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Pete Doherty – Grace/Wastelands

2009 - EMI/Astralwerks
pop/rock britannico

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Tracklist

1- "Arcadie"
2- "Last of the English roses"
3- "1939 returning"
4- "A little death around the eyes"
5 - "Salome"
6 - "I am the rain"
7- "Sweet by and by"
8 - "Palace of bone"
9 - "Sheepskin tearaway"
10 - "Broken love song"
11 - "New love grows on trees"
12 - "Lady, don't fall backwards"

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E Pete Doherty arrivò al primo album da solista. Dal rilascio del primo album coi Libertines, nel 2002, per 7 anni è stato protagonista sia delle riviste di musica che dei giornali di gossip, famoso per la relazione con Kate Moss e l’abuso di droga, e poi come rockstar, leader dei già citati Libertines e dei più recenti Babyshambles. Questo disco che lo vede intraprendere la via solista non prosegue la carriera alternative rock degli altri 2 progetti, bensì apre spiragli più classici e più pop, con qualche vena cantautorale, anche grazie alla collaborazione con il chitarrista dei Blur Graham Coxon. Vediamo:

Grace/Wastelands è effettivamente un album vario e piuttosto valido. Si tratta di una serie di ballate, dodici per l’esattezza, alcune con il solo Pete da protagonista, che spaziano dal rock con influenze post-punk che siamo abituati a sentire dalle sue band, al pop inglese di Blur (“Last Of The English Roses”, il singolo, un pezzo molto orecchiabile sebbene cupo ed in puro stile brit-pop, ci ricorda i Blur di prima generazione) e The Good, The Bad & The Queen. Le canzoni fondate sulla chitarra e la voce di Doherty, da “Arcadie” a “1939 Returning”, passando per “Salome”, sono pezzi discreti, intimistici e valorizzati soprattutto dalla presenza di alcune orchestrazioni di sottofondo. “A Little Death Around The Eyes” è un pezzo più classico, con sonorità che abbiamo apprezzato in versione più pop negli anni 2000 dai Garbage. Piccole perle a loro modo sono “Through The Looking Glass”, con dei cambi inaspettati che la deviano dalla sua anima lenta e malinconica, e la successiva “Sweet By And By”, che si presenta come la canzone più “diversa” dell’album, vicina a generi più classici come il swing ed il jazz, quasi tutta basata su un piano saltellato che conferisce un tono meno scuro a questa parte del disco. “Broken Love Song” ricorda molto da vicino alcune produzioni dei Manic Street Preachers, soprattutto nel ritornello, e si presenta come un ottima ballata nonostante sia il pezzo meno statico del disco. Le tre tracce non citate non passano comunque inosservate e non tolgono nulla ad un album originale ed apprezzabile, in particolar modo per come testimonia una certa evoluzione artistica nel percorso di questo artista.

Unico difetto dell’album probabilmente la piattezza di alcuni pezzi che sono tutti godibili ma che a volte, soprattutto quelli più calmi, sembrano tutti simili tra loro. Inoltre Doherty, che in concerto ha dimostrato più volte di non possedere una tecnica vocale così esagerata, riesce a divincolarsi bene tra i piccoli cambi di atmosfera che ha sapientemente inserito in questo disco, e quindi pollice alzato per la sua performance. In ogni caso con una produzione all’altezza e un mix di suoni del tutto adatto questo album raggiunge un livello stilistico ed artistico notevole, che può potenzialmente piacere a tutti anche se chi sperava nelle influenze più punkeggianti dei Libertines rimarrà a bocca asciutta.

Così, mentre ci si aspettava un album oltremodo autoreferenziale da un artista sopra le righe come Doherty, ci imbattiamo in un’uscita completa e polivalente, che sicuramente sarà ricordata come una delle migliori di questo 2009 tra le uscite major inglesi. Consigliato ai fan del pop inglese e a chi vuole un sincero disco cantautorale.

Voto: 7,5

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