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Depeche Mode – Sound Of The Universe

2009 - Mute
pop/electro

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Tracklist

1. In chains
2. Hole to feed
3. Wrong
4. Fragile tension
5. Little soul
6. In sympathy
7. Peace
8. Come back
9. Spacewalker
10. Perfect
11. Miles away – The truth is
12. Jezebel
13. Corrupt
14. Interlude N°5 (Hidden track)

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Dal 1981 ai giorni nostri I Depeche Mode sono entrati e usciti da uno studio di registrazione per ben 12 volte, hanno registrato 3 album dal vivo, 6 Greatest hits, una serie infinita di singoli e hanno riempito il Rose Bowl di Pasadena con ben 65.000 persone. Un piccolo record! Almeno per una band che è stata partorita da un periodo particolare della storia della musica. Quell’inizio di anni ’80 in cui sotto la pelle candida e lucente del rock si muoveva, nell’oscurità,  una massa in difficoltà di persone e di suoni che riproducevano il proprio male di vivere all’interno di una canzone. Alla fine del tunnel sono saltati fuori, sani e salvi, in pochi, pochissimi! I Depeche Mode e gli U2 sono quelli che ne sono usciti fuori meglio e più puliti degli altri, non senza visitare calvari metaforici e momenti di depressione collettiva. Forse, a guardare in profondità, è un po’ un mezzo miracolo che siano ancora in mezzo a noi. Gahan è morto per tre minuti, Gore sfidato dall’epilessia, Fletcher in depressione, battaglie che hanno plasmato il sound e la vita di questo gruppo, mortificato e rialzatosi fino all’alba odierna. Oggi la band ha i suoi tempi, tirano fuori un disco da studio ogni 3-4 anni, l’ultimo, Playing the angel risale al 2005 e come tutti gli album dei Mode è entrato in top ten in Gran Bretagna, ci si aspetta lo stesso (forse anche di più) da questo Sound of the universe. La parte melodica, quella compositiva e quella tecnica non sembrano cambiate di una virgola da 4 anni a questa parte, è evidente, tuttavia, come ormai tutta la struttura dell’album sia ricavata dall’iniziale formulazione strumentale dei synth. Non se ne perde la sensazione in ogni singolo secondo del disco. Gahan è il maestro d’armi che risponde ai mugugni agghiaccianti delle tastiere, alle quali lascia spazio in abbondanza abbottonandosi le labbra quando serve, come in Jezebel. Tutto il disco risente di certe atmosfere, quasi acide ma occluse e sopite dall’arioso movimento dei synth, quasi estensione della temperatura vocale di Gahan, vero totem sonoro del gruppo e strumento a se nella claustrofobica Corrupt, l’apice di questo iceberg emerso dalle acque gelide dell’elettronica. Perfect sembra uscita direttamente dalle mani di Brad Fiedel nel periodo Terminator, se non fosse per quel ritornello sognato nella più luminosa delle giornate di sole. Ad esularsi dal resto del disco è la meno elettronica e assai ballabile Fragile tension, affidata ad un ritornello cavalcato su una chita rra distorta e catturata nella rete dei campionamenti ritmici. Questo prodotto è simile in tutto e per tutto a molti altri album dei DM, ha le medesime caratteristiche di ogni altro singolo pezzo da loro composto, dagli anni ’80 ad oggi, ma stupisce di più perché proprio come uno scultore alla sua centesima opera, è modellato e reso migliore dall’esperienza e dal mestiere acquisito nel corso degli anni. Freddo, insensibile, pressoché perfetto!

Taste: Fragile tension, Jezebel, Corrupt

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