immagini che una band del genere possa venire da New York. Poi però ci vedi quel fucile imbracciato dall’orsacchiotto più pulp e magari qualche dubbio ti viene. Da un punto di vista prettamente musicale, però, tutto si può dire dei Melomane tranne che abbiano assorbito i tratti caratteristici del loro borough, né la rabbia dei Type O Negative, né lo spirito black del rap o di band quali Tv On The Radio né tantomeno lo scanzonato gusto nostalgico per gli anni d’oro della new wave rintracciabile nei Clap Your Hands Say Yeah. Il terzo disco della band di Brooklyn (per chi non avesse ancora colto il borough di riferimento) si mantiene sulle atmosfere lievi e midtempo dei due acerbi precedenti, “Resolvo” e “Solresol”.
La loro proposta musicale è fondamentalmente un pop molto orchestrale, tra l’iperprodotto e il superarrangiato (non a caso suonano in otto pur avendo una formazione più o meno consona a cinque componenti), tra synth, violino, violoncello, pianoforte e fiati, in netta controtendenza rispetto ai recenti filoni indie-pop che guardano piuttosto al folk e all’elettronica.
Brani molto curati, orecchiabili, suoni levigati. I Beatles sono ovviamente un punto di riferimento fondamentale (e torna alla mente il dubbio sulla loro reale provenienza), ma non mancano gli accostamenti con band contemporanee. Autocompiacenti e pomposi alla stregua dei Pulp più magniloquenti ed eccessivi nella crepuscolare “Open invitation” quanto in “The ballot is the bullet”.
In “Thin ice” invece si avverte la tendenza ad anestetizzare l’ascoltatore con ritmiche cadenzate e rallentate, che inevitabilmente richiamano alla mente i Low. “Hilarious” ha il fascino delle ballad di professionisti del genere, su tutti i Wilco e i Decemberists. La voce del carismatico leader Pierre de Gaillande, espressiva e malinconica, dà il suo meglio nella cinematografica “Axxidentally” (pensate ai Calexico che rifanno i Ween) e nella rilassata “The little man’s castle”, anch’essa dal gusto puramente british. Per i meno resistenti, per fortuna, non mancano i momenti più movimentati da risposta statunitense ai Belle & Sebastian, la vivace “Unfriendly skies” che però si differenzia dalle tipiche venature della storica band scozzese per un assolo e un giro di basso piuttosto 70’s. Le chitarre distorte arrivano nel bizzarro country-blues di “This is skyhorse”, colorato da variopinti arrangiamenti alla maniera dei Flaming Lips. Ancora più inconsueta la perversa “Kill kill kill” che chiude l’album con manie prog alla dEUS, repentini cambi di tempo, rallentamenti, voci campionate e inquietanti duetti di piano e voce degni dei Fiery Furnaces. Coraggiosa.
Il talento è indiscusso, ma tra tante influenze e spunti (da quanto avrete letto l’avrete certamente intuito), ai nuovi Melomane manca quella capacità di trovare il mood che faccia da collante e da filo conduttore tra i diversi brani. Dinanzi a tanta confusione, riuscire a reggere i quasi cinquanta minuti di questo “GLACIERS” senza skippare al pezzo successivo, è un’impresa per pochi eletti.

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