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Baustelle – Sherwood Festival (Padova), 19/06/08

C’era il rischio, effettivo e terrificante, che i Baustelle, adagiandosi sui fasti dei recenti successi, si lasciassero stancamente andare ad un facile show per adolescenti fans dell’ultim’ora, quelli di “Charlie Fa Surf”, quelli che Charlie non se lo riescono proprio ad immaginare come una moderna ma pur sempre baustelliana proiezione di quel ragazzo con il coltello nello stivale e i suoi romantici malaffari da riformatorio.
Non è andata fortunatamente così: i Baustelle, si sa, sono una band di quelle serie, di quelle che non ti tradiscono mai, di quelle che pur se ti fanno star male (un polemico male da Festivalbar, tanto per intenderci), il giorno dopo, il disco dopo, riescono a farti sognare di nuovo, riescono a farti battere il cuore di nuovo, con quelle cose che parlano di te, di noi, e lo fanno in uno di quei modi che avresti sempre voluto trovare e tenere per sempre per te, per noi.

Il live dei Baustelle, forse un po’ troppo impegnativo per le malandate finanze del pubblico, è comprensibilmente incentrato sull’ultimo “Amen”.
Se da un lato ciò potrebbe a prima vista materializzare gli spettri di cui sopra, dall’altro si rivela essere scelta azzeccata e apprezzata, vuoi perché una parte non poi troppo limitata del pubblico è qui solo o soprattutto per questo, vuoi perché, ed è ciò che conta maggiormente, “Amen” è un lavoro di altissimo livello.
Lungi anni luce dalle umane imperfezioni vocali e dagli atteggiamenti troppo forzatamente british di un tempo, Francesco Bianconi sembra trovarsi a proprio agio nella veste di novello Jarvis Cocker, con tanto di scarpini dorati e occhialoni quadrati da simil nerd sfoggiati con noncuranza a contorno di un’aura ipnotica che, in un impeto di sentimentalismo baustelliano, definiremo da romantico intellettuale.
Anticipato dallo spaventoso pop-rock kitsch e solenne di “Antropophagus”, il trittico “Colombo””Charlie Fa Surf””L’aeroplano” fa subito la felicità dei più e forse, in apertura di concerto, funge un po’ da salvifica liberazione un po’ per tutti.
Il tiro – ottimo e quasi impressionante anche nella più tarda “Il Liberismo ha i giorni contati” – e la voce – quella di Rachele Bastreghi come al solito perfetta, quella di Bianconi, come già detto, finalmente all’altezza di un live con i fiocchi – sembrano esserci come neanche nella più rosea delle previsioni.
Difficile poi immaginare che il vero valore aggiunto fosse la folgorante ed essenziale presenza di Nicola Manzan, duttile polistrumentista e incredibile mente del dubbio progetto Bologna Violenta.

Sparati (a segno) i primi micidiali colpi, “Alfredo”, “Il Corvo Joe” e soprattutto “La Canzone di Alain Delon” si rivelano essere i momenti più emozionanti del concerto, con quest’ultima rivestita di un abito più scarno ma forse ancora più intenso che su disco.
Ne è attendibile testimonianza il boato che si registra uscire dalle gole di più di qualche sparuto e nostalgico fan, segno evidente e rassicurante che mode, tendenze o successi vari non hanno scalfito l’affetto e il rispetto di chi i Baustelle li ama e li ha sempre amati.

In chiusura, dopo le ormai classiche “Sergio” e “La Guerra è finita”, “Baudelaire” e soprattutto la sua coda strumentale da dance floor, trovano finalmente ragione di esistere in una coinvolgente uscita di scena, gustosa anticipazione di un bis che, nell’ormai incontrollabile tripudio generale, regala un’inaspettato medley “Gomma”“Canzone del Riformatorio” e una “Canzone del Parco” che se per poco non ci fa toccare il cielo, riesce perfettamente a far vibrare le regioni più inesplorate dei nostri cuori romantici, che ai Baustelle sono capaci di perdonare tutto, da una presenza scenica non certo stratosferica, a certe canzoni che non vorremmo mancassero mai.
L’amore, la bellezza del mondo, è anche questo.

Fabio Gallato

Tutte le foto nel bel set di Streetspirit73 che ringraziamo per la disponibilità.

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