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The Prodigy – Invaders must die

2009 - Cooking vinyl
Elettronica

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Tracklist

1. Invaders must die
2. Omen
3. Thunder
4. Colours
5. Take me to the hospital
6. Warrior’s dance
7. Run with the wolves
8. Omen (reprise)
9. World’s on fire
10. Piranha
11. Stand up

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Avete comprato, scaricato, masterizzato, rubato Fat of the land? Se si, potete anche buttarlo fuori dalla finestra della vostra camera, oppure dentro il primo cestino dell’immondizia che vi capita di incontrare. Non è un mio consiglio, ma un imperativo dei Prodigy, che a 5 anni da Always Outnumbered, Never Outgunned producono il ritorno sulle scene che meno ci si aspettava. Un’automobile, quando resta ferma per 5 anni, trova qualche difficoltà ad essere nuovamente messa in moto, questo non accade per il terzetto britannico. Appena scatta la scintilla dell’accensione si parte subito spediti in un tunnel fatto di strobo ed effetti laser colorati, accecanti, illuminanti, vibranti. Qualcuno ha dimenticato quello che accadde intorno al 1997 quando da un non ancora decisamente riassorbito limbo musicale e discografico fuoriuscì un iceberg elettro-metalli co allucinante, che negli anni a venire avrebbe guidato orde di gabber e raver nei più sudici e nascosti rifugi lontano dalle luci statiche delle città? Erano i giorni di Fat of the land, giorni contati a sentire il prodotto che mi è capitato tra le mani. Per ovvi motivi non è prevedibile quello che accadde allora, non ci sarà l’effetto devastante che produssero Firestarter o Smack my bitch up nella mente (e nel fisico) dei giovani dell’epoca, ma a considerare le muraglie musicali prodotte da questo Invaders must die, siamo di fronte all’opera maestra dei tre. I Prodigy si sono aggiornati e alla velocità del suono sono arrivati ai giorni nostri senza le nostalgie del passato. È tutto nelle mani del mostruoso genio di Liam Howlett e dei due luogotenenti Keith flint e Maxim Reality, nelle undici tracce del disco ci sono gli accumu li di ispirazione che hanno retto fino ad oggi per poi esplodere prepotentemente senza trovare ostacoli sulla strada. Fare tutto con un synth e campionare poi voci e distorsioni rumorose è ciò che li ha resi famosi, ecco allora il ridondante ritornello dell’ouverture Invaders must die, segnata dal crescente rullo sonico delle tastiere. Da qui immaginate di entrare in qualche buco dismesso da anni e ridotto a brandelli dalla perdita di inibizione e lucidità mentale di chi lo ha vissuto, in tutto ciò c’è la rabbiosa Omen. Sul fondo, invaso dal buio, rotto dalle cadenze luminose vige l’entità superiore di un qualche dio che ancora non ha visto la luce, si muove e si dimena e quasi ridendo, con una vocetta stridula, vi invita a seguire i movimenti di Take me to the hospital e a dare un segno di approvazione per il suo stile, magari sollevando una mano al cielo (“push up your hand if your lovin my style”). Non c’è verso di interrompere cose che violano un certo limite, un certo confine, si va sempre oltre, 10, 100, 1000 confini non sono abbastanza, ne vogliamo molti di più e tutti buoni per essere superati, ci si vede un po’ pallidi e parecchio sudati seguendo le linee vibranti di Run with the wolves e World’s on fire. Tutto passa troppo velocemente nei momenti migliori, mentre la notte si perde e il giorno si solleva sulle braccia, a porgerci una carezzevole mano rilassante sul volto è Stand up, che chiude i giochi lasciandoci ancora addosso l’acre odore di sudore è un’interminabile serie di brividi.

Taste: Take me to the hospital, Run with the wolves, World’s on fire

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