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Il Divo


Scheda

Regia: Paolo Sorrentino
Anno di produzione: 2008
Durata: 110'
Tipologia: lungometraggio
Genere: drammatico/politico
Paese: Italia/Francia
Produzione: Indigo Film, Lucky Red, Parco Film, Babe Films; in collaborazione con Sky Cinema
Formato di proiezione: 35mm, colore
Ufficio Stampa: Lucky Red Ufficio Stampa

C’è un uomo, ripiegato sulla scrivania. Spilloni gli circondano la testa, rimedi cinesi che affiorano dalla penombra come lunghi ed affilati puntelli per arginare l’emicrania. Quell’uomo è Andreotti. Questo film è Il Divo. Quell’emicrania è il potere.

Era ora. Era ora di finirla con lanuginose introspezioni ombelicali di un paese allo sfacelo. Era ora di affontrare la causa prima e definitiva dell’agonia di una nazione: la natura assoluta, putrida, estasiante, esaltante, violenta ed assurda del Potere.

Todo Modo
Le radici cinematografiche de “Il Divo” affondano indubbiamente nel filone storico-politico degli anni Sessanta e Settanta, su tutti Francesco Rosi ed Elio Petri. Dal primo Sorrentino eredita sicuramente la passione civile che anima questo modo di fare cinema, mentre dal secondo la cifra grottesca che rende possibile la denuncia radicale ed il ripudio totale del potere.

Ma non solo. In un certo senso, Il Divo è l’estrinsecazione cinematografica di un modo di fare letteratura che ha in “Petrolio” di Pasolini la prima pietra di paragone e che arriva ai giorni nostri grazie ad “American Tabloid” di Ellroy e a “Romanzo criminale” di De Cataldo. Ovvero: la creazione di un’infrastruttura narrativa tale da integrare i buchi neri che costellano il mistero del potere, il tentativo estremo di appianare il deficit cognitivo di una realtà viscida e sfuggente, per sua natura inafferrabile ed indecifrabile mediante gli abituali strumenti cronachistici e storici.

Non è corretto, del resto, parlare di rinascita del cinema civile, di rinvigorimento del filone. Qua siamo di fronte ad una evoluzione del genere. L’acquisita consapevolezza del mezzo cinematografico unisce ed amalgama perfettamente l’urgenza della denuncia alla ricercatezza dello stile: una ricercatezza non fine a se stessa, ma funzionale alla narrazione. Se in “Gomorra” la drammaticità della realtà campana viene trascinata di peso sullo schermo, immettendola così nell’immaginario collettivo, ne “Il Divo” l’approccio è diametralmente opposto: trattando della natura occulta del potere, il rigore documentale (tributo ad un altro esponente del cinema civile, Giuseppe Ferrara) deve per forza convergere nell’invenzione, nella spettacolarizzazione.

La prima lettera dell’alfabeto
Andreotti è la figura che incarna tuttora l’enigmaticità del potere assoluto e vincolato solo da e a se stesso. Un vincolo puerile, appunto, fatto di ironia (”la migliore arma per non morire“) e di regole costantemente rinegoziabili. Di capricci, quasi. Ma anche di sangue, della lunga scia di morte e devastazione che ha accompagnato tutta la carriera politica del Divo Giulio. Stragi, strategia della tensione, massoneria eversiva, omicidi eccellenti, terrorismo, sequestri irrisolti, inquietanti contiguità mafiose: una carrellata di compromessi inevitabili che travolge lo spettatore sin dalla sequenza iniziale (che ha “Toop Toop” dei Cassius come trascinante accompagnamento sonoro).

Tempo fa Massimo Fini scriveva: “In un qualsiasi altro Paese d’Europa Giulio Andreotti sarebbe stato un grande statista. Da noi invece la sua statura politica è stata dimezzata dai rapporti ambigui e compromissori che ha dovuto tenere con la mafia. Del resto questo è il destino di ogni democrazia che essendo una somma di oligarchie, politiche ed economiche, e quindi un potere debole deve scendere a patti con ogni altro potere forte, anche se criminale”.

E’ quello che, in pratica, Sorrentino fa dire ad uno trasfigurato Servillo – che magistralmente si cala nei panni di Andreotti (evidente il riferimento alla maschera di Moro interpretata da Gian Maria Volontè in “Todo Modo”) – nel nucleo onirico del film, quello della confessione: è necessario fare del male per fare del bene; è necessario destabilizzare per stabilizzare – meglio, per sopravvivere. “E’ meglio tirare a campare che tirare le cuoia”: questo è il vero credo politico e di vita della prima lettera dell’alfabeto.

Per il resto, la figura che emerge dal film è quella di un uomo complesso ma monolitico, indecifrabile ed ermetico, completamente dedito al potere ed alla sua perpetuazione eterna, al di là del bene e del male. Un uomo solo, isolato, costantemente inseguito dal fantasma di Aldo Moro, il collega e amico lasciato morire in nome di uno Stato che mai Andreotti e la Democrazia Cristiana hanno rappresentato e che nemmeno lontanamente potevano rappresentare.

Un fatto che è magnificamente raffigurato dalla presentazione della corrente andreottiana della DC: una lunga sequenza in slow motion, le auto blu che scaricano dal loro ventre politici, affaristi e cardinali, l’inquietante fischiettìo (la lusinga ed il richiamo irresistibile del potere) che accompagna progressivamente l’ingresso in scena dei fedeli andreottiani. Una famiglia politica necessariamente inquinata: usando le parole di Andreotti, “per far crescere un albero serve il concime”.

Caro Divo ti prescrivo
Il film si occupa principalmente (anche se numerosi sono i flashback) dei primi anni Novanta: si va dalla nascita del settimo ed ultimo governo Andreotti e si arriva sino all’inizio del processo per mafia. La scelta è oculatissima. Lo stesso Sorrentino ha detto: “Ciò che accadeva fino al 1989 veniva giustificato con la ragion di Stato della Guerra fredda. Dopo, la natura occulta del potere non s’è più minimamente giustificata, invece s’è accentuata”.

Mani Pulite, con tutto quello che ne è conseguito, ha spazzato via una classe politica corrotta, sepolta dal peso immane delle tangenti, delle malversazioni e dei ricatti. Ma non solo: ha quasi sospinto Andreotti sull’orlo del precipizio. Nemmeno all’epoca del sequestro Moro la caduta era stata così vicina. I processi di Perugia e di Palermo hanno infatti permesso di scavare in profondità nella vita del Divo Giulio, cioè nei meandri più reconditi del potere. Ma neppure in questa occasione è successo nulla. Le istituzioni hanno rigettato la colpevolezza per il semplice motivo che il potere non può condannare se stesso. Il potere non può permettersi il proprio declino.

L’assoluzione per l’omicidio di Pecorelli e la prescrizione per le accuse di mafia sono state, infatti, le uniche due soluzioni praticabili per uscire dai processi. L’unico modo in cui il potere ha potuto assolvere se stesso. Un potere che è dovuto scendere per ragioni sociali, politiche e storiche a transazioni inconfessabili per conservare e mantenere vivo, o quantomeno per far apparire vivo, lo Stato di diritto, in un senso che possiede pienamente la sua forza e la sua logica intrinseca.

Sorrentino ha suggestivamente chiuso il film sull’immagine di Andreotti assiso al banco degli imputati, scolpendo sulla pellicola l’unico e ultimo momento in cui si è visto il Divo potenzialmente inchiodato alle sue responsabilità. Uno splendido quadro visivo in cui rieccheggiano, tragicamente maestose, le parole di Aldo Moro: “Lei uscirà dalla Storia e passerà alla triste cronaca che le si addice” – capovolte, però. Andreotti uscirà dalla triste cronaca che gli si addice e passerà, molto probabilmente, alla storia.

Il Divo è cattivo. Il Divo è maligno. Il Divo è una mascalzonata. Il Divo è un film necessario.

Harlot
http://www.laprivatarepubblica.com

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