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Fever Ray – Fever Ray

2009 - Cooperative Music/V2
pop/synth/dark

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Tracklist

1. If I Had A Heart
2. When I Grow Up
3. Dry & Dusty
4. Seven
5. Triangle Walks
6. Concrete Walls
7. Now’s The Only Time I Know
8. I’m Not Done
9. Keep The Streets Empty For Me
10. Coconut

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Un glaciale afflato nordico pervade l’esordio solista di Fever Ray, moniker dietro il quale cela la propria identità Karin Dreijer Andersson, metà rosa della coppia di fratelli svedesi The Knife. Premessa obbligatoria per approcciarsi a quest’opera è proprio la rinuncia a liquidarla come un semplice ed estemporaneo divertissement rispetto al progetto madre che vede la nostra pallida eroina impegnata assieme al fratello Olof.

La Dreijer, con la sua eterea vocalità, ci ha a suo modo viziato, tra collaborazioni di successo con i norvegesi Röyksopp e i belgi dEUS e i lavori a nome The Knife, con l’ultima esaltante prova intitolata “Silent Shout” che ha inevitabilmente segnato il 2006 (a proposito, se ve lo siete fatti scappare dovete assolutamente rimediare andando a ripescare questo manifesto synth pop oscuro e nervoso, a tratti destabilizzante). Ed è proprio a partire da “Silent Shout” che vengono riprese le fila del discorso in questo lavoro omonimo: le sonorità infatti non si allontanano più di tanto dal terzo disco dei fratelli Dreijer, se non fosse per il fatto che in “Fever Ray” i ritmi si fanno più lenti e riflessivi, con un ulteriore marcatura delle tinte più fosche ed ossessive. Laddove infatti “Silent Shout” risultava essere segnato da una roboante solennità che a tratti degenerava in sorprendenti spunti catchy, questo “Fever Ray” si dimostra essere meno immediato e più intimista, pervaso da sentori minimal-tribali che conferiscono all’insieme un andamento più ovattato e al contempo dilatato. Le liriche stesse, abbandonano le taglienti invettive “politiche” del passato per andare a toccare evocative tematiche interiori.

In generale, si può dunque parlare di un complessivo “addolcimento”, per quanto sia improprio parlare di dolcezza nel caso di un disco del genere, nonostante che la cantilenante nenia della Dreijer, modulata in modo da rendere le distinzioni di genere praticamente impossibili, culli l’ascoltatore in una sorta di glaciale abbraccio lungo una cinquantina di minuti. Un abbraccio che è anche metafora della struttura circolare su cui si regge l’intero lavoro.

Il tenebroso mondo di Fever Ray, costantemente in bilico tra realtà e visone onirica, si dischiude fino dall’iniziale “If I Had A Heart”, angosciante e claustrofobico mascheramento poggiato su un tappeto di droni oscuri. Le successive “When I Grow Up” e “Dry & Dusty” si muovono su territori leggermente più limpidi e sognanti, dal sapore di un Oriente sintetico e tecnologico. Se “Seven” si candida ad essere la scelta favorita per i remix dei dj dei club alternativi di mezzo mondo (trattandosi del pezzo più vicino alla concezione pop dei The Knife del periodo “Deep Cuts”), ci pensa “Triangle Walks” a riportare l’ascoltatore verso sonorità maggiormente tribal-synth.

Sorprendentemente, trova spazio anche il trip-hop: quello più vischioso ed abrasivo di “Concrete Walls” e quello più arioso di “Now’s The Only Time I Know”. In “I’m Not Done” si torna invece a respirare aria d’angoscia, arricchita dalla rabbia e dal dolore, in un crescendo ossessivo. “Kept The Streets Empty For Me” è purtroppo un mezzo passo falso, con il suo adagiarsi sui rischiosi lidi della sublimazione new age. Ma è con la conclusiva “Coconut”, vibrante ricerca d’intensità emotiva, che si può finalmente cominciare ad intravedere una flebile luce alla fine di questo viaggio notturno.

Nell’inevitabile gioco dei rimandi e dei riferimenti, quando si parla di  Karin Dreijer Andersson, spesso e volentieri vengono citate le solite Björk e Kate Bush. Niente da eccepire a ciò. Ma il consiglio è quello di andare oltre il tentativo di catalogare quella è lecito considerare una delle voci femminili più eccentriche ed originali del panorama musicale odierno.

Essendo questo “Fever Ray” un album musicalmente e concettualmente “pesante”, concepito per essere fruito come un percorso unico che si dipana attraverso il rimando a una molteplicità di ambivalenze, il suo limite maggiore risiede proprio nella scarsa possibilità di “presa rapida” sul pubblico degli ascoltatori. L’invito è a non farsi intimorire. Una volta penetrata la spessa coltre di nubi nere create ad arte dalla Dreijer, vi si rivelerà una concezione musicale tanto moderna quanto primordiale.

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