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Bibliophobia

Alessandra Galdiero – Ritorno Andando (CSA Editrice)

La consistenza dei libri non è data dal numero delle pagine da cui è composto, ma dal valore che imprime nel lettore e dall’emozione che suscita, ogni volta che ci si sofferma su qualche frase. “Ritorno Andando” secondo libro di Alessandra Galdiero è un romanzo psicologico con questa caratteristica; di stuzzicare le corde più nascoste fino a farle vibrare. E’ una storia composta da tante narrazioni e tocca diversi argomenti, da quelli comuni di vita quotidiana, a quelli più intimisti e romantici come l’amore verso la bellezza, sia quella su cui si posa lo sguardo che quella interiore. Un romanzo passionale, viscerale, d’impatto, che conquista e arricchisce.

Ritorno Andando

Autrice: Alessandra Galdiero
Edizione: CSA Editrice

Per maggiori informazione sull’autore:

www.frammentivivi.splinder.com
www.myspace.com/alessandragaldiero
http://www.autoriitaliani.it/autoriaffiliati/alessandragaldiero/

Estratto dal libro “Ritorno Andando”

Torno da me, per me, rivolto il cassetto, rigiro i pensieri, e sono fogli accartocciati, vecchi momenti polverosi e inadatti a questo secolo, come quando mi dicevano che per natura ero incline a vivere un altro tempo. Forse mi hanno tarpato le ali, forse comunque non avrei saputo volare, forse dopotutto è meglio non complicarsi in strane idee e accettare per vero quello che non so, ma non mi illudo neppure di sapere.

Le parole si interrogano, le cadenze pure, ma non si ferma la voce, non si inclina la testa verso il battito perverso del passato, così come non si protende verso l’ignoto la mia volontà. Ho un preciso piano nella testa che si diletta a prendersi gioco di me, quando dovrei essere io il suo artefice, il suo inventore perverso, invece non ho forza che azzardi a sfidare la mia incomprensibilità e mi trovo in un filone complesso di identità intrecciate che dissimulano dal resto. Trovo difficile inoltrarmi in questo sentiero percorso già per migliaia di giorni, percorso non tanto arido né troppo ostile all’uomo, né tanto meno a me, ma adesso, in questo attimo, che non ha inizio né fine per una sua specifica natura ribelle, io non so gestire questo corpo per proiettarmi al di là di tutto, liberandomi da pesanti coinvolgimenti conflittuali.

Non sono abituata alle situazioni evidentemente facili da gestire, non lo sono dalla nascita per qualche strano sortilegio che ha voluto rendere poche certezze e poche carezze alla mia esistenza, ma a volte questa magia viene infranta e non so più trovare la giusta ispirazione per dirigermi verso un paesaggio piuttosto che un altro. Sono infranta nella mente e nella memoria anch’io in quei momenti, ma nonostante tutto non trovo mai rifugio in nulla che possa proteggermi, se non il silenzio tenero e prolungato delle mie mani che producono una sensazione piacevole ed eterea di calore. Non so se tutto questo mi basta, probabilmente la mia mente pretenderebbe di più di un sogno virtuale o di una concezione limitata della mia percezione, ma forse in quei frangenti riesco a vivere in maniera molto più presente e migliore di quando vivo per davvero. E’ una sensazione strana, per certi versi ridicola, la mia, ma se il dolore, l’insoddisfazione, la delusione, lo sconforto e il desiderio ossessivo, mi provocano tutto questo, preferisco i miei momenti di non equilibrio a quelli che sembrano radicati e lucidi, ma poi non rendono sentimenti né emozioni.

Proprio allora io riesco a produrre armonia e certezze nel mio animo, posso nutrirmi di respiri e coinvolgimenti che mi bastano per quando non ne ho, per quando non ne posso fare a meno, un po’ come quando trattengo il fiato mentre faccio l’amore con lui, ed è sublime, quasi irreale, speciale, la bellezza da sogno. In quegli attimi io non lo guardo, posso chiudere gli occhi e sentirmi dentro, fino in fondo, e poi quando arrivo al buio inafferrabile che è nei meandri, quando sembra che non ci sia più niente, quando c’è quell’abbandono totale che sembra sopraggiunga la morte, vedo lui, non più me stessa e so che è quella la vita.

Spesso credo che la mia fantasia abbia spiazzato pensieri concreti, che il mio contatto con tutto quello che mi circonda non avvenga attraverso i miei sensi, ma attraverso un passaggio diverso che mi pone dinanzi al mio istinto romantico e crudele, quello che mi fa sentire parte di ogni cosa, che mi fa confluire nel mare, che mi fa inoltrare ovunque con il vento, che mi fa percepire ogni sensazione con uno stato d’animo affine a ciò che apparentemente non è evidente. Mi sento in simbiosi con ogni cosa che sia umana e universale, mi trovo riflessa e partecipe, travolta e nutrita di odori di pelle differente dalla mia. Tutta questa mia proiezione non porta a nulla se non ad un’astrazione tipica di chi ama deliberatamente l’amore. E se uso troppo spesso questa parola è perché nonostante a me piaccia dilettarmi con discorsi, frasi e lettere, non trovo un’altra maniera per esprimere, per identificare e per spiegare l’amore. Per certe cose non c’è altro modo se non il contatto diretto. Perché poi quando io rido, sorrido, accenno una smorfia di condivisione, sono sempre fraintesa, così come quando piango. Mi convinco che sia normale. Non c’è interpretazione per il proprio vivere. Mi fischiano le orecchie, mi giro intorno, non guardo, mi sento, ritrovo un accenno di senso, mi perdo di nuovo e capisco che sarà per un vuoto istantaneo nel cervello se mi fischiano le orecchie, ma poi mi accorgo che avviene proprio quando creo le migliori intenzioni, quindi non ha senso neanche questo, come tutto quello che sono riuscita solo a sfiorare fino a qui.

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