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Mercury Drops – Love Is The End

2009 - Smoking Kills Records
rock/indie

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Tracklist

01. Boys
02. A Girl
03. 2 Drops
04. Mechanical Man
05. Yule
06. My Mother Told Me
07. Bye Bye Candy Candy
08. Eisbear
09. Lemons Are Kisses
10. Love Is The End

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Fossimo in un altro pianeta sarebbe il disco dell’anno.
Ed invece, il nostro è il pianeta degli Interpol, degli Editors e di tutte le altre reciproche copie più o meno brutte dei Joy Division.
Ed è così che “Love Is The End” dei quasi nostrani Mercury Drops finisce per risultare l’ennesima goccia che precipita senza troppo rumore nel confuso pentolone delle next big things che di grande hanno poi spesso solo una spropositata spinta promozionale ed una spropositata attitudine per il cut&paste più selvaggio.
Italici ma non italiani, i Mercury Drops si formano a Milano, ma di milanese e di italiano hanno ben poco.
Cantante svizzero, batterista messicano, bassista serbo e chitarrista italiano, un melting pot invidiabile e un incrocio di influenze che sembra promettere un formidabile intreccio di culture e sonorità che si appiattisce, alla fine dei conti, nel solito rincorrere e toccare i tasti giusti, quelli del consueto indie new wave e dell’elettro pop d’oltre manica.
Certo, i Mercury Drops lo fanno con classe ed eleganza, con l’abito stirato di chi sa di essere dalla parte giusta, senza la scomoda necessità di dover osare o strafare per esser riconosciuto.
Avrebbero le idee e le potenzialità per fare di più, certe chitarre eteree e certe sonorità ispirate dagli anni ‘8o di Wire e Cure che fanno qualche capatina a mò di tiepidi raggi di sole nel grigiore generale di cose trite e ritrite, sentite e risentite, fatte e rifatte.
Interpol da un lato (“Two Drops”) e Talking Heads (“A Girl”) dall’altro, fragorosi scontri tra Pixies (“Lemons Are Kisses”) e Franz Ferdinand (“Yule”), improbabili e osceni intrecci tra David Bowie e i Killers di Hot Fuss (“Mechanical Man”, “Eisbär”), stuzzicano l’ascolto e la memoria, in un facile e gratificante gioco delle citazioni nascoste neanche troppo bene.
40 anni di musica, se consideriamo i Beatles della title track conclusiva, mixati insieme con astuzia e sapienza, giusto il tempo di colpire l’obiettivo senza farsi troppo male.
I Mercury Drops hanno stoffa e talento, ma il nostro è un pianeta che non lascia scampo. Sanno di poter essere qualcosa di più, ma si accontentano dei classici quindici minuti di celebrità nel firmamento di un rock che non è mai stato tanto tragicamente piatto.

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