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K.E.S. – Il Rumore Delle Cose

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Il nucleo dei K.E.S. formato da Andrea Castagnari, Giorgio Guerra e Stefano Maganico, nasce nel 2004 con l'intento primario di non perdersi il gusto ed il divertimento di suonare e – successivamente – con la voglia di fermare su pentagramma idee e pensieri. Li lega – oltre l'amicizia – quella passione per la musica che crea una finestra speciale da cui osservare le cose; e da cui poter gridare il proprio “yawp” al mondo. Il loro primo impatto con la musica avviene con l'assiduo ascolto di una cassetta con lato A “Beatles” e B “Rockets”, nell'autoradio di una 128 Sport. Da qui il trio è partito per un viaggio attraverso la scena rock italiana, percorso già intrapreso – ahimè! – molte centinaia di volte da altri artisti, ma comunque crocevia – quasi – obbligato per chi aspiri a registrare su supporto metallico la propria creatività e le proprie emozioni.
“Il Rumore Delle Cose” si presenta molto bene: artwork curatissimo da parte di Monia Vissani, con in copertina uno scorcio in bianco e nero di una tangenziale – si suppone – italiana, ma che potrebbe essere benissimo uno scatto qualunque, fatoo in
una qualunque città industriale. Buona inoltre la scelta di affidare l'inizio
dell'album – 12 canzoni in tutto – ad un pezzo strumentale (“Koan”), che inizia con dei riff di chitarra acustica, a cui si aggiungono via via armonica e chitarra elettrica, dando vita ad una sorta di alternative rock in salsa tricolore. Da apprezare pezzi come “Solo Pioggia” e “Lucenera”, che poggiano principalmente sull'apporto di chitarra acustica ed armonica. Discreta anche la cover di Battiato (“New Frontiers”), sebbene – a mio parere – non molto in linea con il concept dell'album. Discorso diverso invece per quanto riguarda il giudizio sul resto del disco, che pecca un po'di monotematicità (“Nuova Energia”) e in cui gli arrangiamenti musicali – in particolare alcune linee di basso e riff di chitarra come in “Dissolvenza” – sono troppo prevedibili (lo stesso dicasi per l'utilizzo che viene fatto della voce e dei chorus, particolarmente evidente in brani come “Little Song #2”); altro “difetto” riscontrabile nell'ascolto, la sensazione che gli strumenti – in particolare quelli elettrici – non si amalghino alla perfezione con la voce di Andrea Castagnari, ma tendano a soverchiarla, risultandone in un difetto di melodia.
Nel complesso – tuttavia – il disco non sfigura come prima (auto)produzione. Alcune idee ci sono, altre potrebbero aggiungersi se – secondo il parere del sottoscritto – si uscisse dal troppo abusato serbatoio rock italiano e si guardasse anche ad altre fonti d'ispirazione; e soprattutto se l'impianto musicale generale venisse un po'alleggerito, puntando sugli strumenti acustici e lasciando a quelli elettrici facoltà di accompagnamento, in modo da valorizzare l'apporto del vocalist.

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