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White Lies – To Lose My Life

2009 - Fiction
pop/dark/wave

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Tracklist

1. To Lose My Life
2. A Place to Hide
3. Fifty on Our Foreheads
4. Unfinished Buisness
5. E.S.T.
6. Death
7. From the Stars
8. Farewell to the Fairground
9. Nothing to Give
10. The Price of Love

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Vivo a Padova da una serie indefinita di anni, più o meno venti, più o meno troppi, sicuramente sufficienti per poter dire con l’orgoglio e la sicurezza del  caso che Padova è la mia città, che Padova l’ho girata in lungo e in largo senza mai pentirmene.
Ad accompagnarmi, i soliti svariati mezzi di trasporto pubblici, dal classico autobus arancione sporco, tanto fascinoso quanto scassato, tanto familiare quanto maleodorante, tanto fondamentale quando ritardatario, allo stupefacente metrobus, motivo di dibattito ormai quasi decennale tra giunte comunali di tutti gli schieramenti politici che si sono succeduti e alternati con terrificante regolarità.
Il metrobus è uno straordinario e brillante prodigio della tecnologia, importato da Strasburgo e impiantato a forza e contro il volere generale nelle strade di Padova.
Anche i pochi cuori che ha colpito, più per una questione puramente estetica che per una vera e propria conta dei vantaggi, hanno cominciato ben presto ad odiarlo segretamente per più motivi.
Semafori asincroni, clamorose eresie e strombazzamenti vari in attesa che lo yuppi di turno liberi le rotaie dal suo Suv, aria condizionata anche d’inverno, piccoli e terrificanti incidenti di percorso.
Insignificanti dettagli o imprescindibili mancanze, resta il fatto che il Metrobus, comunemente chiamato “tram” per via del solito macabro gusto per il vintage, è bello da vedere, è fondamentalmente cool e il padovano che si rispetti ne parla male solo in campagna elettorale.

Polemiche e deliranti derive a parte, seduto sul comodo seggiolino foderato del Metrobus, ho tra le mani, virtualmente parlando, “To Lose My Life”, album di debutto dei White Lies, ultima scintillante new sensation albionica, ultimo straripante esempio di astuta emulazione.
Cimiteriale new wave e modaiolo indie rock, il tutto sarebbe intrigante e affascinante. Se solo non fossero esistiti i Joy Division, se gli Interpol non avessero preso qualcosa di più di una semplice ispirazione da Ian Curtis e se gli Editors non si fossero messi a cavalcare egregiamente quella stessa onda con solo un po’ di ritardo.
Mi perdo tra le infatuazioni di una voce metallica che mi minaccia di multe e umiliazioni pubbliche, e non mi accorgo che, nonostante tutto sembri riportare ad una miriade di band cadute o in procinto di cadere nel dimenticatoio (leggasi Film School e scommetto sui Glasvegas), i White Lies sembrano funzionare alla perfezione.
Ok, il primo posto nelle classifiche britanniche all’esordio potrebbe essere una prova tangibile della bontà della proposta, ma, considerando le 4 o 5 next big thing settimanali che i magazine d’oltremanica catapultano nello showbiz, c’è da essere cauti, cinici e fottutamente realisti.
Il continuo flirt con l’amore e la morte, e l’amore e la morte tutti insieme, e l’amore per la morte, e la morte per amore, effettivamente stanca.
Le fermate si susseguono veloci – cazzo, alla fine il Metrobus fila via veloce – e nemmeno l’immensa e straniante familiarità di Prato Della Valle riesce a strapparmi un sorriso.
Isolato dai pendolari più cool del triveneto, con nelle orecchie tre giovani ed eleganti ragazzi emaciati della periferia inglese, mi rendo conto che qualcosa non va.
Scuri ma con l’eleganza di chi è triste ma nasconde un beffardo sorriso a tanti zeri, i White Lies cercano di convincermi che sono l’inevitabile reincarnazione del dark pop, come se bastassero un servizio fotografico in bianco e nero, qualche fabbricona semi-abbandonata e qualche suicidio cantato con un groppo in gola su struggente e orchestrali melodie simil-funeree.

Forse si sono infilati nel pericoloso vicolo cieco dei cosìdetti “emuli dei Joy Division”, definizione strausata, straodiata ma di sicuro successo. Forse scuciranno lacrime e sorrisi di circostanza a tredicenni in cerca di nuove facili depressioni. Forse non è colpa loro, forse sarebbe stato meglio fermarsi agli Interpol, fermarsi a chi ci ricorda con maestria cosa è stato e cosa avrebbe tutto sommato potuto essere.
Il capolinea si avvicina, il metrobus mi ha a malincuore soddisfatto, i White Lies suonano bene, azzeccano certe melodie danzerecce e citano eufemisticamente perfino gli Smiths, ma glielo possiamo perdonare.
Singoli come “A Place To Hide” o “To Lose My Life” non sono certo la cosa peggiore che si possa sentire in giro, anzi, se non fosse per il biglietto troppo costoso mi farei volentieri un altro viaggio e di conseguenza un altro ascolto.
In un gioco probabilmente più grande di loro, i White Lies sono come il nostro caro Metrobus: belli, veloci, scintillanti, alla moda, ma fondamentalmente inutili.

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