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Andrew Bird – Noble Beast

2009 - Fat Possum/Bella Union
pop/rock/songwriter

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L’anima di Andrew Bird è antica: si fa semplice nelle danze in cui la sua voce si scioglie accompagnando i voli leggeri del violino, e poi s’intreccia nelle ritmiche ferme e sicure delle chitarre. Sa di tempi passati, sa di giornate di sole, sa di giornate di pioggia, sa del vento che si stende nei campi. Ad un tratto lo senti cantare nel modo in cui qualcun altro ha già cantato, poi aggiunge a questo qualcosa di suo e l’unica cosa di cui sei certo è che la sua musica ricorda lui stesso.

Rispetto all’ultimo album Andrew fa un passo indietro ed un salto in avanti. Si spoglia dell’elettricità di “Armchair Apocrypha” (2007) e riscopre certi suoni di “The Mysterious Production Of Eggs” (2005).
Ma la produzione è impeccabile e confeziona queste 14 tracce sofficemente, rendendole un lavoro perfettamente omogeneo e in parte anche una sorta di concept album, sia per gli scenari che suggerisce e la profondità con cui li penetra e li analizza, sia per il tipo di struttura con cui Bird vuole presentare questo suo lavoro. Si nota infatti subito la presenza di 3 tracce chiave collocate rispettivamente all’inizio, al centro e alla fine dell’album: “Oh No!“, “Ouo”, “On Ho”. Una sorta di richiamo alla palindromicità e alle simmetrie di cui già ci eravamo accorti in “The Mysterious Production Of Eggs”.

Così la piccola “Ouo” separa le due parti dell’album: la prima più sinuosa e leggera scava dentro gli occhi di Andrew Bird come se fosse un gioco, la seconda a tratti più tesa trae malinconiche conclusioni, e crea piccoli mostri, e paesaggi fatti di primavere sommerse in mari ghiacciati.

Ma cosa si può dire in una recensione per rendere giustizia all’armonia con cui il cantautore americano intesse le sue opere: Andrew Bird è fatto di parole complesse sussurrate soavemente. E’ un maestro della lingua: ne domina il concetto, ne padroneggia il suono. Le sue note sono le lettere, i suoi strumenti sono le parole e crea piccole poesie. Disegna paesaggi e li popola di pensieri.

E forse è proprio l’incipit del suo ultimo lavoro la strofa più rappresentativa di questo artista:

“In the salsify mains of what was thought but unsaid
all the calcified arhythmitists were doing the math
it would take a calculated blow to the head
to light the eyes of all the harmless sociopaths
oh arm and arm we are the harmless sociopaths
oh arm and arm with all the harmless sociopaths”

(tratto da “Oh No!”)

Ricordi di William Butler Yeats in versione musicale. Come non pensare ai versi di The Second Coming ascoltando la prima strofa di “Oh No”:

“Turning and turning in the widening gyre
The falcon cannot hear the falconer;
Things fall apart; the centre cannot hold;
Mere anarchy is loosed upon the world,
The blood-dimmed tide is loosed, and everywhere
The ceremony of innocence is drowned;
The best lack all conviction, while the worst
Are full of passionate intensity.

Surely some revelation is at hand;
Surely the Second Coming is at hand.”

(tratto da “The Second Coming” di William Butler Yeats)

Andrew Bird è uno dei pochi cantautori significativi che il nuovo millennio ci ha donato. Può essere paragonato per certi versi a Paolo Benvegnù, ma a differenza di quest’ultimo ha alle spalle una produzione più decente e forse un’etichetta più coraggiosa (siamo onesti, l’ultimo album di Benvegnù è vergognoso: sapendo con quale genialità sa eseguirlo live, la versione in studio è decisamente oscena).
Eppure, se dovessi paragonare l’artista americano a qualcuno, sceglierei proprio il buon Paolo. Entrambi senza dubbio amano le parole allo stesso modo e sono permeati di una profonda e radicata ipersensibilità.

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