Verdena – Requiem

Verdena – Requiem
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    Va bene che i primi due promettenti album, anche se non del tutto originali e convincenti, avevano quanto meno avuto il merito di portarli alla ribalta, ma già “Il suicidio del samurai”, nonostante i commenti trionfalistici di routine (legati al nome quanto alla prestigiosa etichetta che li distribuisce), aveva palesato gli evidenti limiti di una delle band “alternative-rock” più osannate d’Italia.
    I primi problemi dunque sono usciti subito allo scoperto, venuta meno la stampella delle collaborazioni eccellenti, Giorgio Canali nell’efficace sound dell’esordio che faceva da cornice alle ammiccanti melodie da adolescente incazzato e malinconico post-Cobainiano e Manuel Agnelli co-produttore di “Solo un grande sasso”, l’ambizioso tentativo di contaminare il trio con sonorità più mature e figlie della psichedelia degli anni 60-70, quasi a voler alzare l’età media di seguaci e accoliti. Ebbene, abbandonata l’infruttuosa strada dell’autoproduzione, torna un nome illustre a illuminare la confusa rotta dei VERDENA.
    Il nuovo deus ex machina questa volta è, udite udite, il signor Mauro Pagani. Una garanzia insomma, almeno teoricamente, quanto la plausibile speranza di un decisivo passo avanti sul piano compositivo dopo la crisi d’identità dell’ultimo disco privo di guizzi memorabili quanto carico di episodi pleonastici. Ma neanche la cura-PFM tiene in piedi la baracca. Non ci si illuda della “futuribile” intro un po’ Pink Floyd un po’ Beatles di “Marty in the sky” (ulteriore indicazione wikipediana nel titolo per chi non avesse colto il riferimento) perché arriva “Don Callisto” a spegnere sul nascere ogni buon auspicio. Un rigurgito tra Mudhoney e “Bleach” con un’andatura generale e un riff che sembra veramente rubato ai Nirvana e una censurabilissima reinterpretazione vocale da spaghetti-grunge, rendono inutile il finale strumentale, interessante quanto incompiuto. “Non prendere l’acme Eugenio” ha un titolo che di per sé mi autorizzerebbe a passare al pezzo successivo (wikipedia, vedi Pink Floyd). Ma nessuno ha mai preteso da loro dei riferimenti letterari o dei testi leggibili, quindi senza sparare comodamente sulla croce rossa, è meglio soffermarsi sugli importanti segnali che emergono dal brano in questione. Segnali che rappresentano la novità più significativa (o piuttosto l’unica) di questo quarto album, ovvero una ricorrente propensione stoner-rock alla Queens Of The Stone Age. E, per la proprietà transitiva, alla Kyuss. Si ascolti la viscerale “Isacco nucleare” con tanto di assolo acido alla Josh Homme, la corrosiva “Canos” evidente quanto inutile riedizione delle cavalcate più lisergiche dei QOTSA, quelli con chitarra acustica ritmica e incedere tantrico con la voce persa in claustrofobiche distorsioni. E persino negli stop’n’go dell’ambizioso quanto indecoroso omaggio ai Soundgarden (e, per la proprietà transitiva, ai Led Zeppelin) di “Muori delay”. Riedizione che sarebbe riuscita agli Afterhours dei tempi di “Germi” (i quali aleggiano anche nella violenta “Was?” , raro guizzo) o a qualunque gruppo con un cantante. Perché Alberto, nonostante i consueti salti mortali in fase di registrazione e mixaggio tra filtraggi e effetti-voce ad hoc, sta all’idea di cantante quanto Roberta sta all’idea di bassista. Ciò che è peggio si manifesta quando lo stoner emerge da cantilene tipicamente verdeniane (“Il caos strisciante”) in sussulti che vorrebbero essere inaspettati. Ma i Verdena non sono i dEUS né i Motorpsycho (giusto per non accostarli perfidamente a band anglo-americane). C’è la carica, c’è la giusta mano alla batteria, ma alzare i volumi srotolando lunghi tappeti di distorsioni, feedback ed effetti furbamente giustapposti, è un trucco vecchio. Che potrà entusiasmare gli adepti più fedeli che ignorano ottusamente trent’anni e passa di storia del rock. E forse nemmeno loro. Stesso discorso per gli “avanguardistici” intermezzi/riempitivi di uno-due minuti (l’enigmatica “Opanopono”, gli insensati quarantacinque secondi di mugolio e chitarra classica di “Faro” e la tribale “Aha”) disseminati coraggiosamente tra un brano e altro, senza un criterio che li renda funzionali allo scopo di rendere lo scorrere del disco più fluido. E ad aggravare il supplizio giungono impietosamente due ballad molto simili per introduzione e sviluppo, la melensa “Angie” (la linea melodica seguita dalla voce lambisce in maniera raccapricciante i peggiori classici della musica leggera italiana) e la stucchevole “Trovami un modo semplice per uscirne”. Non è vietato tributare i Beatles e i maestri del pop, ciò che non guasterebbe, semmai, è un minimo di decenza.
    E’ dura arrivare alla fine in oltre sessanta minuti di musica, ventiquattro dei quali condensati, peraltro, in due dei momenti che richiamano le allusioni psych-rock di “Solo un grande sasso” in parte riproposte con un minutaggio più esiguo ne “Il suicidio dei samurai”, la buona “Il gulliver” (valida la formula quasi post-rock tra accelerazioni, rallentamenti e vertiginosi sfoghi chitarristici) e la velleitaria “Sotto prescrizione del Dott.Huxley”, ideale summa della preoccupante confusione creativa che alberga, da tempo, nella mente dei fratelli Ferrari.
    Com’era prevedibile, però, da più parti (non solo dai fan, ma anche dalla stampa specializzata) si grida inspiegabilmente al miracolo preannunciando addirittura la definitiva consacrazione all’estero del trio lombardo.
    Il fatto che ci si accontenti o peggio si debba a tutti costi celebrare un disco così imbarazzante, vuoto e stantio nelle sonorità quanto nelle idee, trascurando altre band più vive e interessanti, non è che l’ennesimo tetro segnale dell’irreversibile crisi del rock nostrano. Resta da capire a questo punto se la responsabilità sia tutta nelle case discografiche o nella scarsa obiettività di qualcuno.

    Cinicamente, mi verrebbe da dire che dopo il suicidio è arrivato anche il mesto requiem dei Verdena – titolo mai così adatto – anche perché nella loro resurrezione non ci si crede davvero più.

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