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MUV: Music and digital art festival – Firenze, 9-14 giugno 2009

muv2009ridA due passi dal centro di Firenze, immerso nel verde del Parco delle Cascine, si trova una location esclusiva, spesso “snobbata” dai fiorentini: si tratta dello Sferisterio “Tamburello” di Via del Fosso Macinante, luogo che, come è facile intuire dal nome, è da sempre territorio adibito allo svolgimento di  alcuni sport cosiddetti “secondari”.
Per il secondo anno consecutivo, le gare di tamburello, pallone a bracciale e tamburello a muro si sono interrotte (e per quanto mi possa sforzare non riesco davvero a sentirne la mancanza) per consentire lo svolgimento del MUV Festival, vero e proprio “paese dei balocchi” per tutti gli appassionati di musica elettronica, visual art e sperimentazioni audio-visive.
La nuova edizione  del MUV Music and Digital Art Festival si è aperta all’insegna degli attuali temi della sostenibilità ambientale ed ha chiamato a raccolta tutti i techno-visionari, progettisti dell’immateriale, attivisti e designer per i quali la tecnologia evoluta possa rappresentare il miglior antidoto contro la distruzione del pianeta.
Tanta musica, ma anche workshop, video-zone, allestimenti, showcase, più un interessante concorso intitolato “Digital nature”, rivolto a tutti gli artisti che ben si esprimono con il mezzo video, qui invitati a confrontarsi con l’aspra “materia” ambientale.

metuo1Impossibile descrivere in poche righe tutte le esibizioni che si sono accavallate senza sosta nell’arco di questi intensi giorni di musica: ben più facile sarà per me raccontarvi i live-set che più di tutti mi hanno impressionato.
Martedì è stata la serata degli italiani Metùo, che hanno aperto le danze con un’esibizione convincente, disegnando i contorni di un’atmosfera sognante, festosa ed al tempo stesso malinconica. Osservare Giorgia Angiulli che si perdeva tra una miriade di diavolerie di plastica, balocchi e strumenti-giocattolo, mentre Tommaso Bianchi ci dava dentro di brutto con le sue basi elettroniche, mi ha fatto pensare ancora una volta a quanti gruppi meritevoli di interesse si agitino incessantemente nel sottobosco musicale italiano, senza che il grande pubblico ne possa venire apertamente a conoscenza. Un interessante viaggio multisensoriale all’insegna delle emozioni, anche se poi i Metùo esagerano, pavoneggiandosi tra eccessivi “zuccherini” melodici e numerose trovate “ad  effetto”.

Paul St. HilareLa serata di mercoledì è stata dedicata alle ritmiche “in levare”. E’ toccato a due ospiti d’eccezione riscaldare le gambe ed i cuori del pubblico presente (a dire la verità non troppo numeroso): Scott Monteith (in arte Deadbeat) e Paul St. Hilaire (aka Tikiman) sono riusciti ad infiammare le anime dei presenti con la loro eclettica miscela dub, house e reggae, facendo leva sulla magica tonalità vocale di Tikiman, in grado di “far ribollire” anche la ritmica più fredda e meccanicamente robotica: il suo canto è una calda vampata in bilico tra modernità e tradizione. Non è un caso se Tikiman venga al momento considerato uno degli artisti più “cool” della scena internazionale dub ed elettronica, tanto da aver ottenuto richieste di collaborazione da musicisti di nota fama come Moritz von Oswald, Mark Ernestus, Stereotyp, Jean-marie Aerts, solo per citarne alcuni. L’esibizione di questo duo, che mi è parso fin da subito ben amalgamato, ha convinto anche i più scettici e probabilmente avrebbe meritato un miglior contesto di pubblico, e qui penso con nostalgia alla sognante atmosfera che si viene a creare nelle magiche notti d’estate sulle spiagge del Salento.

the-subs_2La serata di giovedì si è aperta con lo show adrenalinico dei The Subs, che dopo aver scalato le classifiche col loro singolo Kiss my Trance, si trovano al momento al vertice della loro carriera, tanto da essere considerati come una delle realtà “indie” più promettenti a livello internazionale. Il loro sound è un’insana alchemia di indie-rock, synth-pop e musica elettronica e vi posso assicurare che dal vivo la loro energia si moltiplica a livello esponenziale. I tre sul palco non si risparmiano affatto: tra luci accecanti, effetti video e improvvisi mutamenti camaleontici nei suoni, il loro show ha rapito l’attenzione dei presenti, grazie al grande carisma del frontman Jeroen De Pessemier (aka Papillon), davvero abile ad interagire col pubblico. Vale la pena di ricordare che i The Subs sono ospiti fissi in alcuni locali di tendenza come  il Social Club di Parigi, il Razmataz di Barcellona e il Fabric di Londra.
Da segnalare anche il live-set dei londinesi AutoKratz, alfieri di un’elettronica moderna, fortemente influenzata dal sound di “pietre miliari” come Kraftwerk, Daft Punk e Underworld. A dire il vero, la loro esibizione mi è parsa fortemente penalizzata da un audio “autoregolamentato” su livelli troppo bassi, probabilmente a causa della tarda ora e della contemporaneità del giorno feriale. Devo ammettere che la presenza di ben due volanti della polizia municipale all’entrata, fin da subito mi aveva “insospettito”. Puntualmente le mie più nefaste presupposizioni si sono confermate: Firenze non si smentisce proprio mai!

dinkyVenerdi è stata la serata di Argenis Brito e Dinky: se il primo ha provveduto a “tenere in caldo” il pubblico col suo frizzante concentrato di elettronica dai variopinti retrogusti latini, la seconda era attesa come la vera e propria star della serata. Alejandra Iglesias alias Dinky, ha ripagato le attese fornendo un live-set degno della sua fama internazionale: la principessa cilena della scena elettronica ha dimostrato di non difettare né in tecnica, nè in esperienza, con un live-set dai suoni morbidi, ovattati, in cui la melodia si ritaglia uno spazio di primaria importanza, sia che si affrontino sonorità puramente house, sia che si passi a  quella techno tanto cara alla scena di Detroit. Non è un caso se l’artista in questione, sostenuta regolarmente dalla squadra del Circo Loco di Ibiza, sia in breve tempo diventata dj resident al Panorama bar di Berlino ed abbia pure fondato un’etichetta tutta sua, la promettente Horizontal.
Unica nota stonata della serata, e mi dispiace rimarcarlo pure stavolta, è stata lo scarso afflusso di pubblico, forse intorpidito dalla forte ondata di caldo che si è nuovamente affacciata da queste parti: una “scaletta” del genere avrebbe meritato ben altra considerazione.

roberthoodIl sabato fiorentino è stato infiammato dalla istrionica “verve” dei Detroit Grand Pubahs: originali, ironici e forse anche un po’ svitati, questi ragazzi hanno catalizzato l’attenzione dei presenti grazie al loro istrionico show, che si gioca tutto sull’estrosa personalità del frontman Paris The Black Fu e sulle sue multiformi maschere. Un’esibizione veramente fuori dalle righe, che ha catturato il pubblico presente ed ha anticipato in modo degno quello che forse più di tutti era considerato l’evento da non perdere: il dj set del grande Robert Hood, qui a Firenze per rilanciare la sua storica  etichetta discografica M-plant.
Instancabile sperimentatore, Robert Hood durante la sua lunga carriera ha saputo esplorare i più reconditi anfratti della musica elettronica, riuscendo sempre a renderli propri, grazie al suo caratteristico tocco: house, tecno, industrial, acid-jazz, soul, hip-hop non hanno alcun segreto per un artista dalla mentalità aperta, uno dei pochi a considerare ancora la musica come un “unicum”, senza alcuna divisione tra generi. Un viaggio sonoro alla scoperta di un sound minimale, dove ritmi rallentati, drums e basslines si fondono alla perfezione con un irresistibile eclettismo funky: impossibile assistere al live-set senza almeno muovere il cosiddetto “piedino”.

Ed eccoci arrivati alla serata conclusiva del Festival: anche quest’anno il Muv Festival ha aperto i battenti (gratis) a tutti per la consueta festa finale: una serata alla scoperta dei più promettenti artisti italiani, tra cui si sono distinti il duo fiorentino Philipp & Cole, artefice di un live-set fresco e colorato, il sound freddo e potente del dj  Marco Solforetti e l’eclettismo vivace di Martino Marini, aka Mass_Prod.

Lunga vita al MUV Festival, frizzante e luminoso arcobaleno che ha aperto col botto un’estate fiorentina che mai come ora si presenta grigia ed avara di eventi. L’augurio (e la speranza, neanche troppo velata) è quello di poter assistere ad una graduale maturazione “artistica” ed al contempo un rinnovato vigore nella presenza di pubblico, che mai come quest’anno ha scarseggiato e non certo per la scarsa qualità degli artisti invitati, che hanno saputo rappresentare quanto di meglio ci fosse sulla scena nazionale ed internazionale.

Mi piace concludere questo reportage con una frase di un mio amico, che ieri, durante un live-set particolarmente infuocato, mi ha urlato nelle orecchie: “Finchè i giovani avranno gli spazi e le possibilità per potersi divertire, le cose continueranno ad andare avanti. Quando i giovani non si divertiranno più, sarà un bel casino per tutti “.

a cura di Massimiliano Locandro

www.firenzemuv.com

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